È la prima volta che al Coachella si tiene una prima di film o di una serie tv. L'appuntamento è per l'ultima notte del festival, per una proiezione sotto le stelle.
Klek indossa una specie di armatura di cartapesta, la testa nascosta da un casco a forma di siluro da cui spunta un naso lungo e flaccido che svolazza a ogni colpo di batteria. Khn ha il volto coperto da una maschera che farebbe invidia a Charles Delorme, con un tronco di piramide rovesciato sulla sommità, e una criniera di trecce di cotone a fare da corredo. I pois sono ovunque: sui costumi, sui teloni della scarna scenografia, persino dipinti su mani e piedi. Non bastasse, a rendere la scena ancora più improbabile ci sono nell’ordine: uno strumento microtonale a due manici, una batteria con le pelli coperte di tessuto (a pois, naturalmente), una loop station costellata di manopole, e soprattutto, un’attitudine compositiva più vicina alle dinamiche di un’ischemia miocardica (il nome della band, dopotutto, significa angina pectoris) che quelle dell’alternative rock.
Gli Angine de Poitrine (da qui in avanti AdP) sono la band più strana che vi possa capitare di intercettare in questi giorni, la classica novità che arriva quando nessuno se l’aspetta, e proprio perché nessuno se l’aspetta deflagra senza lasciare scampo. Da quando a febbraio una loro session live è stata pubblicata sul canale YouTube di KEXP, il duo di Saguenay (QC) è passato dal relativo anonimato a band di culto. Il video ha collezionato 4 milioni di views in meno di un mese, imponendo i due alieni canadesi nei feed social di tutto il mondo: La rete è invasa di video che provano a dissezionare il loro live per carpirne la formula, il nuovo disco, Vol.II, sta raccogliendo elogi a pioggia (con tanto di stamp of approval di Pitchfork), e intanto il tour estivo aggiunge date su date.
Il che è curioso, visto che stiamo parlando di una band che travalica sistematicamente gli steccati che di solito definiscono il perimetro della musica orecchiabile. Non sono certo i primi: dagli anni ’60 ad oggi non sono mai mancate band che spingono ai limiti la sperimentazione formale, ma pochissime sono riuscite a spingersi abbastanza al largo da avvicinarsi all’oceano del mainstream.
Per comprendere perché la band più improbabile degli ultimi anni stia riscuotendo successo in un panorama creativo che periodicamente viene dato per spacciato nelle grinfie dell’uniformazione AI, occorre fare un passo indietro di circa un secolo.
Dada microtonale
Non è facile carpire agli AdP un’intervista seria. A piazzargli un microfono sotto il naso di cartapesta di solito si ottengono solo gorgheggi e gruniti, ma ogni tanto anche loro concendono risposte articolate. Da quando sono diventati virali, Khn tende a ridurre il miscuglio di generi che ribolle nel loro calderone all’etichetta di “rock microtonale”, ma fino a pochi mesi fa i due si definivano “mantra-rock Dada Pythago-Cubiste”.
La strizzata d’occhio al movimento Dada è tutt’altro che soprendente: la depersonalizzazione teatrale, i costumi a pois, la predilezione per il grottesco e l’incongruo, l’accostamento azzardato tra generi e scelte compositive, l’utilizzo della loop station come strumento di meccanizzazione dei pattern; tutti elementi che in qualche misura ritroviamo nelle sperimentazioni dadaiste della prima metà del novecento.
Le analogie non finiscono qui. Il dadaismo nacque nel 1916 in un café letterario di Zurigo, da un gruppo di anarchici antimilitaristi determinato a ribellarsi al razionalismo nazionalista che aveva trascinato l’Europa in una guerra mondiale. Alle regole andavano preferite le eccezioni, all’ordine il disordine, alla progettualità la casualità. Sarebbe facile individuare paralleli con la situazione geopolitica odierna, ma anche riduttivo, oltre che fuorviante: Klek e Khn non sembrano interessati a trovare un contrappunto sonoro all’attualità, e soprattutto, non sembrano affatto interessati a disfarsi di calcolo e progettualità. Più che una dichiarazione di guerra al razionalismo nazionalista, la loro sembra una dichiarazione di guerra all’uniformalismo algoritmico.
Un perfezionismo sghembo e umanissimo
La realtà è che dentro quei costumi bislacchi si nascondono due musicisti di primordine, con una padronanza tecnica fuori scala. Per rendersene conto basta concentrarsi su Khn: è sempre lui a intrecciare i primi fili del tessuto sonoro, lo strumento che imbraccia è una fusione di un basso e una chitarra, due toni che riesce a usare in contemporanea aiutandosi con una loop station che registra le varie parti e le combina in una stratificazione priva di sbavature. Già questo richiede una precisione rara, ma è solo l’inizio: chi conosce gli strumenti a corda noterà che i due manici hanno molti più tasti del normale, questo perché Khn usa un’accordatura microtonale. In parole povere: invece di usare i dodici semitoni tipici della musica occidentale, integra nell’intreccio armonico delle note che solitamente non compaiono nelle partiture tradizionali. Se a questo aggiungiamo la batteria di Klek, che rimane incollata ai cambi di tempo e di dinamica senza mai perdere l’equilibrio, abbiamo un iperoggetto musicale inaspettatamente compatto, che sfugge a qualsiasi inquadramento di genere.
Gli AdP pescano a piene mani da prog, jazz, dance, musica classica indiana, e soprattutto dal math rock, ma una volta nel calderone questi ingredienti si sciolgono, diventano quasi irriconoscibili, a emergere è un amalgama inedito, un sapore nuovo che non può essere localizzato né temporalmente («sembra allo stesso tempo musica del 1980 e del 2180» è il commento azzeccato di un ascoltatore), né geograficamente (parlare di math rock a tinte arabofone, sarebbe una pigra semplificazione).
L’abbiamo detto, non sono i primi a mescolare generi distanti tra loro (pensiamo anche solo a cosa sono riusciti a fare i Mars Volta nei primi anni 2000), ma sono tra i pochissimi ad aver preso abbastanza slancio da restare in quota. Il fatto che l’ibridazione dei generi sia uno dei tratti distintivi del mainstream attuale sicuramente aiuta (Rosalia e Bad Bunny ci stanno costruendo un impero), ma io credo che la vera ragione del successo degli AdP sia che, più o meno consciamente, stanno muovendo guerra all’algoritmo usando le sue stesse armi.
Un glitch irresistibile
Che il passaggio dai supporti fisici alle piattaforme online stia incidendo sulle stesse dinamiche compositive è ormai un fatto assodato. Il progetto PlatforMuse, finanziato dallo European Research Council, ha analizzato l’evoluzione recente dell’offerta musicale rilevando come, con l’arrivo delle piattaforme, i brani stiano diventando sempre più corti, le intro musicali stiano sparendo (l’utente deve essere agganciato entro i primi 30 secondi, altrimenti l’ascolto non viene conteggiato), le produzioni siano sempre più pulite e uniformi, le scelte armoniche standardizzate; se poi alcuni passaggi si prestano ad essere isolati e utilizzati nei reel, ancora meglio.
Ciò accade perché la curatela musicale è passata da intermediari umani (i giornalisti musicali, i dj, ma anche il passaparola degli ascoltatori), a un intreccio di algoritmi, editor umani e utenti isolati che con le loro scelte addestrano il sistema. Già in uno studio del 2019, Tiziano Bonini e Alessandro Gandini parlavano di curatela “algo-toriale”, una dinamica che produce un effetto controintuitivo: l’offerta musicale non è mai stata tanto vasta, ma l’algoritmo non ti aiuta davvero a scoprire musica nuova, piuttosto tende a proporti versioni leggermente differenti di ciò che hai dimostrato di apprezzare.
Questo sbilanciamento progressivo verso la tautologia del gusto ha fatto gioco alle piattaforme, e a chi ha imparato a sfruttarle per ottenere profitti nel breve termine, ma ha anche creato saturazione, uniformità, e – cosa da non sottovalutare – stanchezza. Ecco, nella prateria uniforme dell’ascolto piattaformizzato, gli Angine de Poitrine spiccano come una mosca nel latte.
Il Rinascimento dell’errore
Ma l’essere fuori dagli schemi non è ovviamente l’unica freccia nella faretra del duo di Saguenay. Fosse così, vedremmo stormi di band sghembe e ipertecniche diventare virali, e invece, per quanto band come i King Gizzard & the Lizard Wizard stiano riscuotendo un buon successo, nessuna si è dimostrata immediatamente infettiva quanto gli AdP.
Qualcosa di simile però l’avevamo visto intorno alla metà degli anni ’90, un’epoca in cui la musica veniva ancora fruita su supporti fisici, e gli utenti per decidere cosa ascoltare si affidavano a canali tradizionali. Capitanati da Les Claypool, altro musicista formidabile e imprevedibile, i Primus vendettero milioni di copie proponendo un funk-metal intricato e dissonante, in cui la struttura canzone annaspava in mezzo agli intrecci irrequieti di basso e batteria. Stava iniziando il periodo d’oro dell’alternative rock, i Nirvana avevano sfondato gli steccati e band che prima riempivano a fatica i locali da 200 persone si ritrovarono a calcare i palchi dei grandi festival. In un panorama in via di saturazione, i Primus riuscirono a spiccare, ma la loro parabola non creò un vero precedente. Non è detto che lo stesso accadrà con gli AdP.
Perché il punto è che gli AdP presentano anche tutta una serie di elementi che mandano in tilt le aspettative dell’ascoltatore (e, va da sé, le previsioni dell’algoritmo): l’utilizzo di pattern ripetuti e modulati all’estremo, l’incedere ipnotico della tessitura ritmica, la loop station che stende tappeti sonori che ricordano alcune playlist per la concentrazione profonda, l’estetica sopra le righe e perfettamente instagrammabile. Che siano o meno consapevoli, queste scelte hanno creato il cavallo di Troia perfetto per espugnare il fortino della piattaformizzazione musicale.
Ma esiste anche una ragione neurobiologica: il nostro cervello, quando si tratta di ascoltare musica, mostra una particolare predilezione per due elementi: 1. Le ripetizioni. 2. Le canzoni che allo stesso tempo soddisfano e contraddicono le nostre aspettative. Gli AdP combinano entrambi gli elementi portandoli all’estremo.
Non è un caso che in questo periodo stia riscuotendo successo un’altra band sghemba e imprevedibile come i Geese, che con il loro Getting Killed sono riusciti a scivolare nelle crepe dell’algoritmo fino a raggiungere i palcoscenici dei programmi tv. Mentre si fa un gran parlare di come l’utilizzo creativo dell’IA rischi di uniformare l’offerta artistica nei vari settori, casi come quello degli Angine de Poitrine e dei Geese dimostrano che l’evoluzione artistica trova sempre una via laterale, e più ci avviciniamo all’imposizione di una regola, più l’errore – inteso nel suo senso più etimologico di deviazione dalla rotta – viene premiato.
È possibile che sia solo l’inizio di un “Rinascimento dell’errore”, in cui il perfezionismo sghembo e il caos organizzato di queste band troverà un terreno sempre più fertile. Ma è anche possibile che gli Angine de Poitrine (come già i Primus) finiranno per restare un caso a sé, un germoglio nel cemento che non produrrà ramificazioni. La buona notizia è che nessun algoritmo potrà prevederlo.
L'attesa senza oggetto che racconta – quella di un nemico che non arriva, di un senso che non si materializza – non è mai stata così contemporanea. Rileggere il romanzo di Buzzati o rivedere il film d Zurlini oggi è un'esperienza rivelatrice.
Il nuovo disco della band di Damon Albarn è un'opera ricchissima in cui una miriade di armonie e voci scrivono un racconto che parla di vita, morte, lutto, accettazione e ripartenza. Con un messaggio a tenere assieme tutto: sopravvive solo chi si lascia andare.
