Negli ultimi 5 anni la scrittrice aveva rifiutato di essere tradotta e pubblicata in Israele, una scelta fatta per sostenere il movimento BDS (Boycott, Divestment, Sanctions).
Per tre quarti della sua durata Amarga Navidad sembra davvero un brutto film di Pedro Almodóvar. O peggio: un film minore. Sfilacciato, ripetitivo, privo di slancio, incapace di trovare un vero centro emotivo o narrativo. Le storie si aprono e si perdono, i personaggi parlano continuamente senza mai arrivare davvero da nessuna parte, il desiderio, che per decenni è stato il motore del cinema almodovariano, appare svuotato, distante, quasi astratto.
È difficile immaginare che un autore con una simile padronanza della scrittura e della struttura non se ne renda conto. E infatti il punto di Amarga Navidad è proprio questo: Almodóvar sta facendo apposta un film “minore”, trasformando la paura di non essere più all’altezza della propria leggenda nel vero soggetto dell’opera. Da Dolor y Gloria in poi il regista ha smesso di nascondersi dietro ai propri personaggi. Il cinema autobiografico di Almodóvar non lavora più per allusioni: ormai è confessione diretta. In Amarga Navidad il suo alter ego principale è Raúl (Leonardo Sbaraglia), regista consumato dal terrore di star lavorando a qualcosa di trascurabile. «Il riconoscimento alla mia età dura cinque minuti, specie in questa professione morente», dice a un certo punto. È una battuta che contiene tutto il film: l’ossessione per la rilevanza, il corpo che cede e il bisogno quasi patologico di continuare a creare per non arrendersi all’inevitabile.
Il dolore fisico attraversa l’intero racconto come un rumore di fondo. Emicranie, attacchi di panico, farmaci, insonnia, depressione. Quando una delle protagoniste viene ricoverata per un violentissimo attacco di emicrania, il dettaglio più perturbante non è l’intensità della sofferenza ma la familiarità con cui il film la tratta. Il dolore, in Amarga Navidad, non è più un evento drammatico: è una condizione quotidiana, amministrata con la stessa routine con cui si organizza una cena o si partecipa a una festa.
Eppure il mondo in cui tutto questo accade resta quello tipicamente almodovariano: appartamenti magnifici, maglioni di lusso, feste esclusive, artisti e intellettuali che entrano ed escono dalle scene con naturalezza. Un universo elegantissimo ma ormai quasi imbalsamato, dove persino l’estetica sembra aver perso vitalità. Il digitale appiattisce la storica palette cromatica del regista, la regia si fa statica, i corpi smettono di occupare davvero lo spazio. Così Almodóvar sposta tutto sulla parola: oggi il suo cinema vive soprattutto nei dialoghi, nella scrittura, nella costruzione metanarrativa e in rapporto diretto con il resto del suo canone. Raúl sta scrivendo un film ambientato nel 2004, tra cellulari a conchiglia e relazioni ancora analogiche. La protagonista è Elsa (Bárbara Lennie), regista adorata dalla critica ma incapace di raggiungere davvero il pubblico, evidente riflesso di un’ansia autoriale che il film non prova neppure a mascherare. Elsa si innamora di Bonifacio (Patrick Criado), pompiere che lavora anche come spogliarellista. In un altro Almodóvar sarebbe stato un personaggio esplosivo, erotico, destabilizzante. Qui invece Bonifacio è soprattutto una figura accudente che ascolta, consola, accompagna.
È uno degli aspetti più interessanti del film. Il desiderio sessuale non scompare, ma diventa secondario rispetto al bisogno di cura. Almodóvar oggi racconta l’amore come assistenza reciproca, protezione, maternità emotiva. Il sesso resta sullo sfondo come qualcosa che appartiene ormai più al ricordo che al presente. In una battuta amarissima il film suggerisce che i locali di strip tease esistano ormai solo perché «la gente vuole scopare o guardare scopare». L’erotismo continua a esistere, ma il regista sembra osservarlo da spettatore estraneo, non più partecipe.
Per questo Amarga Navidad dà continuamente l’impressione di essere un film stanco. Le sottotrame si moltiplicano senza trovare una direzione precisa, molti personaggi sembrano versioni impoverite di figure già viste nel cinema del regista, alcune scene paiono deliberatamente irrisolte. Guardandolo viene spontaneo immaginare produttori e collaboratori incapaci di dire no a un maestro di 76 anni, fisicamente fragile, ormai troppo importante per essere davvero contraddetto quando dice di voler fare un film, quando pensa di aver trovato la storia giusta. Poi però il film cambia lentamente prospettiva. O meglio: rivela che quella sensazione di incompiutezza era il vero dispositivo narrativo. Raúl viene accusato di aver trasformato il dolore delle persone che gli stanno accanto in materiale creativo per la sceneggiatura con cui prova a uscire da un impasse durato anni: l’altro terrore almodovariano infatti è perdere l’ispirazione, smettere di creare. La sua ex agente lo affronta apertamente: ha usato il lutto di una loro amica dentro la sceneggiatura. Lui nega, mente, si giustifica. Ma Amarga Navidad insiste ossessivamente su un punto: Almodóvar è perfettamente consapevole di essere un autore che cannibalizza la propria vita e quella degli altri pur di continuare a scrivere. È anche in grado, quando scrive, di soppesare con precisione quanto questo suo approccio costi a chi gli sta accanto.
È questo il punto di svolta, il passaggio migliore: quello in cui il film diventa spietato verso il suo autore. Raúl (e quindi Almodóvar) non viene assolto. È egocentrico, manipolatorio, emotivamente indisponibile, incapace di smettere di trasformare qualsiasi trauma in racconto. Fare cinema appare come una dipendenza vera e propria, non troppo diversa dall’alcolismo che il film lascia continuamente sullo sfondo. Il problema non è soltanto che Almodóvar abbia bisogno di girare film: è che continua disperatamente a inseguire il prossimo capolavoro.
Il colpo finale di Amarga Navidad sta allora nel trasformare il suo apparente fallimento in una provocazione deliberata. Il film che abbiamo appena visto è “brutto” perché deve esserlo. È la simulazione controllata di un’opera minore costruita da un autore ossessionato dall’idea stessa del declino. Solo nel finale Raúl riesce finalmente a iniziare il film che conta davvero, dopo che qualcuno gli ha detto con brutale sincerità che quello appena terminato è materiale da opera secondaria. È un gioco pericolosissimo, perché richiede allo spettatore di attraversare volontariamente un film frustrante, statico e spesso irritante per arrivare alla sua vera natura. Ma Almodóvar lo controlla con una lucidità impressionante. Anche quando sembra girare a vuoto, il film continua a lavorare sotterraneamente sull’idea di un autore terrorizzato dall’irrilevanza e incapace di accettare i limiti del proprio corpo, della propria età, persino della propria salute.
In questo senso Amarga Navidad è forse il film più arrogante e disperato che Almodóvar abbia mai realizzato. Un’opera che mette in scena il proprio esaurimento creativo per dimostrare di poterlo ancora dominare. Un autore che accetta di apparire esausto pur di continuare a controllare la narrazione su sé stesso. E soprattutto un uomo che sa benissimo che il futuro coincide con la fine della possibilità di fare cinema, ma che non sembra disposto ad arrendersi nemmeno davanti all’evidenza della morte.
