In questa epoca nessuno è più umanista di chi s’intende di numeri

Una chiacchierata con Alice Avallone, autrice di Dati sensibili, libro in cui racconta, ovviamente dati alla mano, che nel nostro mondo l'unico modo di capire davvero gli esseri umani è capirne di numeri.

12 Febbraio 2026

Dopo una vita passata a fare scelte più o meno ponderate ma in perenne dicotomia tra scienza e umanesimo – è dalla scuola media che qualcuno ci ripete che se ci piacciono le parole, non capiremo nulla di numeri, e viceversa, su quali basi poi, come se i grandi fisici e matematici non fossero stati anche grandi umanisti – forse siamo finalmente entrati nell’epoca in cui i numeri non sono solo numeri, le parole non solo parole, e i due mondi possono così smettere di ignorarsi.

Oggi i dati sono sensibili, come li ha definiti Alice Avallone – ricercatrice di small data, etnografa digitale, insegnante alla Scuola Holden – nel suo ultimo libro Dati sensibili. Il lato umano e consapevole dei numeri, appena pubblicato da Enrico Damiani Editore. «È proprio così», osserva Alice, «soprattutto in Italia abbiamo ancora questo grandissimo problema che parte dall’accademia: le materie STEM – Science, Technology, Engineering, Mathematics – sono completamente scollegate da quelle umanistiche. E la performance, il numero, la percentuale sembrano restituire un peso maggiore rispetto alla leggerezza delle materie umanistiche o delle scienze sociali».

Invece, che cosa succede quando scopriamo che i dati sono sensibili?
Il libro nasce per chi ha timore dei numeri, per chi non li ha mai capiti.  Chi arriva dalla parte umanistica potrà comprendere che davanti a un report o una statistica non c’è niente di incredibile, mentre chi arriva dalle materie STEM potrà lavorare su uno sguardo più profondo, che restituisca un contesto culturale e sociale, e quindi una complessità dietro quella che è solo un’aggregazione di numeri.

Spesso – dalle discussioni in famiglia alle grandi inchieste giornalistiche – si usano i dati come fossero un sostegno solido, una base di certezze per qualcosa che traballa. Insomma, i dati rafforzano un’idea, ma raramente ci sorprendono.
Anzi, il dato è qualcosa che ti tranquillizza: chi li lavora, i data analyst, chi deve raggrupparli e raccoglierli, cerca la loro perfezione per far quadrare i conti. Ma davanti a un mondo che funziona al contrario – tutto instabile, tutto precario – i dati stessi, visto che li produciamo noi, è imperfetto e instabile. Siamo noi che cerchiamo di incasellarli in percentuali, in statistiche, in grafici a torta. Ma c’è sempre un’imperfezione, che è la bellezza dei dati.

Il tuo mestiere è cercare queste imperfezioni?
Sì, trovare le anomalie, le crepe. Dove il dato ti tradisce, ti incuriosisce, quando dici questo non torna, lì diventa interessante, diventa umano e diventa sensibile, nel senso che si porta un carico emotivo.

La visualizzazione dei dati è andata fortissima negli ultimi anni. Nel periodo Covid i grafici hanno sostituito le immagini.
I grafici spesso semplificano i dati, per visualizzarli. E credo che il periodo Covid sia stato il primo vero momento di interessamento delle persone ai dati. Però mancava, e manca ancora, l’alfabetizzazione sui dati: sicuramente non tutti sanno come leggerli, ma manca anche una alfabetizzazione emotiva. Le persone non sempre sono così pronte a consumare la visualizzazione dei dati.

Scrivi che i prodotti culturali fanno emergere le tensioni sociali prima di chiunque altro. Quale sarà il prodotto, o luogo culturale, da cui dobbiamo aspettarci il prossimo grande segnale?
I supermercati, ma direi lo stesso delle piattaforme digitali in cui si vendono prodotti. Supermercati, negozi, luoghi di consumo vivono di dati, di insight e restituiscono emotività. Riflettono le nostre ansie, le nostre ossessioni, le piccole manie. Ovviamente lo fanno per vendere, ma non importa il fine.

Le piattaforme online aggiungono lo spazio dei commenti, delle recensioni, una miniera di dati sensibili.
Le recensioni sono dei diari emotivi, dietro ci sono le aspettative, i bisogni, rivelano perché le persone credono in uno scrittore, in una storia, in una certa narrazione, perché cercano un certo tipo di supporto.

È per questo che quando scrolliamo i social sono più interessanti i commenti rispetto alle notizie?
Certo. È l’interazione con il prodotto culturale diventa più importante del prodotto culturale stesso. Di fronte a cento commenti andrò a cercare quello che mi crea più conflitto, ma anche quello che mi crea più vicinanza. Lo facciamo per posizionarci, per polarizzarci, per capire dove vogliamo stare.

Nel libro racconti di quanto, guardando i dati sensibili, possiamo capire come non ci siano fette di società prive di ambizione, ma piuttosto prive di contesto. Non è tanto non aver voglia di gareggiare, è che manca il circuito in cui gareggiare.
Molti dati disseminati in rete sembrano dire: che me ne faccio del mio talento quando non posso neanche ambire a partecipare a una gara? Non ci sono le condizioni di partenza per essere ambiziosi. Poi si innesca anche un altro discorso: le nuove generazioni hanno visto, soprattutto nei fratelli maggiori Millennial e nella Generazione X, un’ambizione cieca. Ma non sono più quelli i parametri, perché non ci sono più le condizioni. C’è una complessità di elementi: non è mai solo le nuove generazioni sono svogliate, hanno perso il mordente, non hanno più fame. Di sicuro, non è una crisi di desiderio.

I dati ci danno qualche strumento in più per affrontare la complessità?
Ci danno una mappa, anzi una serie di mappe. Più mappe hai a disposizione quando fai un viaggio, più ti senti sicuro di affrontarlo. Ma soprattutto la mappa mette in collegamento gli elementi, ti permette di andare da un’isola all’altra e di spostarti agevolmente.

Non ragionare per categorie a sé stanti, ma ragionare per relazione tra categorie.
I dati descrivono relazioni. Se mi dici sono stati venduti un milione di iPad quest’anno, non me ne faccio niente. Io voglio conoscere la relazione che le persone hanno instaurato con l’iPad. Un iPad in mano a un bambino di quattro anni ha una relazione completamente diversa rispetto a un iPad comprato da un settantenne.  Martin Lindstrom, un bravissimo ricercato di small data, ha fatto un lavoro per Roomba e ha scoperto che gli americani danno il nome agli aspirapolveri. Da quel piccolo dato ricorrente – un’anomalia di ricorrenza – vai a decifrare il fatto che le persone hanno stretto un rapporto affettivo con questi strumenti: i nomi che danno sono molto simili a quelli che si danno ai cani e gatti. Questo ti restituisce la relazione che noi stringiamo con la tecnologia. Questo tipo di small data fa parte del big data che descrive il milione di vendite del prodotto, ma il valore che ha, il peso specifico, è diverso. Se vuoi profondità, cerchi la relazione.

È normale che ci sia tutto questo bisogno di conoscere il futuro?
Vogliamo solo prepararci. Più scenari futuri possibili conosco, più mi sento come in un piano della Protezione Civile: davanti a un terremoto devi fare questo. Tra l’altro, abbiamo mai imparato non esiste un futuro, al singolare, ma dobbiamo imparare a mappare più futuri. Tanto che i future studies hanno la S: sono studi sui futuri, non si parla mai di un solo futuro.

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