Hayao Miyazaki ha scritto un’autobiografia per farsi le critiche che nessuno osa più fargli

Punto di partenza 1979-1996 è una delle più strane autobiografie che vi capiterà di leggere, un ritratto di un uomo contraddittorio, prono alla rabbia e alla tristezza, appassionatissimo di cinema e, soprattutto, radicale.

01 Settembre 2026

Uno dei capitoli più belli di Punto di partenza 1979-1996, il libro di Hayao Miyazaki pubblicato da La nave di Teseo e tradotto da Rosamaria Pavan, non è scritto da Miyazaki ma da Isao Takahata, co-fondatore dello Studio Ghibli e, per certi versi, maestro dello stesso Miyazaki. È un ritratto. Né più né meno. E non è né un ritratto accondiscendente, insistentemente gentile, né un ritratto feroce, che prova in tutti i modi a mettere in risalto le contraddizioni e a lasciare fuori le caratteristiche più belle e affascinanti del regista giapponese. È una sorta di fotografia. O, per rimanere in tema, di disegno a matita: tratteggiato, sporco, traballante, ma pure fascinoso e delicato, capace di cogliere l’immateriale. Più carboncino che china. E più acquerelli che colori a olio. Takahata dice che Miyazaki è un grande lavoratore, uno che non si ferma mai, concreto, che non riesce a sopportare chi si abbandona completamente all’idealismo, che ride delle sciocchezze e si dà subito, o quasi subito, per sconfitto. Ma dice anche che è un uomo che si commuove facilmente, gentile, pronto a mettere sé stesso nelle storie che racconta, soprattutto quando si parla delle storie più tragiche.

Miyazaki e Takahata si sono conosciuti all’inizio degli anni Sessanta, quando entrambi lavoravano per la Toei (all’epoca conosciuta come Toei Dōga). Miyazaki aveva poco più di vent’anni, mentre Takahata, più grande, si avvicinava ai trenta. Al di là dei progetti a cui hanno lavorato insieme, come Heidi, uno degli aneddoti più interessanti su Miyazaki e Takahata riguarda il loro impegno sindacale, con le manifestazioni, i sit-in e le proteste. In Punto di partenza, Takahata dice che Miyazaki, in qualche modo, lo ha salvato da sé stesso, costringendolo a darsi da fare, a non abbandonarsi – come invece faceva sempre – alla pigrizia. Qualcuno dice che Takahata è un “discendente del grande bradipo”. Insomma, se Takahata ha influenzato Miyazaki artisticamente, Miyazaki ha influenzato Takahata dal punto di vista del lavoro, dell’impegno e dell’etica.

Takahata dice che Miyazaki non ha bisogno di produttori. Perché lui è già un produttore fatto e finito. E ha ben in mente le scadenze, quello che serve fare e in che modo muoversi per raggiungere gli obiettivi che si è prefissato. Durante la lavorazione di Nausicaä della Valle del vento, Takahata confessa di aver dovuto fare veramente poco. Miyazaki viene fuori come un uomo pieno di elementi chiaramente in contrasto tra di loro, sia dal punto di vista politico che dal punto di vista artistico. Miyazaki, dice Takahata, può sembrare un uomo severo, facile alla rabbia, ma è solo perché ci tiene, e ci tiene davvero, a quello che fa e a quello che dice. Non riesce a non prendersela. È più forte di lui. Ha una testa enorme, scherza Takahata.

Il critico più feroce di se stesso

Punto di partenza 1979-1996 è solo il primo di due libri che raccolgono interviste, interventi e brevi articoli di Miyazaki. Non è semplicemente un saggio: è qualcosa di più. Un’autobiografia che non rispetta completamente le regole o le prescrizioni più classiche dell’editoria, ma che trova la sua strada in altra maniera. Funziona a incastro, e pezzo dopo pezzo raggiunge la sua forma. Quella che viene fuori è la voce di Miyazaki, che nel corso degli anni, dai suoi inizi nell’animazione all’affermazione come regista, è stato tutto e il contrario di tutto. Parla di tecnica, di impegno, di immaginazione. Dice che l’animazione permette di lavorare con mondi che non esistono, di maneggiare l’improbabile e di rendere concreto l’impossibile. Si infila nelle distinzioni tecniche, nella nomenclatura dell’epoca, e parla della confusione della stampa straniera che chiede sempre dei manga (il termine “anime” si sarebbe affermato poco dopo, anche a livello internazionale).

Fa una critica ferocissima dei film che vede, spogliandoli della loro aura di capolavoro e concentrandosi su quello che, secondo lui, non funziona. Distingue tra formalismi impeccabili e ricercatezze emotive. E costruisce, suo malgrado, l’identikit di quello che è, o almeno dovrebbe essere, un buon film d’animazione. Parla di Dave Fleischer, della scuola americana, di quando ha smesso di seguire Tezuka perché deluso da una visione sempre uguale. Parla della sovrapproduzione di anime, di come le cose siano cambiate profondamente rispetto a quando lui era un ragazzo e l’animazione era un grande evento, qualcosa di eccezionale. Sostiene che anche un capolavoro, a furia di essere visto e rivisto, perde pezzi della sua bellezza. Sono discorsi che fanno parte di un’altra epoca e di un altro mondo, quando le condizioni degli animatori cominciavano appena – sottolineiamo: appena – a migliorare (è uno dei temi che ritornano più spesso in Punto di partenza). Eppure, in qualche modo, sono discorsi che appartengono a noi, al nostro presente, a quello che succede oggi.

Si produce tanto e anche gli anime non eccelsi vivono più vite, tra tv, cinema e merchandising; il target si è “infantilizzato”, segno che il problema non è l’età di per sé ma il modo in cui gli spettatori vengono trattati e coinvolti. Miyazaki parla della guerra, del Giappone e di politica. Parla della fine del boom economico, di come l’individualismo abbia preso il sopravvento su qualunque concezione più comunitaria, e del rapporto che abbiamo con l’altro e con la natura. E poi parla dei bambini, di quello che significa essere innocenti, di quel momento straordinario, unico e irripetibile, che è l’infanzia, quando la nostra attenzione si concentra su cose che, da adulti, tendiamo a ignorare. Le sue idee appartengono in buona parte alla sinistra, anche se per alcune cose è piuttosto conservatore. In poco più di 670 pagine, viene tratteggiato un profilo ampio e approfondito, per certi versi insistente, mentre per altri, specie quando si parla di animazione e dello sviluppo di nuovi progetti, particolarmente illuminante.

Niente sensei, per favore

È interessante la posizione politica di Miyazaki, che non si tira mai indietro, non si nasconde e dice esattamente quello che pensa. Un altro elemento, se vogliamo, che lo rende una sorta di anomalia rispetto al resto della società giapponese. In Punto di partenza, Miyazaki viene fuori come un uomo intelligente, acculturato, forse a volte troppo secco e semplicistico, ma mai banale, mai noioso, sempre pronto ad aggiungere qualcosa, ad andare oltre. I discorsi sui personaggi e sui vari film non sono mai marginali o di poca importanza, ma vanno contestualizzati. Questo non è un libro sulla sua filmografia, il percorso artistico di Miyazaki, come regista, animatore e autore, funge da ossatura e da cornice per il racconto più ampio, quello umano. Ed è importante vederlo così, come una traccia. E mai, ottusamente, come un’autocelebrazione: io ho fatto, io ho detto, io ho visto. Miyazaki non si lascia mai andare a certe cose. È un pensiero che nemmeno lo sfiora.

Quando si confronta con gli altri, specie con le persone che ammira, Miyazaki fa un passo indietro, diventando rispettosissimo e curioso, proprio come un allievo. Quando parla della sua famiglia, della sua assenza da casa, delle responsabilità di cui ha caricato sua moglie, l’unica a prendersi davvero cura dei suoi figli, sembra incupirsi: si capisce dall’asciuttezza della scrittura e dalla poca varietà delle parole scelte. La sua onestà diventa una confessione: io sono così, e sono imperfetto. Dice Takahata che Miyazaki odia quando qualcuno lo chiama maestro: niente sensei, per favore. Eppure è evidente nei suoi discorsi che ha raggiunto rapidamente un livello di consapevolezza e di conoscenza del mezzo – l’animazione, il cinema, la scrittura, la costruzione degli storyboard – profondo e innovativo. Punto di partenza 1979-1996 non è solo un ottimo libro da cui iniziare per imparare a conoscere Miyazaki: è probabilmente uno dei testi più completi e approfonditi sulla sua poetica, sulla sua visione del mondo, delle persone e della politica. E andrebbe letto, forse, in questo senso: come un invito a entrare in un’altra dimensione, una in cui il Miyazaki-pensiero viene costantemente ripreso, analizzato e messo in discussione.

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