È molto difficile essere Charli XCX, ma è ancora più difficile smettere di essere Charli XCX

Music, Fashion, Film, il suo nuovo disco, è un tentativo di liberarsi (finalmente) della brat in lei. Ma forse è impossibile, forse Charli XCX ha interpretato questo personaggio troppo a lungo e con troppo successo.

04 Agosto 2026

Il titolo che avrei voluto dare a questo pezzo è già stato preso da Hearing Things, con il loro articolo del 2025 How Much Charli XCX Is Too Much Charli XCX?. Ma già un anno prima, il primo agosto 2024, ce lo chiedevamo anche noi: La Brat Summer ci ha già stufato? Ora, dopo il remix album, il tour nei palazzetti, il film “autobiografico”, una colonna sonora, una quantità di ruoli cinematografici e l’uscita del nuovo album Music, Fashion, Film, quella domanda ha tutto un altro peso. Quindi: quanta Charli XCX è troppa Charli XCX?

La prima morte ufficiale di Brat è stata annunciata da Pitchfork meno di due mesi dopo l’uscita dell’album, quando il famigerato tweet di Charli “kamala IS brat” ha catalizzato il già iniziato processo di cannibalizzazione del trend. Il team di Kamala Harris si appropriò del verde acido e del font ormai inconfondibili, applicandoli agli header dei social con la scritta “welcome to kamala hq”. Poi arrivarono il Partito dei Verdi d’Inghilterra e del Galles, il sindaco di Londra Sadiq Khan, i panel televisivi che provavano a spiegare il fenomeno ai boomer – mentre su Fox News una commentatrice sbraitava che: «Non abbiamo bisogno di una brat in questo momento. Il confine è aperto. L’inflazione è alle stelle. Il prezzo della benzina è raddoppiato. Le brat hanno fatto questo». E poi, inevitabilmente, i brand. Nel giro di poche settimane la Brat Summer, da codice da ragazzaccia caotica ed emotiva, era diventata una grafica per chiunque avesse bisogno di apparire giovane.

Ma quanto si può incolpare Charli per la fame di politici e corporation di sembrare hip e cool? Se un trend si espande a macchia d’olio, è prima di tutto un merito. Ma non si può nemmeno dire che Charli non abbia contribuito alla sua inflazione: il murale per selfie a Brooklyn, il bratgenerator, il merch, il cambio delle cover degli album precedenti in stile brat, la costante produzione di nuovi frammenti e micro-eventi. D’altronde già nella prima canzone di Brat, 360, affermava «I’m your fav reference». Lo diceva come provocazione, e ora è realtà: attenta a ciò che desideri, suppongo.

Se sei in cima, devi cadere

Autoconsapevole e volutamente scomoda com’è, Charli non ha mai fatto finta di non vedere l’incendio. Anzi, giocava col fuoco. In un TikTok del 2025 rifletteva: «È davvero difficile lasciar andare Brat e lasciar andare questa cosa che è così intrinsecamente me ed è diventata tutta la mia vita, sapete? Ho iniziato a pensare alla cultura, ai corsi e ricorsi e alla durata delle cose… sono anche interessata al rischio che viene dal restare troppo a lungo. Lo trovo piuttosto affascinante». La provocazione diventa ora quella di ostentare il suo nuovo potere e cavalcare il fastidio che genera: una postura maliziosa ma accattivante, molto in-character. In un’intervista a Vulture, Charli diceva sorniona: «A volte sei la principessa del popolo. E a volte sei il villain». Ma quella trasformazione funziona finché resta una scelta, o almeno finché sembra tale. Nella stessa intervista, Charli fa ascoltare un remix incompiuto di Sympathy is a knife, sull’idea che «se vieni considerata anche solo minimamente al top, devi cadere». Sa benissimo che la cultura pop costruisce il picco insieme al desiderio di vederlo crollare. «Non sono una cazzo di idiota. So come funziona questa roba», aggiunge.

Eppure poco dopo, quando parla dell’effetto del tweet su Kamala Harris, Charli passa alla difensiva in modo spiazzante. «Non sono, non sono mai stata, e non voglio essere un’artista politica», dice. «La mia musica non è politica». È una corsa in ritirata stonata. Dopo sboronate e retromarce, quella stessa intervista si chiude però con una presa di coscienza più sincera e sensata: «Sono molto consapevole del fatto che non puoi essere onnipresente per sempre», dice. «Per me questa è una di quelle situazioni ci si mette seduti e si sta a guardare mentre tutto va a fuoco». Ma Charli XCX non si è seduta. Ha continuato ad alimentare il suo nuovo status con una capacità produttiva impressionante, in tutti i campi possibili e immaginabili, prima di tornare a lavorare su un nuovo album. Ha registrato un altro album completo per Wuthering Heights di Emerald Fennell, ricevendo un’accoglienza tiepida, simile a quella che le era toccata con Crash, il che è peggio di una stroncatura per un’artista che vuole essere provocatoria come lei.

Poi è passata davanti alla cinepresa, ottenendo ruoli in ben nove film in uscita e diventando protagonista di The Moment, mockumentary che si incentra su un what if: cosa sarebbe successo se Charli avesse ceduto alle spinte del mercato e avesse protratto all’infinito la Brat Summer? Di nuovo dà prova di autoconsapevolezza critica, ma rendere tutto dichiaratamente una distopia iperbolica, per quanto sfumata con la realtà, implica che lei si consideri padrona del gioco, completamente in grado di governare la propria immagine in nome dell’integrità artistica. E implica che anche noi diamo per scontato che sia così. Ma quando hai calcato così tanto la viralità di un brand non è facile distaccarsene. Certo, colonne sonore e collaborazioni cinematografiche anche di livello, come quelle con Gregg Araki e Takashi Miike, sono tutt’altro che un vendersi. Anzi, segnano un distanziamento dalla ripetizione del verde acido. Ma la costante presenza online e la continua produzione di materiale, per quanto completamente legittimi, hanno creato una continuità con un periodo che l’intero mondo online e offline si rifiutava di far morire. È in questa traccia che si pone, purtroppo, anche il suo nuovo album, Music, Fashion, Film.

Un cambio di costume

Dopo due singoli, due b-side ad accompagnare ciascuno di quei singoli, una cover story su British Vogue in cui lasciava intendere di stare realizzando un album rock, e un post su Instagram in cui negava di averlo mai detto, Charli XCX ha finalmente fatto uscire il suo secondo album full-length del 2026, seguito ufficiale di Brat. Il pezzo su British Vogue apre con una sentenza: «Siamo venuti a seppellire Brat». Mentre gli Strokes virano sempre più lontano dal rock ruvido in bianco e nero di Is This It, ingozzandosi di Auto-Tune, Charli lo abbandona, afferra le chitarre e adotta il monocromo. Arrivano John Cale, Marc Jacobs e Martin Scorsese in copertina. Niente più font sgranato e Pantone 3507C, ma comunque un mood board. E, a giudicare dai singoli che hanno anticipato l’uscita del disco, Rock Music e SS26, le chitarre distorte non spostano dall’hyperpop di Brat, ma lo travestono. L’autoetichetta da rockstar è un gesto volutamente superficiale e sarcastico, condensato nel verso più discusso del primo singolo: «I think the dance floor is dead, so now we’re making rock music». Più che un cambio di genere, sembra un cambio di costumi. E anche questo è molto Charli XCX: non cercare l’autenticità del rock, ma usarne i codici come materiale scenico.

Il nuovo album promette uno stacco, se non musicale almeno estetico, e nel caso di Brat l’estetica vale quanto la musica. D’altronde, Charli stessa ha recentemente detto a British Vogue: «Mi sento una viziata a dire una cosa del genere, ma non c’è molto nella musica che ancora riesce a elettrizzarmi». Ma è passato troppo poco tempo, e non c’è stato abbastanza respiro, perché questo sembri già un nuovo momento. Inoltre, nel suo volersi discostare da Brat, Music, Fashion, Film lo fa con una tale insistenza, e con una forma ancora così simile, da finire per sembrarne un’appendice: il suo negativo fotografico, l’anti-Brat che, proprio perché nasce per opporsi a Brat, continua a dipenderne.

Non per sembrare il bimbo di Ye che non sono più, ma il migliore precedente ce lo offre proprio lui: quando dopo il successo egemonico del rifinitissimo, glorioso, corale My Beautiful Dark Twisted Fantasy, si procurò la ferita autoinflitta del brutale e grezzo Yeezus, proprio per alienare il suo nuovo pubblico e fargli capire da subito che non sarebbe stato al loro gioco. Il taglio fu così brusco e totale che ci vollero anni prima che Yeezus venisse riconosciuto come il capolavoro che è. Ma da subito, anche in negativo, fu un’entità del tutto aliena a MBDTF. Charli sembra condividere il senso di un’operazione simile. Lo ha detto perfettamente: «Non voglio sentirmi al sicuro nelle mani dei musicisti che ammiro, voglio sentirmi tipo: cazzo, non so cosa stanno per fare». Però non credo sia questo il modo in cui il pubblico si sente nei confronti di Charli XCX in questo momento.

Dopo il primo appuntamento

Questo nuovo capitolo, e Charli con esso, come verrà percepito rispetto alla legacy Brat? Credo che verrà trascinato a terra dalla stessa. Non è un giudizio vero e proprio su Music, Fashion, Film, che ovviamente per molti, fan e non fan di Charli, sarà magnifico. D’altronde, è una musicista troppo talentuosa e una personalità troppo brillante, e troppo capace nel suo mestiere, per fare un album mediocre.

Però il bello di Brat non era soltanto il contenuto musicale. Era la forza con cui rompeva rispetto al panorama e imponeva Charli XCX, fino ad allora oscillante tra la fandom di nicchia e il pop di successo ma generico, come voce innegabile sulla scena. Quella forza, per definizione, non può ripetersi. Ora Charli non fa parte di quella scena, ne è il centro. Il suo stile è già consolidato. E funziona, quindi perché non mantenerlo? Ma sembra voler fingere di liberarsene, per emulare la forza di Brat. In Rock Music canta: «Yeah, maybe jump off the stage / I hope they catch you today / But if they don’t, it’s okay». Ma per quanto è amata e prolifica al momento, ce ne vuole a rendere credibile il rischio di cadere dal palco. Nell’intervista a Vulture, Charli parlava del proprio obiettivo come del tentativo di «coltivare il desiderio», inteso come «questa sensazione di “dovevi esserci”, o come, più terra terra, “se non scopi al primo appuntamento, non vorranno scoparti, capisci?”. Ecco, lasciando cadere per un secondo ogni cautela giornalistica, noiosa e non-brat: al primo appuntamento ci siamo stati. Abbiamo scopato. È stato memorabile. E ora?

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