Leggere Tutti i sognatori fa capire che la Resistenza è davvero di tutti

Uscito nel 1999 e tornato in libreria quest'anno, il romanzo di Filippo Tuena è un racconto della Resistenza come ribellione personale, come istinto di sopravvivenza che andava oltre ideologie e partiti.

25 Aprile 2024

In Tutti i sognatori di Filippo Tuena ci sono due frasi originali, che mi confondono. Stanno all’inizio del capitolo “Inventare un problema è più stimolante che risolverlo”, una attaccata all’altra come uno schiaffo dato prima con il palmo e poi, subito dopo, di nuovo con il dorso della mano. La prima è questa: «Gli esiti di differenti atti di ribellione convergono verso un fine comune». La seconda è: «Le motivazioni di chi si ribella sono sempre personali». Mi confondono, queste frasi, perché dicono la verità. E, dicendo la verità, riducono il mito della Resistenza che mi sono costruito negli anni a quello che è: una delle interpretazioni possibili della stessa storia. C’è la mia interpretazione, che poi è l’interpretazione di moltissimi: la Resistenza come momento trasformativo dell’identità nazionale, come rito collettivo attraverso il quale un popolo si è salvato dal tiranno, dall’invasore e da se stesso. La Resistenza quindi delle brigate partigiane e dei nomi di battaglia, acque nelle quali si sono diluite le identità individuali esistite fino a quel momento, fino a sciogliersi in appartenenze nuove – ideologiche, partitiche – che avrebbero liberato l’Italia dalle macerie del fascismo con la forza che solo i tanti possono esercitare e che gli individui da soli non potranno mai possedere. Un mito sì tragico, certamente eroico, ma soprattutto nazionale, fondazione e fondamenta della Repubblica.

C’è poi l’interpretazione della storia che Tuena racconta in Tutti i sognatori: quella che vuole la Resistenza come somma di questioni private, la Resistenza di Nino Pedretti che nelle sue poesie raccontava i ragazzi ai quali il fascismo aveva tolto la felicità pure di «dormire nel fienile, con una ragazza» e quella del Negus di Fenoglio che tra sé e sé mormora che «questo mondo è fatto per viverci in pace». La Resistenza fatta non solo dai partigiani, che già con il loro nome fanno capire di appartenere a qualcosa che è più di se stessi: la propria parte, appunto. La Resistenza fatta anche dai semplici ribelli, dai quasi lupi solitari, come li chiameremmo oggi: individui così personalmente offesi dalla dittatura fascista prima e dall’occupazione nazista poi che quasi sono stati costretti al «differente atto di ribellione», contro il loro istinto di sopravvivenza e desiderio di autoconservazione, senza convinzioni ideologiche e appartenenze partitiche a riempire la voragine aperta dal terrore. In Tutti i sognatori Tuena racconta questi ribelli, gli altri ribelli: quelli che non hanno imbracciato il fucile e camminato con le scarpe rotte, quelli che sono rimasti nelle città e ogni giorno hanno continuato a indossare il completo elegante. Quelli che all’inizio speravano che la guerra sarebbe rimasta una questione altrui, pubblica o privata che fosse. I protagonisti di Tutti i sognatori sono i membri di una famiglia allargata della buona borghesia romana, antiquari di professione, italiani e svizzeri, cattolici ed ebrei, vissuti bene nel Ventennio grazie a quel tiepido fascismo che bastava e avanzava a far contenti i fascisti. Un tiepido fascismo che i membri della famiglia allargata interpretano – giustificano – come una forma di neutralità, distribuendo a tutti il privilegio che la cittadinanza svizzera concede solo ad alcuni di loro.

Tuena ha raccontato che per lui Tutti i sognatori è stato un romanzo di transizione, una concessione alla cosiddetta faction – fatti raccontati come finzione, come si legge nei tanti inserti “burocratici” e storiografici che interrompono e ampliano il romanzo – la realizzazione di un desiderio che aveva coltivato sin da quando aveva capito di voler fare lo scrittore: raccontare la Roma che è esistita subito prima dell’armistizio e subito dopo l’istituzione della Città aperta, «e ricreare nel lettore la passione che mi prendeva quando mamma o papà parlavano di quel periodo. Credo che la mia vena di narratore sia nata proprio in quei momenti: mentre ascoltavo racconti del tempo di guerra». Tuena parla di tempo di guerra non a caso: Tutti i sognatori è un romanzo che racconta l’inevitabilità della guerra e l’illusione della neutralità, anche dentro i confini di un luogo che si voleva “a parte” rispetto a tutti gli altri teatri di guerra, persino per una famiglia che poteva ripararsi dal conflitto appendendo alla porta di casa la croce elvetica che segnalava la neutralità delle persone che in quella casa vivevano ma soprattutto l’inviolabilità della stessa per quelli che combattevano fuori dall’uscio. Ma la Città aperta è anche il ghetto ebraico rastrellato dai nazisti e le Fosse ardeatine riempite di cadaveri e le torture degli aguzzini della Gestapo nelle stanze di via Tasso, è il luogo in cui nemico è anche il vicino, allo stesso tempo dentro e fuori la porta.

In uno dei momenti più tesi e sorprendenti del romanzo, un ufficiale della Wehrmacht si presenta alla porta della famiglia Bellingardi – protagonista della storia – e di fronte all’insistenza con la quale gli viene ricordato che deve rimanere fuori dall’uscio perché la croce elvetica attaccata alla porta segna il confine invalicabile di un nazione neutrale, lui, l’ufficiale, si limita a dire che può sempre tornare munito di “regolare” mandato emesso dalla Gestapo. È una delle tante scene che Tuena usa per dimostrare il punto: una dittatura non rispetta i confini e non riconosce i simboli, ed è per questo che alla fine, alla lunga, chiama tutti all’atto di ribellione, per quanto differenti possano essere questi atti e per quanto casuale possa essere il modo in cui confluiscono in una stessa causa. Perché l’ultimo confine che la dittatura vuole superare è quello del corpo stesso, dell’individualità. La ribellione chiama alla fine, alla lunga, persino personaggi come Luca, antiquario spietato e uomo di successo, che ha costruito la sua fortuna sulle disgrazie altrui, sul vizio del gioco e gli eccessi alcolici di principi disgraziati della nobiltà romana. «Poiché quello che gli stava a cuore era il bello, l’arte, l’armonia, lo scontro con gli oppressori avvenne proprio su questo campo. Essi gli negavano quel che lui amava. Si sentì minacciato, privato di qualcosa che intimamente credeva gli appartenesse. Si sentì vittima di un’ingiustizia e così, pur restio agli schieramenti, ad appartenenze, si trovò a combattere ferocemente contro chi considerava un nemico personale», così Tuena racconta la ribellione di Luca, che all’improvviso si mette ad ammazzare i nazisti che camminano pomposi per le vie di Roma nelle loro uniformi e i fascisti che hanno ancora il coraggio di mettere la “cimicetta” sul bavero della giacca.

Tutti i sognatori è uscito nel 1999 ed è tornato in libreria a febbraio di questo anno, arricchito da fotografie vecchie inserite dall’editore Nottetempo e dettagli nuovi lasciati da Tuena. Rileggendolo, mi sono chiesto se non siano proprio queste le storie da raccontare per proteggere il mito della Resistenza dagli attacchi meschini, vigliacchi, falsificatori di reazionari e revisionisti, che vogliono ridurre tutti quegli atti di personale ribellione alle convinzioni politiche di alcuni di quelli che li hanno eseguiti (poche cose mi disgustano come il tentativo, in corso da anni, di riscrittura della Resistenza italiana come operazione estera dell’Unione sovietica, come il progetto di sostituire una dittatura con un’altra tentato da una banda di bolscevichi fanatici). Tutti i sognatori è un romanzo che si aggiunge a arricchisce quello scrigno del tesoro che è la letteratura italiana ispirata dalla Resistenza, la prova che questo è davvero il mito onnicomprensivo (e quindi sì, fondativo) che può tenere tutto dentro di sé andando anche oltre lo spazio-tempo, oltre quell’Italia di quegli anni. Da un raffinatissimo teorico politico come il Lussu di Teoria dell’insurrezione a un poeta come il Quasimodo del Falso e vero verde, passando per i romanzi uguali e contrari di Beppe Fenoglio e Renata Viganò ed Elio Vittorini, per le fantasie favolistiche del Sentiero dei nidi di ragno di Calvino e la freddezza della Casa in collina di Pavese («E dei caduti che facciamo? Perché sono morti? – Io non saprei cosa rispondere. Non adesso, almeno. Né mi pare che gli altri lo sappiano. Forse lo sanno unicamente i morti, e soltanto per loro la guerra è finita davvero») e i diari spietati di Ada Gobetti, tutti questi atti di ribellione personale costruiscono il mito della Resistenza, che come ogni storia vive tante volte (daccapo, di più) quante sono le versioni diverse che di essa si possono raccontare.

Rileggendo Tutti i sognatori, mi sono chiesto quanti oggi ancora capiscano che la Resistenza è esistita non soltanto per il sol dell’avvenire ma anche per quello del presente. «Che potete fare, voi che amate il bello? Distruggere quello che lo offusca. Non c’è altro da fare, nessuna alternativa», scrive Tuena per mostrare come la lotta partigiana sia stata anche una storia di disperazione, di possibilità che finivano, di tempo che si esauriva, di sopravvivenza davanti a una minaccia esistenziale. Di tutta la letteratura meravigliosa che la Resistenza ci ha regalato, e di cui Tutti i sognatori è parte sempre più rilevante man mano che il revisionismo avanza, questo romanzo di Tuena mi ha fatto venire in mente Il dizionario del partigiano anonimo, parte dell’antologia Storie della Resistenza pubblicata da Sellerio nel 2013, testimonianza di un ribelle anonimo che stilò una lista di parole per raccontare la Resistenza di quelli che combattevano solo perché volevano che arrivasse «l’ultimo giorno di questa storia». Un giorno questo partigiano decide di parlare del grano, e scrive: «C’è stato un giorno, indimenticabile, in cui ci siamo rivoltati sulla schiena, abbiamo osservato le spighe, i fiordalisi, i papaveri che tremavano alla brezza estiva e ci siamo accorti che continuavamo a vivere». La Resistenza, alla fine, è stata questo: la ribellione di quelli che volevano continuare a vivere.

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