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In Giappone sono tutti indignati per lo scandalo del “cartello del gelato”, cioè di un gruppo di aziende che si sono messe d’accordo per aumentare continuamente il prezzo del gelato Aumenti di 6 centesimi alla volta ma frequentissimi e che non avevano nulla a che fare con l'aumento del prezzo delle materie prime. Finché non se ne è accorta l'Antitrust.
Se volete trasformare casa vostra in uno spazio liminale, A24 ha fatto la carta da parati di Backrooms E costa anche relativamente poco: 60 dollari a rotolo. Una cifra accettabile per trasformare un ambiente di casa in un incubo.
La Nazionale francese ha deciso che dopo ogni gol che segna al Mondiale nello stadio deve partire One More Time dei Daft Punk a tutto volume In questa edizione del Mondiale tutte le Nazionali hanno dovuto scegliere un "inno da gol". C'è anche una playlist ufficiale che li raccoglie tutti.
Tra le opere meno conosciute di David Hockney ci sono delle bellissime illustrazioni che fece per le sue fiabe preferite dei fratelli Grimm Le realizzò nel 1969 e le tavolo vennero raccolte tutte in un volume, pubblicato un anno dopo, intitolato Six Fairy Tales from the Brothers Grimm.
A causa della crisi climatica è morto l’albero più famoso del mondo, la vecchia quercia della foresta di Sherwood La quercia, che cresceva da almeno mille anni, quest’anno non ha prodotto nessuna foglia a causa delle sempre più frequenti ondate di calore e degli eccessivi interventi umani.

1917 è come un videogioco ma è bello proprio per questo

L'opera di Sam Mendes è un oggetto misterioso, un film di guerra senza onanismi sull’atrocità della guerra, con una grossa dose di adrenalina.

18 Febbraio 2020

Dev’essere andata più o meno così. Un bel giorno, Sam Mendes ha convocato il suo staff per comunicare che si cominciava un nuovo film. Su cosa, gli avranno verosimilmente chiesto loro. Lui: non su quello che vorrebbe l’Academy. Quindi niente transizioni sessuali tribolate? No. Niente forme inedite di discriminazione razziale? No. Nessuna denuncia di subdole appropriazioni culturali? Neanche. Ma un po’ di class revenge? Negativo, ci ha già pensato un coreano. Ma insomma Sam, di cosa diavolo parla ‘sto film? Di Fidippide, deve aver risposto Mendes, se sapete chi è. Solo, sulla Somme. E mentre lo staff googlava “Fidippide” (e probabilmente anche “Somme”), Mendes scendeva nel dettaglio. Sarà un film di guerra, ma senza onanismi sull’atrocità della medesima. Senza niente, per la verità, un film e basta – cioè 1917, l’oggetto abbastanza misterioso poi arrivato in sala, e che si appresta a uscirne senza aver lasciato cicatrici troppo visibili su quanto resta dell’immaginario collettivo.

Non era, del resto, l’intenzione profonda di Mendes – che peraltro non si capisce subito quale fosse. In sostanza, il film è un lungo piano sequenza su una corsa campestre in condizioni estreme – nel senso che il protagonista la affronta in divisa, e al di là del filo immaginario, anziché contadini col fazzoletto annodato in testa, ci sono Krauti sparatutto, anche piuttosto pericolosi. Con una certa scaltrezza pubblicitaria Mendes, in fase di lancio, ha molto insistito sul lato virtuosistico del progetto, che in effetti ha strappato vari spettatori alla poltrona di casa. E ha ottenuto due risultati di un certo rilievo. Il primo è stato collocare subito il film nella nobile tradizione che da Rope arriva a Victoria (anche se, dal punto di vista del corredo genetico, 1917 ricorda soprattutto Lola Corre); il secondo, non promettere nulla al di là di quanto era sicuro di poter garantire, cioè una robusta dose di adrenalina.

Robusta o modica dipende dai gusti, ma una certa dose di adrenalina nel film c’è. Secondo la critica con la C maiuscola, che sul film ha infierito, si tratta delle stesse scariche garantite dai videogame, cui il film si ispirerebbe. Fossi Mendes, lo prenderei come un complimento: a rubare qualcosa alla quinta dimensione del digitale il cinema prova dai tempi di Un sogno lungo un giorno, ma finora si era trattato di borseggi piuttosto goffi. A parte questo, l’accostamento ha un senso solo su un piano strutturale: il film si appoggerà anche sulla metrica della consolle, ma in realtà la usa per raggiungere un luogo altrimenti assai impervio. Quale, lo si intuisce abbastanza per tempo, quando cioè i due protagonisti, durante una pausa fra le rovine di una casa colonica, si vedono piombare addosso un Fokker. A memoria, l’ultimo scontro del genere fra un aereo e un essere umano si era visto in Intrigo internazionale: cioè in un film geometrico e freddo almeno quanto questo, e che come questo tentava di raccontare, attraverso un plot ad altissimo grado di improbabilità, i meccanismi del sogno.

Sì, nel bene e nel male Mendes è come se dicesse, ho sognato una guerra, ma non era veramente una guerra: eccetera eccetera. Una premessa minacciosa nella vita quotidiana, ma che al cinema può anche funzionare. E stavolta di fatto funziona, nonostante – o grazie a – alcune azioni di disturbo piuttosto geniali. Facendosi largo fra le centinaia di comparse che impersonano la truppa, in sei o sette circostanze il protagonista si ritrova a dover conferire con ufficiali, che in tutti i sei o sette casi sono invece star conclamate – per cui lo spettatore dà inevitabilmente di gomito al vicino: «Oh guarda, Colin Firth; ma pensa, Mark Strong; accidenti, Cumberbatch». E così via. Poi sul finale, proprio mentre uno comincia a credere che dopotutto quella guerra è veramente una guerra, e forse addirittura la Prima, arriva il colpo di scena, squisitamente visivo. Al termine di una lunga e movimentata notte, infatti, il nostro Fidippide è approdato alla prima linea, quindi tutti crediamo di sapere cosa aspettarci, dal fonte delle Fiandre: pioggia, fango, gelo, tronchi anneriti, cadaveri. Manco per niente: l’ultima tappa della corsa ha per teatro una trincea immacolata, scavata in una magnifica, quanto incongrua, distesa di sabbia bianca: sotto un cielo di smalto. Da qualche parte, in quella scena, c’è quello che Mendes voleva dire, o almeno il posto dove voleva portare, insieme a Fidippide, anche noi. E dove indubbiamente è riuscito a portarci.

Il resto è noto. Avendo nelle edizioni precedenti premiato ogni trattazione esistente di ogni possibile disagio psicofisico, l’Academy si è rivolta all’ultimo disponibile su piazza, quello degli infelici di lingua madre non inglese – peraltro, premiando un film per tre quarti molto bello. La decisione ha suscitato un prevedibile cancan sul tramonto dell’Impero americano, con commenti piuttosto sgangherati già in loco, e apertamente comici nel loro riverbero italiano. Ma intanto, intascato qualche contentino minore, 1917 è rimasto dove il suo autore probabilmente voleva – sotto lo schermo dei radar. È a quella quota che volano i film in cui il cinema riflette su sé stesso: e non è detto che da quella quota, magari molto tempo dopo la loro uscita, non scendano all’improvviso verso di noi.

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