Polemiche ↓
18:09 sabato 11 aprile 2026
Il presidente del Nepal Balen Shah, che è un ex rapper, ha scelto come suo Ministro degli Interni Sudan Gurung, che è un ex dj E il suo primo provvedimento è stato ordinare l'arresto del suo predecessore, liberato solo dopo 12 giorni di prigione e interrogatori.
Per la prima volta Kill Bill 1 e 2 tornano al cinema ma stavolta come un unico film lungo 281 minuti, senza tagli e con tante scene inedite Questa nuova versione si intitola Kill Bill: The Whole Bloody Affair e arriverà al cinema per una settimana soltanto, dal 28 maggio al 3 giugno.
Sabina Guzzanti ha pubblicato su YouTube il suo documentario sul centro sociale Spin Time di Roma Il film è uscito nel 2021, ma Guzzanti lo ha pubblicato adesso online perché vuole «far conoscere questa realtà prima che sia troppo tardi», cioè prima che arrivi lo sgombero.
Nei suoi primi 100 giorni da sindaco di New York, Mamdani ha fatto una cosa meglio di tutti i suoi predecessori: aggiustare le buche per strada Il sindaco ha appena sigillato la centomillesima buca della sua amministrazione, un traguardo raggiunto nei cento giorni dall'insediamento. E di cui va molto fiero.
I Nine Inch Nails hanno annunciato un nuovo album che uscirà tra neanche una settimana Si intitola Nine Inch Noize, uscirà il 17 aprile ed è l'ufficializzazione del trio Trent Reznor, Atticus Ross e Alexander Ridha, in arte Boys Noize.
Stefano Gabbana lascia la presidenza di Dolce&Gabbana In una nota riportata oggi si specifica che la scelta del co-fondatore del brand nato nel 1985 non avrà però alcun impatto sul suo contributo creativo al gruppo.
Una ricercatrice è riuscita a completare la prima mappa dei nervi del clitoride E grazie a questa mappa si è scoperto che le informazioni che avevamo sul clitoride non solo erano pochissime ma in molti casi anche sbagliate.
Il governo pakistano si è inventato due giorni di festa nazionale per svuotare Islamabad ed evitare disordini durante il negoziato tra Usa e Iran La capitale al momento è deserta: per strada non c'è quasi nessuno, ci sono poliziotti e soldati ovunque, in attesa dell'arrivo delle delegazioni di Usa e Iran.

La sindrome del 10%

In "Economia della Celebrità" Carlo Strenger spiega come mai a Zuccotti Park ci sono anche i ricchi

14 Novembre 2011

Mark Twain diceva che la statistica è una forma di menzogna. E sotto alcuni aspetti aveva pure ragione – il famoso “se tu mangi due polli e io digiuno in media mangiamo un pollo a testa” non fa una piega – ma è pur vero che, quando si vuole capire un fenomeno diffuso e complesso, i numeri aiutano. Così, incuriosita dal fenomeno Occupy Wall Street, ho cominciato a cercare statistiche sui manifestanti di Zuccotti Park. Ne ho trovato uno secondo cui oltre circa il 30% guadagna oltre 50 mila dollari l’anno: nello specifico, il 15% guadagna tra i 50 e i 75 mila, il 13% più di 75 mila, e il 2% più di 150 mila, il che fa di questi ultimi parte integrante del 10% più privilegiato d’America.

Qualcuno avrà pensato: ma che diritto hanno di lamentarsi? Io invece ho pensato a due cose: la prime era una vecchia vignetta del New Yorker, in cui lui diceva a lei: “cara, tra di noi non può funzionare, proveniamo dagli estremi opposti della classe medio-alta”; la seconda è un libro che avevo letto poco prima dei fatti di Zuccotti Park: Economia della Celebrità, Il terrore dell’invisibilità nell’era di Facebook, uscito in settembre per i tipi di Rizzoli.

Si tratta di un saggio di Carlo Strenger, commentatore politico per vocazione (è una delle firme di punta di Haaretz, talvolta definito come il quotidiano più influente del Medio Oriente), psicanalista di professione (presiede il dipartimento di psicologia clinica dell’università di Tel Aviv), svizzero di nascita e israeliano per adozione. Il saggio di per sé offre letteratura psicologico-esistenziale dell’economia globale, ma diversi passaggi sono dedicati al “nuovo divario tra ricchi e ricchi” e a un fenomeno già descritto da Forbes come il “sordido rancore dei ricchi nei confronti dei super ricchi.”

Capirete come, quando ho saputo che tra gli indignati scesi in piazza contro il top 1% c’era anche una discreta rappresentanza del top 10%, mi sia suonato un campanello. (Nota: ho perfettamente presente che tra OWS ci siano anche molti poveri e disoccupati, ma non è di questo che voglio parlavi oggi). Ho chiamato Strenger su Skype.

Pur essendo stato pubblicato in inglese lo scorso gennaio, il suo libro anticipa – seppure in chiave critica – molti temi alla base della protesta a Zuccotti Park. Se l’aspettava?
Diciamo che la cosa che mi ha stupito di più del movimento Occupy Wall Street è che non sia esploso prima.

Il risentimento dei ricchi nei confronti dei “più ricchi” è un tema ricorrente. Cosa nei pensa di chi, pur appartenendo alla fascia alta e medio-alta, sta protestando contro la disparità tra ricchi e poveri?
Sarebbe molto facile liquidare questo fenomeno con un “ma cosa vogliono questi qui.” Però quando un fenomeno è così diffuso – e io credo che l’insoddisfazione nelle classi medio-alte lo sia – non può essere ignorato e la mia formazione mi impone di domandarmi quali siano le cause più profonde, senza necessariamente dare giudizi. In altre parole capire perché frustrazione e risentimento siano così diffusi non tanto, o almeno non solo, tra chi “non ce l’ha fatta,” ma piuttosto tra chi “ce l’ha quasi fatta.”

Non crede che, sotto alcuni aspetti, OWS abbia più a che fare con una questione di frustrazione che con l’economia vera e propria?
Certo, a mio avviso la frustrazione è una componente importantissima del movimento. La sensazione di essere stati presi in giro da più parti: da un lato la perdita di status sociale e di “significato” della classe istruita – banalmente, professori, medici e avvocati non godono più del rispetto di cui godevano una volta – dall’altro lato, la percezione di essere truffati da un sistema economico che ha bruciato i loro risparmi nel giro di una stagione.

Lei ha esplorato a fondo il rapporto tra ricchezza e autostima.
Partiamo dai fondamentali. Ogni gruppo di animali si organizza in gerarchie e noi siamo geneticamente strutturati per risalire il più possibile questa gerarchia, quindi a misurarci con i nostri simili. Anche se in realtà l’autostima non una conseguenza automatica dello sconfiggere qualcuno in uno scontro diretto, ma ha piuttosto a che fare col misurare i risultati ottenuti rispetto a un’intera cultura.
Un tempo il quadro di riferimento rispetto a cui misurare i propri risultati era abbastanza ridotto – in genere, la propria città – ma naturalmente con la globalizzazione questo quadro si è molto allargato. Di conseguenza ha assunto un’importanza maggiore la necessità di quantificare in termini numerici i nostri risultati. E che cosa c’è di più immediatamente quantificabile del denaro? Un ulteriore sfogo a questa necessità di quantificazione è rappresentato dai social media, che ci permettono di contare, numeri alla mano, i nostri “contatti,” dai follower di Twitter agli amici di Facebook.

Non mi starà dicendo che vuole addossare la frustrazione dei ragazzi di Zuccotti Park a Facebook e alla globalizzazione?
Macché. Sarebbe ridicolo, un po’ come prendersela con la Storia. L’invidia e la paura di essere insignificanti fanno parte della natura umana da sempre. Certo, avere a che fare con un quadro di riferimento più ampio rispetto a quello dei nostri nonni e genitori, unito al fatto di essere esposti a un numero maggiore di informazioni sui successi altrui, rendono la costruzione dell’autostima più difficile – ma questa è la realtà con cui bisogna imparare a convivere.

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