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Il politico più popolare in India in questo momento è uno scarafaggio leader del Partito degli Scarafaggi Tutto è iniziato un po' per presa in giro un po' per protesta, ma in nemmeno una settimana il Cockroach Janta Party ha superato su Instagram il Bharatiya Janata Party del Premier Modi.
Una ricerca ha dimostrato che le civiltà non crollano per le catastrofi ma perché iniziano a consumare troppo, che è proprio quello che sta succedendo alla nostra civiltà I ricercatori hanno precisato anche che i futuri in cui ci salviamo non sono impossibili, ma «richiedono condizioni che non vediamo sulla Terra di oggi».
Non poteva che essere Michael Bay il regista del film sull’operazione Epic Fury di Trump in Iran Per l'occasione, il regista ha rimesso assieme la squadra con cui girò 13 Hours, altro notevole esempio di moderno film di propaganda.
SS26, il nuovo singolo di Charli XCX, non è né rock né dance: è moda E anche apocalisse: «Yeah we’re walking on a runway that goes straight to hell», canta Charli nel secondo singolo estratto dal suo nuovo album.
La Corte internazionale di giustizia ha stabilito che da ora in poi il diritto allo sciopero è protetto dal diritto internazionale In particolare, è tutelato dal trattato sulla libertà di associazione del 1948 dell'Organizzazione internazionale del lavoro, firmato da 158 Paesi.
Nel mondo ci sono così pochi ingegneri e ricercatori AI che le aziende di Big Tech li stanno pagando come le superstar dello sport Secondo le stime ce ne sono solo un centinaio in tutto il mondo. E in Silicon Valley sono disposti a spendere qualsiasi cifra per accaparrarseli.

Haaretz

«Coscienza di Israele» (come dice il New Yorker) o testata di riferimento dei maschi bianchi cinquantenni? Ritratto critico di un grande giornale in crisi.

08 Ottobre 2012

Il New Yorker l’ha definita «la coscienza di Israele». In Italia è conosciuta prevalentemente per la rubrica tenuta su Internazionale da una sua giornalista, Amira Hass. Se chiedete a un analista dei media israeliano, vi risponderà che è il giornale di riferimento dei maschi bianchi cinquantenni. Haaretz – letteralmente “La Terra,” ma il titolo può essere tradotto anche come “Il Paese” – è prima di tutto una testata fedele al suo slogan: «Non è quello che credevi».

Il claim, lanciato alla fine degli anni Novanta, faceva parte di una campagna pubblicitaria volta ad acquisire lettori giovani, storicamente il punto debole del giornale: banchetti promozionali piazzati davanti a scuole superiori e università, chi si abbona per un anno riceve in omaggio una maglietta con la caricatura (nella foto), firmata dal popolare illustratore Hanoch Piven, di Aviv Geffen, la rockstar del momento. Lo scorso giugno, a più di dieci anni di distanza, Haaretz è tornata a corteggiare il pubblico giovane, ridisegnando il proprio inserto di cultura e lifestyle “Gallèria,” cambiando il formato da broadsheet a tabloid. Nel contempo ha anche rifatto il look al suo sito (Haaretz.com per l’edizione inglese, Haaretz.co.il per quella in ebraico), che prima ricordava vagamente il Guardian pre-2007 e adesso somiglia più al Washington Post contemporaneo.

Storico quotidiano della sinistra israeliana (ma dipende da che cosa si intende per “sinistra”), Haaretz è insieme la testata più odiata in patria e più rispettato all’estero. Raggiunge appena il 7,3% dei lettori di lingua ebraica, stando ai sondaggi TGI, equivalente israeliano dell’Audipress, contro il 43,3% di Yediot Ahronot, il quotidiano a pagamento più diffuso del Paese, e il 31,3% di Yisrael HaYom (“Israele Oggi”), nuovo free press conservatore, e il 13,1% del Maariv, un tempo acerrimo competitore di Yediot che però da qualche anno è in picchiata.

Nonostante i numeri ridotti, è oggetto di un dibattito continuo – in parte perché, ad oggi, è l’unica testata apertamente critica del governo di Gerusalemme, in parte perché, grazie alla sua edizione inglese online, è molto letta all’estero. I suoi detrattori lo descrivono come «un quotidiano filo-palestinese di lingua ebraica», il primo ministro Benyamin Netanyahu, citato da un giornalista conservatore, avrebbe dichiarato che Haaretz «imposta l’agenda della campagna anti-israeliana» (poi però ha smentito). «È un giornale piccolo ma molto rilevante, perché è letto da decision maker e soprattutto da molti altri giornalisti, che spesso impostano i loro articoli a partire da una notizia o da un’analisi lanciata da Haaretz», sintetizza Shuki Tausig, redattore di Ha’Ain HaShvit, testata israeliana (oggi online, un tempo aveva anche un’edizione cartacea) che si occupa di media e comunicazione.

Nel febbraio del 2011 il New Yorker ha dedicato al caso Haaretz un ampio pezzo firmato dal direttore David Remnick, a metà strada tra un’inchiesta sulla società israeliana letta attraverso la parabola del giornale e un reportage tra la redazione di un quotidiano che forse non ha un futuro. Haaretz è descritta come una testata progressista, odiata in patria perché “anti-israeliana” e apprezzata all’estero proprio per questo. Ma, soprattutto, come l’ultimo baluardo di una fetta di Israele – laica, progressista, occidentale – che sta scomparendo sotto l’avanzata del nazionalismo becero in cui la nazione si è arroccata dopo il collasso del processo di pace.

Remnick lo definisce «il quotidiano più progressista di Israele e senza dubbio la più influente istituzione di sinistra in un Paese che negli ultimi dieci anni si è spostato inesorabilmente a destra». Una creatura per le élite, che nonostante la crisi conclamata vanta ancora una discreta influenza internazionale: il direttore del New Yorker cita David Makovsky, l’ex corrispondente diplomatico di Haaretz che oggi lavora a Washington come notista politico, e che racconta: «Quando vado nel mondo arabo, la prima cosa che mi chiede ogni ministro degli Esteri è: “Ha visto Haaretz stamattina?” È da lì che arrivano tutte le notizie su Israele».

Remnick parla con il manager, con il direttore, e con due delle più controverse penne – ma non le più rappresentative – del quotidiano israeliano: Amira Hass, la corrispondente dai territori Palestinesi (che tuttavia non è più parte dello staff, bensì ora collabora come freelance), e l’editorialista Gideon Levy, tanto critico delle politiche israeliane da essere soprannominato dai suoi detrattori, come riferisce lo stesso Remnick, «il nipotino di Hitler». Con Hass e Levy discute dell’impietoso isolamento dei dissidenti – il titolo del pezzo, appunto, è “The Dissenters” – in una società che scivola sempre più in una «orgia di nazionalismo» e dove le critiche sono etichettate in automatico come tradimento: «Prima o poi tutti, nella redazione di Haaretz, finiscono per essere chiamati “nazisti”». Amira Hass, che vive in Cisgiordania, oramai rientra in Israele soltanto per andare dal dentista.

Tutto vero, ma la panoramica che ne esce rischia di essere un po’ fuorviante. Certo, Haaretz ha molti nemici, che lo accusano costantemente di essere anti-sionista, anti-Israele, o addirittura un covo di “self-hating Jews”: «È il solo quotidiano israeliano che vanta gruppi su Facebook creati ad hoc per invocarne la chiusura», dice Shuki Tausig. Ma, nonostante la percezione che si può avere chiacchierando con Gideon Levy (o leggendo i suoi editoriali), la linea del giornale non è affatto così “radicale”: Haaretz, per esempio, ha sostenuto gli interventi militari in Libano nel 2006 e a Gaza nell’inverno tra il 2008 e il 2009. Lo scorso 16 giugno, mentre in Egitto si eleggeva il presidente, il suo sito ha aperto con una dichiarazione da parte di una fonte anonima dell’esercito israeliano secondo cui i Fratelli Musulmani – il gruppo islamista che poi ha vinto le elezioni – sarebbero stati i mandanti del lancio di razzi palestinesi contro il Sud di Israele.

Non è raro che Haaretz lanci notizie su basi di dichiarazioni di fonti anonime delle Forze Armate o del Mossad, che poi vengono riprese da testate internazionale: «Difesa e sicurezza sono i punti forti del giornale, spesso è la prima cosa che i lettori vanno a vedere», dice Lisa Goldman, giornalista israelo-canadese che collaborava con Haaretz (sui pezzi sono comparsi anche sul Guardian e il New York Times), prima di fondare la sua rivista online, 972magazine. «Per il pubblico israeliano, di destra o di sinistra, le storie più interessanti sono quelle sulla sicurezza nazionale e conosco molti lettori di Haaretz che saltano a pie’ pari gli editoriali di Gideon Levy perché, anche dal punto di vista di un israeliano molto progressista, suonano come un disco rotto – ed è questo il problema principale dell’articolo del New Yorker: presentare Levy e Amira Hass come se fossero le penne di punta del giornale, mentre rappresentano una posizione drastica anche per gli standard di Haaretz».

La verità è che, su molti temi, Haaretz non è affatto così radicale – almeno, nell’accezione europea del termine – come alcuni commentatori internazionali invece tendono a pensare: ha sostenuto, come si diceva, le ultime due guerre di Israele, ha mantenuto una posizione tiepida nei confronti dei refusenik, gli obiettori di coscienza, non mette in dubbio l’identità di Israele come Stato ebraico. Il malinteso, sostiene Joel Schalit, autore del saggio Israel Vs Utopia, nasce da due fattori: in primo luogo l’edizione in inglese tende a essere più progressista di quella in ebraico, «perché si rivolge alla sensibilità della diaspora»; inoltre «per un europeo è difficile identificarla da un punto di vista ideologico», a causa della sua natura squisitamente israeliana. «È il giornale di riferimento per i sionisti che si vedono come liberali, di sinistra, o a metà strada tra questo continuum ideologico», conclude Schalit. «Haaretz è un periodico sionista».

L’emorragia di copie, probabilmente, dipende solo in parte dalla linea politica del giornale. «Haaretz è nato come il quotidiano della élite, solo che nel frattempo la élite è cambiata e non ha saputo inseguire questo cambiamento», sostiene Shuki Tausig. Il font è datato, il linguaggio lontano dall’ebraico che si parla nelle strade, articoli troppo lunghi e spesso autoreferenziali sono una parte del problema: «La recente riforma grafica è un chiaro tentativo di raggiungere nuovi lettori, ma per il momento Haaretz si rivolge a un pubblico di maschi bianchi cinquantenni». In Israele l’età media è 29 anni.

Dal numero 9 di Studio

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