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C’è un modo giusto per parlare dei nazisti?

CasaPound in tv, i neo-nazi sul New York Times. C'è il rischio di sdoganare gli estremisti, ma anche quello di ignorarli.

Se c’è un argomento di cui proprio non vorrei sentire parlare, sono i nazisti. Vorrei non sentirne parlare, certo, perché mi piacerebbe che i nazisti e i fascisti non esistessero più, o se non altro che le loro idee fossero ancora più marginali di quanto, evidentemente, non sono. Ogni volta che leggo e sento parlare di nazi-fascisti, poi, non riesco a non provare un certo disagio: non è che noi giornalisti finiamo, senza volerlo, per fare il loro gioco? Il rischio, viene da pensare, è doppio: dare visibilità o, peggio ancora, normalizzare. Più si parla di una cosa, più diventa reale. Più sentiamo parlare di qualcosa, più ci abituiamo ad essa e la consideriamo normale. Il problema è che l’alternativa non è affatto chiara: se decidiamo che dei nazisti non si deve parlare, che è meglio ignorarli, finiamo per censurare una realtà che, purtroppo, esiste, cosa che non renderebbe un buon servizio al pubblico. Senza contare che, anche qui, si rischia di fare il gioco degli estremisti: a furia di essere presi sotto gamba, possono agire indisturbati.

Ultimamente, i nazisti e i fascisti sono ovunque, sui media italiani e stranieri. Durante il fine settimana, ne abbiamo sentito parlare a causa della vicenda, sgradevole, che ha coinvolto i carabinieri di Firenze: una bandiera della Marina militare del Secondo Reich, vessillo oggi usato prevalentemente da gruppi neonazisti, era stata esposta in una caserma dell’arma. Il responsabile, una recluta ventenne, ora rischia provvedimenti disciplinari e la notizia è finita su tutti i giornali. Pochi giorni prima il vicepresidente di CasaPound, Simone Di Stefano, è stato ospite di Piazzapulita. È la seconda volta nel giro di un mese che Di Stefano compare nella trasmissione di Corrado Formigli su La7.

Di Stefano era stato invitato anche a inizio novembre e in quell’occasione il giornalista aveva anche motivato, in video, la decisione di dare spazio a un ospite così controverso: c’erano le elezioni a Ostia, dove CasaPound è passata dal 2 al 9 per cento e «in alcune zone di Ostia ha preso il 20», inoltre CasaPound è sospettata di legami con il clan malavitoso degli Spada coinvolto anche nella recente aggressione di un cronista della Rai. «Perché ospitiamo il leader di un partito fascista?», si è domandato. «Noi siamo giornalisti, invitiamo coloro che in questo momento sono una notizia». Dopo la seconda puntata, Formigli è tornato sull’argomento su Facebook: «Il mestiere di noi giornalisti non è a mio parere dare patenti di legittimità e democrazia ma mostrare la realtà e mettere i politici di fronte ad essa, pretendendo risposte». A ottobre c’era stato un acceso dibattito su quella che alcuni hanno visto come un’operazione di sdoganamento del gruppo neofascista, che aveva invitato alcuni importanti giornalisti, come Enrico Mentana e lo stesso Formigli, che hanno partecipato a un “confronto” nella sede romana di CasaPound Italia.

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Resta da chiedersi, allora, se sia davvero una buona idea dare questo spazio ai nazisti e ai fascisti, pubblicando le loro bravate sui giornali e invitandoli in Tv. Formalmente il ragionamento di Formigli non fa una grinza: un giornalista deve occuparsi di quello che succede, e in effetti quello che sta succedendo è che CasaPound ha una presa che prima non aveva. Però chiunque abbia a che fare con le notizie sa anche che c’è un codice non scritto secondo cui non tutti, anche quando sono coinvolti in un fatto d’interesse, hanno il diritto a dire la loro. Per esempio, la violenza sulle donne è certamente un problema in Italia, ma non per questo le trasmissioni Tv si sono riempite di interviste a mariti e fidanzati violenti. Pure la mafia e il terrorismo esistono, però non intervistiamo mafiosi e, salvo eccezioni, i terroristi. C’è anche una scuola di pensiero secondo cui, quando qualcuno fa qualcosa di molto brutto, sarebbe buona cosa concentrarsi sulle vittime, magari evitando addirittura di riportare i nomi dei carnefici sui giornali. Ne ha scritto, per esempio sul New York Times, la sociologa Zeynep Tufekci a proposito delle sparatorie di massa, come quella di Las Vegas: gli stragisti sono motivati anche dal desiderio di finire sui giornali, dunque meglio non dargli la soddisfazione, magari con la speranza di dissuadere i futuri emulatori. E se applicassimo la stessa logica a quelli che sventolano le bandiere naziste allo stadio o le appendono in caserma?

La differenza, però, è che i neonazisti e i neofascisti sono anche un fenomeno politico. A differenza degli stragisti, riscuotono un certo consenso che non possiamo ignorare (ho l’impressione che anche i “mariti violenti” ne riscuotano, ma questa è un’altra storia). A differenza dei mafiosi e dei terroristi, operano sempre più in una zona grigia, non del tutto illegale, e alla luce del sole: le leggi Mancino e Scelba si sono rivelata piuttosto facili da aggirare. È gente che si candida e che è votata, gente dalle idee odiose che però riflettono una tendenza, ahimé, meno minoritaria di quanto non pensiamo: secondo un sondaggio di qualche mese fa il 17 per cento degli italiani vorrebbe una dittatura militare, e le altre democrazie non sono messe meglio. La domanda, allora, non è se è giusto parlare dei e con i fascisti, ma qual è il modo giusto di parlare con loro. Su questo, c’è stato un dibattito interessante negli Stati Uniti.

Tutto è nato dal ritratto di un “nazista della porta accanto” pubblicato sul New York Times del 25 novembre. L’autore, Richard Fausset, aveva incontrato un venticinquenne dell’Ohio, un tipo tranquillo, con una vita normale, una moglie due gatti e un lavoro, che però era anche, beh, un nazista e non se ne vergognava affatto. Non c’era nessuna storia di povertà o emarginazione, o di indottrinamento da parte della famiglia. Il ritratto finiva lì senza trarre conclusione alcuna e in molti l’hanno accusata di avere “normalizzato” il nazismo. Si è alzato un bel polverone. A me, più che altro, è sembrato un po’ inconcludente: non si capiva qual era il punto. Anche alcune delle critiche mi sono sembrate un po’ fini a se stesse, un classico esempio di indignazione facile. Però da tutto quel polverone sono emersi due spunti interessanti. Il primo dallo stesso Fausset, che ha scritto una spiegazione sul perché ha profilato quel nazista, il secondo da The New Republic, una riflessione sul significato dei ritratti giornalistici.

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Fausset racconta che la decisione di scrivere quel profilo nasceva da una domanda: «Perché quest’uomo, una persona normale, socialmente inserito e cresciuto nella classe media, gravita verso l’estremo della politica?». Si tratta di una domanda calzante – come può una persona normale diventare nazista – che rimanda peraltro a un passato, che talvolta tendiamo a dimenticare, in cui un sacco di persone normali erano naziste. Per stessa ammissione di Fausset, quella domanda non ha trovato alcuna risposta. Il Nyt ha scelto di pubblicare lo stesso l’articolo: «A volte un’anima e la sua forma restano oscure a chi scrive e chi legge». Avrebbe potuto presentarlo per quello che era, originariamente, cioè un ritratto nato da una domanda cui non s’era trovata una risposta. Invece, e qui sta il problema, il Nyt ha scelto di cancellare la domanda, di lasciarla nel non-detto, e il risultato è stato un articolo “monco”, una cosa che sembrava fine a se stessa: to’, ho incontrato un tizio simpatico che però, sapete, era pure un po’ nazi.

Ora, i ritratti nella tradizione anglosassone rientrano, come ricorda The New Republic, in tre categorie: si può raccontare qualcuno per “lasciare che s’impicchi da solo”, cioè per fare che le sue parole mostrino, da sole, quanto siano problematiche; c’è lo stile aneddotico, quello di Gay Talese, che fa delle piccole cose, del quotidiano un’opera letteraria; e c’è lo stile analitico, quello che parte da un individuo per riflettere o trarre conclusioni su un contesto più ampio. Fausset avrebbe voluto fare un profilo del terzo tipo, però qualcosa nel processo è andato storto e così ha preso la scorciatoia, l’ha trasformato in uno del primo tipo, “lascia che il soggetto s’impicchi da solo”. Il problema è che i nazisti, specie i nazisti della porta accanto, non s’impiccano da soli: sono bravissimi a sembrare simpatici. La lezione che ne trae Tnr è che non bisogna commettere la leggerezza di pensare che le parole degli estremisti parlino da sole. La lezione che ne traggo io è anche un’altra. Ogni volta che parliamo di nazisti e fascisti dobbiamo fare tutto il possibile per avere le idee ben chiare, di sapere bene che cosa vogliamo dire e perché lo vogliamo dire. Non possiamo permetterci scorciatoie retoriche, non possiamo lasciare le domande che ci poniamo nel sottotesto. Le uniche armi che abbiamo sono la chiarezza e l’onestà intellettuale.

Foto Getty
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