In Italia ci stiamo ridicolmente pentendo di un woke che non abbiamo mai capito né praticato (purtroppo)

Il dibattito di questi giorni, le abiure, i distinguo, gli "io l'ho sempre detto", presuppone che qui ci sia stato qualcosa di cui pentirsi. Ma non c'è stato, ci siamo limitati a tradurre un discorso che riguardava altri e avveniva altrove. A tradurlo male, anche.

26 Agosto 2026

Nel 1938, in una stanza di New York, Lead Belly incide una canzone sui ragazzi di Scottsboro – i nove adolescenti neri accusati in Alabama, sette anni prima, di uno stupro mai avvenuto, processati da giurie di soli bianchi, condannati a morte, graziati, ricondannati – e in coda alla registrazione, parlando, lascia un consiglio pratico: ai neri che passano da quelle parti conviene tenere gli occhi bene aperti. Stare svegli. La parola che ottantotto anni dopo sarebbe piombata in un agosto italiano nasce lì, saldata a una geografia esatta – l’Alabama, una strada, la possibilità concreta di non arrivare a destinazione – e a un’idea elementare: che addormentarsi, in certi posti, per certe persone, ha un prezzo. «Best stay woke, keep their eyes open», avvertiva Lead Belly. Woke è una parola americana nel senso meno negoziabile del termine, così americana che perfino la sua trasformazione in insulto, l’operazione riuscita alla destra statunitense tra il 2019 e il 2021, ha avuto bisogno, per compiersi, di leggi della Florida, di consigli scolastici del Texas, di elenchi di libri da togliere dalle biblioteche: di un apparato, in sostanza. Dove la parola ha significato qualcosa, ha sempre significato attraverso delle cose.

Il 21 agosto Giuseppe Conte ha firmato su Repubblica una lettera in cui annuncia di essersi accorto degli eccessi del woke, e per raccontare come racconta di un amico venuto a trovarlo da Boston, che gli avrebbe riferito le ultime dal fronte. Per dimostrare gli eccessi cita la polemica americana sul Ringraziamento, cioè una controversia su una festa che si celebra a undicimila chilometri da qui, in un Paese in cui il Ringraziamento non esiste, riportata da un uomo politico che non è riuscito — e non per distrazione ma per impossibilità materiale — a citare un solo esempio italiano. Matteo Renzi ha rilanciato parlando di «ubriacatura woke» e commentando che adesso si svegliano tutti; la Lega ha coniato con orgoglio i «wokisti anonimi», come lo zio che a tavola fa la battuta cui nessuno ride e che mette in imbarazzo tutti; Alessandro Zan ha risposto nel merito, che era l’unica cosa dignitosa da fare e proprio per questo è sembrata fuori posto, come chi risponde seriamente a una domanda retorica. Ne è seguita una settimana di dibattito nazionale. Resta da capire su cosa.

Il pentimento senza il peccato

Perché il problema di tutta questa conversazione non è che le posizioni siano giuste o sbagliate: è che manca il referente. Il woke, in Italia, non è mai esistito. Non c’è stato un movimento: nessuna organizzazione, nessuna piazza, nessuna rivista, nessun campus occupato in nome dell’identità, nessun collettivo che si sia mai definito woke – il che, peraltro, non è mai successo nemmeno in America, dove la parola è sempre stata usata da fuori, ma lì almeno esisteva la cosa a cui veniva applicata. Non ci sono stati esponenti: chi sarebbe il capo del woke italiano? Chi il suo intellettuale organico, chi il suo parlamentare di riferimento, chi la sua vittima illustre? Non ci sono stati casi, ed è qui che l’inventario diventa istruttivo, perché i casi bisogna andarseli a cercare uno per uno, e uno per uno si sciolgono in mano.

Il MeToo italiano, per dire, si riduce sostanzialmente a un nome: Fausto Brizzi, travolto nel 2017 dalle testimonianze raccolte dalle Iene, scaricato dalla produzione, sparito dalle locandine – e poi l’inchiesta si è chiusa con un’archiviazione e Brizzi è tornato a girare film, che è esattamente il finale che la vulgata sulla cancel culture giura essere impossibile. Questo è tutto: l’intero bilancio italiano del più grande movimento femminista globale del secolo è un regista di commedie romantiche che ha saltato una stagione. Nel frattempo l’unica italiana davvero protagonista di quel movimento, Asia Argento, che con la sua testimonianza al New Yorker aveva contribuito a far cadere Harvey Weinstein, in patria veniva accolta da un titolo di Libero che diceva «Prima la dà, poi frigna e ci ripensa»: il Paese che oggi si pente degli eccessi del MeToo è lo stesso che al MeToo ha contribuito processando pubblicamente l’accusatrice.

Anche volendo cercare altrove, il repertorio non migliora. Statue abbattute: zero. Quella di Indro Montanelli ai giardini milanesi che portano il suo nome è stata imbrattata di vernice, ripulita nel giro di poche ore, e sta ancora lì, con la sua macchina da scrivere, a disposizione di chiunque voglia verificarne l’esistenza. Professori epurati dalle università per un’opinione: nessuno che abbia retto alla verifica. Libri ritirati dal commercio su pressione degli attivisti: nessuno. La schwa, che per un paio d’anni è stata il totem di ogni editoriale allarmato, non è mai stata adottata da una sola istituzione della Repubblica: l’unico atto formale che la storia registra è la petizione con cui, nel 2022, un gruppo di intellettuali ne ha chiesto la messa al bando dai documenti ufficiali – dove non era mai entrata – seguita dal parere con cui l’Accademia della Crusca l’ha sconsigliata negli atti giudiziari, e non era mai entrata nemmeno lì.

Ci siamo mobilitati, con firme e istituzioni, contro un fenomeno che non aveva ancora avuto luogo. Restano le aziende, che per qualche anno hanno cambiato il logo a giugno in occasione del Pride e pubblicato caroselli sull’inclusione: una settimana di arcobaleni l’anno, gestita dagli stessi uffici che gestiscono gli auguri di Pasqua e di Natale. E poi ci sono i politicamente scorretti in assenza di politicamente corretto, figure che sono riuscite a dire l’indicibile ripulendo ogni sporcizia retorica con lo scrostatutto del “si può ancora dire?! O non si può più dire?!”. Roberto Vannacci forse riuscirà a diventare Ministro della Repubblica, grazie al woke. Giuseppe Cruciani è diventato l’alfa e l’omega della manosfera italiana, grazie al woke. E al woke devono un ringraziamento sentito anche tutti coloro che pubblicano i loro libri, organizzano i loro tour teatrali, curano il loro apparato politico-culturale. Il fenomeno qui non ha prodotto i suoi eroi (e ne avremmo avuto bisogno) ma ha elevato i suoi carnefici, non ha protetto le vittime (e quante ce ne sarebbero state, da proteggere) ma ha premiato i suoi profittatori, ed è l’unico momento in cui il dubbio sulla reale esistenza del woke italiano sorge. Ma se questo è il woke italiano, il pentimento è sproporzionato al peccato, in un modo che dovrebbe imbarazzare prima di tutto i pentiti.

L’America come vita interiore

E allora perché ne stiamo parlando? Perché un Paese intero dedica la fine della sua estate a fare i conti con una stagione che non ha attraversato quando magari potrebbe pensare a fare finalmente i conti con le sue vere stagioni: quella degli anni di piombo, delle stragi, del fascismo? La risposta sta in un vizio che il dibattito sul woke non ha creato ma ha reso finalmente visibile: ormai viviamo la vita pubblica americana come se fosse la nostra. La seguiamo in diretta, nella sua lingua, sui suoi canali – i thread, i tiktok, le clip dei late show sottotitolate su Instagram – e a furia di seguirla abbiamo smesso di percepire la differenza tra assistere a un dibattito e prendervi parte. Abbiamo importato la guerra culturale americana come si importa una serie: conoscendo i personaggi, memorizzando le battute, schierandoci per una fazione, con l’unica differenza che nessuna serie ha mai convinto davvero gli spettatori di esserne i protagonisti. Per quindici anni abbiamo guardato i campus dell’Ohio, i consigli comunali di Portland, i dipartimenti di studi di genere della East Coast, e adesso che l’America chiude quella stagione noi ne recitiamo l’epilogo, il pentimento, l’esame di coscienza, il “come abbiamo potuto”, senza aver mai messo in scena la commedia. Ci pentiamo, alla lettera, di un’ubriacatura altrui: l’espressione è di Renzi e va presa sul serio, e descrive di fatto un Paese che smaltisce una sbornia senza aver bevuto.

Il meccanismo, a guardarlo da vicino, è quello di una sproporzione dell’attenzione che ormai diamo per naturale ma che naturale non è. Un elettore italiano mediamente informato sa chi è il governatore della Florida, magari conosce a grandi linee la giurisprudenza della Corte Suprema sull’aborto, forse ha addirittura un’opinione sui programmi delle università dell’Ivy League. Lo stesso elettore, nella maggior parte dei casi, non sa nominare l’assessore alla sanità della propria regione, che decide se e dove verrà curato. Non è colpa sua: è la conseguenza aritmetica di un ecosistema in cui i contenuti americani arrivano in quantità industriale, già confezionati, già emotivamente pronti, con la loro colonna sonora di indignazione incorporata, mentre la politica locale italiana richiede ancora lo sforzo attivo di andarsela a cercare. Il risultato è che la vita pubblica americana occupa nella testa degli italiani lo spazio che dovrebbe occupare la propria, e la propria viene percepita, quando viene percepita, come una versione in tono minore di quella, da leggere con le categorie di quella. Così il dibattito sul woke è potuto atterrare in Italia intatto, con il suo lessico, i suoi schieramenti e le sue ferite, in un Paese che non aveva niente di tutto questo: perché il Paese, semplicemente, il dibattito lo aveva già visto in televisione, anzi sul telefono, e lo conosceva meglio dei propri.

Dentro questo quadro va sistemata anche la figura che il dibattito di agosto ha consacrato, quella dell’io-l’ho-sempre-detto: l’editorialista, il dirigente di partito, il riformista da convegno che da anni metteva in guardia contro le follie del politicamente corretto e oggi scuote la testa. Ma l’ho sempre detto rispondendo a che cosa, esattamente? Andando a controllare, il corpus delle follie contro cui questo fronte si è battuto per un decennio è composto quasi interamente di materiale d’importazione: i bagni dei college americani, i pronomi delle università americane, i sensitivity reader dell’editoria anglosassone, le parole cambiate nelle riedizioni inglesi di Roald Dahl. Un decennio di vigilanza e nemmeno un caso domestico in archivio, perché i casi domestici, semplicemente, non c’erano.

Nel frattempo – e qui la vigilanza si è fatta stranamente discontinua – le cose che in Italia succedevano davvero avevano un’altra firma. Il monologo di Antonio Scurati sul 25 aprile cancellato dalla Rai a poche ore dalla messa in onda: una cancellazione vera, di quelle che il fronte anti-woke descrive con orrore quando avvengono, in ipotesi, in un campus del Michigan. Il ddl Zan affossato al Senato con un applauso d’aula, che resta l’unica immagine prodotta dal Parlamento italiano sull’intera materia dei diritti civili in questo decennio. Il sottosegretario che chiede alla Rai di non trasmettere la puntata di Peppa Pig con due mamme. Roberto Saviano condannato per diffamazione nei confronti della presidente del Consiglio.

Su tutto questo, il partito dell’io-l’ho-sempre-detto ha prodotto distinguo, silenzi operosi, al massimo un editoriale sull’inopportunità dei modi e delle forme. È la specialità del liberalismo centrista italiano: un’indignazione a senso unico, allenatissima sugli asterischi e miope sulle direzioni Rai, che si commuove per la libertà d’espressione di un professore del Connecticut e la trova un dettaglio quando c’è di mezzo viale Mazzini. Con l’aggravante che gli eccessi americani, almeno, erano eccessi di movimenti, di comunità, di istituzioni private in competizione tra loro; i nostri hanno la forma dello Stato, che è la forma che gli eccessi prendono quando fanno sul serio. In Florida il governatore ha promesso lo Stato «dove il woke va a morire» e ha fatto approvare una legge che si chiama, ufficialmente, Stop WOKE Act. I distretti scolastici hanno tolto dagli scaffali centinaia di titoli, l’amministrazione federale ha compilato liste di parole da espungere dai documenti pubblici. Quella è una guerra culturale con i suoi morti e i suoi feriti, combattuta da due eserciti reali. La nostra è una rievocazione storica di una battaglia altrui, con i costumi ordinati su internet.

La traduzione maliziosa

C’è infine un’ironia di fabbricazione, in questa storia, ed è la sua fonte. Tutto il dibattito italiano di agosto discende da un’intervista di Alexandria Ocasio-Cortez, che ha detto, in sostanza, tre cose: che la stagione del woke ha avuto i suoi eccessi e i suoi ridicoli, e ne ha citato uno; che certo linguaggio di allora oggi non lo userebbe più nessuno; e che è tuttavia grazie a quella stagione se le agende della sinistra americana si sono spostate a sinistra, sul salario minimo, sulla sanità, sul lavoro, su tutto ciò che il senso comune di dieci anni fa considerava impresentabile e quello di oggi considera ovvio. La terza affermazione era il punto dell’intervista, le prime due erano la sua premessa. Nella traversata atlantica, la premessa è diventata la notizia e il punto è scomparso: sui giornali italiani, AOC ha «sconfessato il woke», e su questa sconfessione, che non esiste, si è costruita una settimana di abiure. Non è chiaro se si tratti di malizia o di incompetenza, e non è nemmeno importante, perché il risultato è identico: abbiamo importato anche il pentimento nella forma sbagliata, tagliando proprio la parte che ci riguardava.

Perché se il criterio è quello di Ocasio-Cortez – il woke si misura da quanto ha spostato a sinistra le agende della sinistra – allora l’Italia è la controprova sperimentale perfetta, il gruppo di controllo che ogni esperimento sogna. Nel decennio in cui i democratici americani hanno inglobato il salario minimo a 15 dollari, in cui i laburisti e i socialisti europei hanno assorbito almeno una parte di quelle spinte su clima, diritti e redistribuzione, la sinistra italiana è rimasta esattamente dove stava: non ha approvato una legge sul salario minimo, non ha approvato una legge sulla cittadinanza, ha visto affondare l’unica legge sui diritti civili che avesse messo in calendario, e ha passato il tempo a discutere della propria collocazione. L’unica sinistra occidentale su cui il woke non ha lasciato traccia è la nostra, il che è coerente, visto che da noi non è mai passato. E adesso è anche l’unica che si pente: pubblicamente, con impegno, in prima pagina, di cose successe ad altri.

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