Il rimedio contro l’overtourism è la cara, vecchia villeggiatura

Dopo anni di "turismo estrattivo", tra i viaggiatori sta emergendo una nuova tendenza: il ritorno alla villeggiatura, alle destinazioni vicine, alle vacanze in cui effettivamente il tempo rallenta. E ci si riposa davvero.

29 Giugno 2026

Questo pezzo è tratto dal nuovo numero di Rivista Studio, Non chiamatela provincia. Se volete acquistare una copia, andate qui, sul nostro store online.

C’è un luogo, vicino a Genova, pensato per la villeggiatura. È la Pineta di Arenzano, un grosso appezzamento di territorio costiero che nel 1956 viene sottoposto a un piano di lottizzazione, secondo il progetto che Ignazio Gardella e Marco Zanuso avevano messo a punto per i committenti, la Marchesa Negrotto Cambiaso e il genero, il Marchese Marcello Cattaneo Adorno. È lì che 70 anni fa due tra gli architetti che hanno fatto la storia del progetto in Italia, immaginano, disegnano e realizzano il buen retiro per le vacanze dell’alta borghesia milanese. Dello stesso anno è il progetto che l’architetto Vittorio Giorgini realizza nella pineta del Golfo di Baratti, in Toscana: la casa esagono, una struttura affascinante, in legno e sospesa dal terreno, seguita pochi anni dopo dalla Balena (villa Seldrini), destinate allo stesso scopo.

Ma non sono che due puntini in una costellazione di progetti più o meno illustri, che hanno ridisegnato le coste e le località montane del territorio nazionale. Se ne occupa il festival Abitare la Vacanza, che quest’anno si focalizza su Arenzano e Baratti, ma che dal 2023 si propone di riflettere sul valore culturale di queste realtà. Interessante, perché non si tratta solo di una questione architettonica – urbanistica – ambientale e nemmeno solo socio economica del Paese. L’accento del titolo cade proprio sul verbo abitare: applicato all’idea di vacanza, definisce con precisione una filosofia, quella, appunto, della villeggiatura. Che prevede di spostarsi a una distanza ridotta dal luogo in cui si abita per raggiungere una località, scelta per piacevolezza e comfort, dove trascorrere l’intero periodo (principalmente estivo) di pausa dal lavoro. Ovvero, l’opposto dell’idea che ha prevalso nell’ultimo decennio (almeno) del turismo “mordi e fuggi”, a base di liste da spuntare (compilate per essere certi di vedere tutto) in luoghi tanto più esotici quanto lontani, come se la possibilità di raggiungere l’agognata dimensione che consente di “staccare la spina” dalla routine quotidiana dipendesse principalmente da questi fattori.

Hypermobile Tourism

L’attualità parla di hypermobile tourism per indicare la tendenza a spostarsi continuamente, in tempi brevi e su più destinazioni, in una sorta di itineranza permanente, e ora anche di turismo estrattivo, fatto di viaggiatori che “estraggono” dalla destinazione valore simbolico, principalmente in forma di foto, esperienza e status: esserci (stati) è l’elemento centrale da condividere durante e dopo il viaggio. I social infatti traboccano di foto di luoghi magnifici, prelibatezze locali, viste imperdibili. Certo, hanno l’innegabile pregio di evitare agli amici di subire la serata con proiezione delle diapositive delle vacanze come si faceva nel secolo scorso, e garantiscono ai viaggiatori di fornire a tutti le prove del loro “essere stati là”, nel posto “giusto”. Però. C’è un però, che si sta facendo sempre più dirompente nel sentire di tutti: manca la possibilità di costruire relazioni con i territori esplorati. È la caratteristica che viene messa in luce oggi quando si parla, appunto, di turismo “estrattivo”, forse il vocabolo più esatto per esprimere il contrario di villeggiatura.

L’espressione è stata coniata da Vijay Kolinjivadi, professore associato alla Concordia University di Montréal, che nel 2021 la usava per indicare la capacità di identificare un luogo come risorsa di valore turistico e massimizzarne l’estrazione economica, simbolica e infrastrutturale. A differenza dei modelli economici che si occupavano di industria estrattiva nel passato, qui non si estraggono materie prime, ma gli elementi di maggior appeal del territorio come il paesaggio, la cultura, la cucina, persino la sua autenticità e la capacità di non deludere un determinato immaginario. Sono questi i beni da consumare e, secondo il professore canadese, sarebbero questi i meccanismi sottostanti al fenomeno dell’overtourism di cui tanto si parla. Cioè, il sovraffollamento sarebbe la conseguenza dello sfruttamento del territorio che si riorganizza a misura di turista e non di residente (che nel peggiore dei casi finisce per essere espulso), trasforma l’autenticità in esperienza (e souvenir da mettere in valigia), le tradizioni locali in uno spettacolo e le sue bellezze naturalistiche e architettoniche in rendita economica. Del viaggio come esperienza umana resta ben poca cosa. Le relazioni, in effetti, non hanno più cittadinanza, per troppa fretta, per troppa tensione “completista” (c’è la lista da spuntare, non dimentichiamolo!), per mancanza di autenticità (quella vera) e occasione di incontro e scambio. Ovvero, tutto quello che la villeggiatura forniva: quello stare a lungo in luoghi lenti, piccoli, decentrati, consentiva di capirli almeno un po’, attraverso gli abitanti e gli altri villeggianti. La comunità delle vacanze diventava un piccolo universo relazionale.

Franco La Cecla, da tempo impegnato a indagare le geografie dell’esperienza quotidiana, parla di un riapprendimento dei luoghi, che non vanno consumati bensì “imparati”. Lungo questo pensiero nascono o si consolidano nel tempo piccoli festival nei borghi, sempre più diffusi e animati lungo tutta la penisola, ma anche fuori dai confini nazionali. Offrono sistemi di scoperta ludici, a base di un intrattenimento speciale, che crea appartenenza. C’è chi la chiama socialità aumentata, per indicare il bisogno tra gli adulti di condividere esperienze concrete con gli altri, quelle che prevedono una vicinanza fisica, spalla a spalla, magari anche un po’ ruvida, sudata persino. Allora è “aumenta” l’esperienza dal fatto di viverla e condividerla con i presenti. Guida è la passione per ciò che si sta facendo, il filo rosso che accomuna i partecipanti al festival, che sia musicale, artistico, creativo, letterario, meditativo.

Reimparare i luoghi

Gli esempi sono davvero numerosi, dagli eventi che portano l’arte contemporanea nei centri minori (come l’ormai collaudato Una Boccata d’Arte che seleziona 20 artisti per 20 borghi minori lungo la penisola come sede di residenze artistiche e poi musei a cielo aperto) a piccole chicche di musica elettronica, dalle proposte montane che uniscono al camminare la musica classica e la letteratura fino a quelli a sfondo ambientalista. Anche la durata è variabile. Selvatica – Arte e natura in festival, che ha fatto del borgo antico di Biella, in particolare il Piazzo, un centro di riflessione sull’arte, la natura e il territorio, ha una durata particolarmente estesa: si comincia il 25 aprile per finire il 19 luglio. Lontano anni luce da qualsiasi tentazione estrattiva, è un inno alla lentezza, per scoprire il ritmo di un posto amatissimo dai suoi abitanti, tra mostre e altri appuntamenti. La risonanza, quella teorizzata dal sociologo Hartmut Rosa, prende vita. Se le ricerche dello studioso tedesco sono volte a superare l’alienazione dell’uomo sociale contemporaneo e la risonanza rappresenta una relazione tra l’individuo e il mondo che comporti una trasformazione reciproca fondata sul dialogo, a segnare la differenza con le opposte “zone di mutismo”, il Piazzo di Biella potrebbe essere un luogo adatto a sperimentarle. Anche se la musica è certamente il canale privilegiato per stabilire sintonie. Non è richiesta un’armonia continua e costante nel concetto di risonanza, ma certamente, perché si instauri una situazione capace di rompere il silenzio, è necessaria. E quella musicale potrebbe incoraggiare incontri virtuosi in luoghi altrettanto speciali. 

Come il Sajeta Festival, piccolo, breve, ma ormai consolidato appuntamento con la sperimentazione musicale in Slovenia. Nasce infatti nel 1989 con l’intenzione di promuovere l’incontro tra diverse pratiche artistiche ed esperienze che hanno la musica come elemento centrale. Niente etichette, niente generi, niente confini: al Sajeta si può sperimentare tutto ciò che abbia una dimensione sonora. Elettronica, jazz,  rock, musica etnica, classica, vanno in scena sui palchi sloveni purché abbiano come focus la sperimentazione e la creatività. In più, cinema, multimedia, poesia, scultura, performance, danza e grafica, animano i quartieri festivalieri di Tolmin, la piccola città d’arte slovena, dal ritmo lento e rilassato che ospita, tra il fiume e i boschi, il Sajeta. Quest’anno l’appuntamento è in calendario tra il 16 e il 18 luglio per la 27esima edizione. Il programma è sul sito, ma non è che un esempio della ricchezza festivaliera estiva, a misura di chi riduce le distanze, magari non intende uscire dall’Italia o addirittura dalla propria regione. Il bisogno di prossimità – locale e umana – sarà soddisfatto facilmente. Perché per azionare la modalità “vacanza” basterà abitarla.

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