Valentino ha costruito un mondo in cui l’unica cosa che conta è la bellezza

A 93 anni è morto il maestro che ha dedicato tutta la sua vita a una missione soltanto: dare alle donne quello che vogliono, «perché io lo so, cosa vogliono, vogliono sentirsi belle».

20 Gennaio 2026

In una scena di Valentino: L’ultimo imperatore di Matt Tyrnauer – uno dei rari documentari incentrati su uno stilista che ha il merito di non farne un’agiografia ma raccontarne il protagonista a tutto tondo, sfuriate e umane incertezze comprese – appaiono insieme Valentino e Karl Lagerfeld. Passeggiano per i saloni del Museo dell’Ara Pacis, dove nel 2007 fu ospitata una mostra dedicata al designer di Voghera, in occasione del suo quarantacinquesimo anno di carriera. Osservano le installazioni, con manichini appesi alle parti più alte delle pareti, come creature ultraterrene, il tripudio di abiti in rosso in una composizione dalla drammaticità sacrale, più pala d’altare del Beato Angelico che semplice esposizione dell’archivio storico. Ricordano aneddoti, “questo vestito è di quando eri ancora in via Gregoriana, ma ci pensi?”, ridono del passato e di loro stessi. Quel giorno più tardi, Valentino si esibisce in quello che poi sarà il suo ultimo show, alla presenza di tutto il jet set della moda: i colleghi Armani, Donatella Versace, Tom Ford, e poi una pletora di celebrity di primo grado, stampa, amici. Lagerfeld lo raggiunge nel backstage congratulandosi: «Così si fa una sfilata. Paragonati a noi, gli altri fanno soltanto degli stracci». E ripensando alla sua vita, ora che Valentino si è spento, a 93 anni, circondato dall’affetto dei suoi cari nella casa romana, non si può che convenire. Con lui se ne va quell’idea di moda dedita solo a un progetto, quello di dare alle donne quello che vogliono, «perché io lo so, cosa vogliono, vogliono sentirsi belle».

Dalla Voghera di Arbasino alla Parigi degli atelier

La storia di Valentino, all’anagrafe Valentino Ludovico Clemente Garavani, è stata segnata per tutta la sua durata, da quell’unica ossessione, quella della ricerca della bellezza. «So fare solo questo, in tutto il resto sono un disastro», ammetterà poi molti anni dopo. L’epifania arriva prestissimo, quando la sorella più grande lo porta al cinema. Ha 13 anni, e sullo schermo passano Le fanciulle delle follie, Hedy Lamarr, Judy Garland, Lana Turner: decide allora, che lui nella vita vuole creare vestiti per donne. Lo raccontava spesso, ricordando quel momento di definitiva rivelazione, che per lui è stata subitanea, assoluta, senza scampo, e però sul volto gli si stampava il sorriso inebetito e innocente di un bambino di fronte al disvelamento di un mistero: «Amo la bellezza, non è colpa mia».

Natali vogheresi condivisi con un altro suo coetaneo che quella provincia la lasciò, come lui, per farsi personificazione del viaggiatore colto, internazionale, a suo agio con principesse e diplomatici (Alberto Arbasino), Valentino frequenta una scuola di figurino a Milano, impara il francese e poi si trasferisce proprio a Parigi, dove studia stilismo all’École de la Chambre sindycale de la couture Parisienne, e per quello poi continuerà a sfilare per tutta la vita a Parigi, e i suoi atelier si trovano ancora lì, tra sale bianche e finestre a tutta altezza affacciate su Place Vendôme.

A scoprirne per primi il talento sono gli australiani dell’International Wool Secretariat (quello che oggi è il Woolmark Prize), lo stesso concorso che poi premierà Karl Lagerfeld e un giovanissimo Yves Saint Laurent: quella vittoria gli consente di iniziare a lavorare all’atelier di Jean Dessès, considerata poi la sua maestra per tutta la vita, anche se poi lavorerà pure per Guy Laroche, Emilio Schubert, e Vincenzo Ferdinandi, prima di aprire il suo brand nel 1957. Se la notorietà arriva con la sfilata nella Sala Bianca del Pitti, nel 1962, la consacrazione è datata 1968, con quella collezione tutta bianca, sulla quale circolano ancora leggende. Lo slot assegnato è sfortunato, l’ultimo dell’ultimo giorno, e lo stile in voga – quello hippy tutto colore e paisley e sovrapposizioni cromatiche da mal di testa – non ha nulla a che vedere con la purezza assoluta di una collezione votata solamente al bianco. I buyer e i giornalisti sembrano già essere sulla porta d’uscita, ma poi si sparge la notizia che la collezione è di quelle che si vedono una o due volte nella carriera, e quindi si decide tutti di restare, senza mai più pentirsene.

Non conosco i miei prezzi, non ho mai toccato questo tasto

L’incontro della vita però, più che con la bellezza impersonata dalle star hollywoodiane in musical degli anni ’40, è con Giancarlo Giammetti, studente di architettura che poi diverrà sua spalla fidata, e su questo primo incontro Giammetti e Garavani differiscono: si sa che si incrociano su via Veneto, e che poi inizieranno a parlare in francese, la lingua straniera che useranno tra loro per tutta la vita, per decifrare una vicinanza che escludeva tutto il resto, meno chiaro è in quale bar. «Sono certo che sia stato qui, perché avevo un conto aperto da mio padre, e venivo quando non avevo una lira, e poi ricordi, ho fatto il giro con la macchina e ti sono venuto a prendere proprio da qui» ricorda Giammetti indicando il marciapiedi nel documentario, passeggiando per Roma. «Molto belle queste tue chiacchiere, ma ci siamo conosciuti al bar di fronte» taglia corto, sorridendo, Valentino. Giammetti si occuperà per tutta la vita dell’aspetto finanziario di Valentino, che è allergico alla matematica, e difatti al Gianni Minoli di Mixer, che nel 1981 gli chiedeva quanto costasse un suo abito, risponderà flemmatico: «Non conosco i miei prezzi, non ho mai toccato questo tasto».

La prima società fondata insieme ad alcuni soci, tra cui il padre, ha una gestione economica che definire fantasiosa è minimizzare, Valentino non vuole compromettere le sue idee per qualcosa di dozzinale come il denaro. Alcuni soci si ritirano, si rischia la bancarotta. Giammetti lo aiuta a creare una nuova società, dove a occuparsi dell’aspetto finanziario è lui, lasciando a Garavani solo l’onere di continuare a ricercare l’eleganza, in tutte le sue manifestazioni possibili, negli abiti prima, nelle licenze poi. «Avevo una comprensione migliore del business, del fatto che tre più tre fa sei» ironizza Giammetti, anche se la sua presenza è chiave di volta tramite la quale leggere il successo economico che poi ne segue, la stessa che poi accomunerà il duo Garavani-Giammetti, ad altre collaborazioni ugualmente virtuose, come quelle tra Saint Laurent e Bergé, Armani e Galeotti. La loro matematica non è volta tanto all’aumento scellerato della marginalità, caratteristica precipua dei gruppi finanziari di oggi, quanto alla moltiplicazione della bellezza. Un modus operandi che attrarrà velocemente a sé le donne del jet-set, e poi le attrici premio Oscar, una su tutte la Julia Roberts di Erin Brokovich nel 2001, che preconizza il riuso, indossando un abito di una collezione Couture del 1992.

Una vita come un film di Fellini

Il culto di Valentino trova molte adepte tra le fortunate che ne sfoggiano le creazioni sul red carpet, in tempi più semplici nei quali non esistevano i celebrity stylist ma solo il rapporto umano tra il creatore e una musa, che si riconoscevano e si sceglievano, senza che ci fossero sussiegosi uffici comunicazione di mezzo. Tra loro si distingue di certo Jackie Kennedy, che indossa un Valentino della collezione bianca al matrimonio con Onassis, per la sorpresa di Giammetti che disse «sapevamo solo che aveva comprato degli abiti in boutique». A volerle citare tutte, le signore dell’alta società di un tempo che fu, servirebbe molto più spazio, e però si ricordano Naty Abascal, ex duchessa di Feria, la principessa Rosario di Bulgaria e anche la spumeggiante contessa di Ribes, anche lei scomparsa solo un mese fa, quella che alle feste di Valentino nel suo château di Wideville, poco fuori da Parigi, «ha portato la sua vodka», come fa sapere un maggiordomo nell’atmosfera convulsa di una celebrazione, tra piatti di torta e champagne che si muovono tra le cucine e la tensostruttra allestita per ripararsi dalla pioggia, e che poi Giammetti chiederà di tagliare con forbici da giardiniere, appena viene il bel tempo.

Ugualmente fondamentali però nella sua prossemica sono le donne comuni, le clienti e prima ancora le sarte, strenue vestali di quel credo laico. Alcune di loro, in occasione della mostra all’Ara Pacis, arrivano in bus da Torino, e si muovono emozionate tra le sale, riconoscendo l’anno di nascita e genesi dei pezzi. Da questo gineceo variegato sorge poi anche tutta la mitologia a Valentino attribuita, fatta di feste leggendarie, case a Gstaad e a New York, party a Capri e vacanze in yacht (il TM Blue One, omaggio ai genitori Teresa e Mauro, varato da Sophia Loren): una vita come un film di Fellini, e infatti nel documentario spesso e volentieri si sentono le note pensate da Nino Rota per quei lungometraggi, da La Dolce Vita a Roma, nel quale il compositore mette in musica gli eccessi del defilé ecclesiastico.

L’ultima di quelle grandi feste fu proprio la tre giorni romana del 2007: non solo la retrospettiva degli abiti all’Ara Pacis, ma anche la sfilata di alta moda a S.Spirito in Sassia, il gala tra le colonne del Tempio di Venere con il Colosseo che si tinge di rosso sullo sfondo e la scenografia “courtesy of” Dante Ferretti, il party nel Parco dei Daini a Villa Borghese, con Annie Lennox che canta, e Caroline di Monaco, Mick Jagger e Claudia Schiffer che ballano fino all’alba. Il massimalismo con lui è stato regola aurea: nell’art de la table, con apparecchiature studiate nei dettagli, negli abiti sui quali «una striscia di paillettes argentate non sta mai male», e pure negli affetti, multipli, eterni, con una famiglia allargata, fatta di figliocci e dei molteplici carlini, protagonisti di spicco della sua personale leggenda, abituati a uno stile di vita inarrivabile per molti esseri umani.

La leggenda di un couturier, anche formidabile battutista

A differenza di Armani, che pure ammirava molto, nonostante gli sforzi e l’inclinazione a un ferreo autocontrollo, Valentino ha anche coltivato, in segreto, una sua emotività, nascosta spesso per pudore. E forse per questo poi la gestazione di quel documentario del 2008 fu tormentata: il regista Tyrnauer parlò di riprese minacciate ogni giorno di essere abbandonate, con Giammetti che ogni giorno convinceva Valentino a ripresentarsi sul set. Il timore, forse, era quello di svelare la normalità dietro la leggenda, i battibecchi e le pressioni, in un momento nel quale Valentino era sempre più consapevole della fine di quel capitolo professionale che aveva costituito tutta la sua vita fino a quel momento.

Giammetti ammise di aver paura che il pubblico ridesse di loro, di quella relazione sentimentale che era finita dopo un decennio, lasciando intatta la collaborazione professionale, ma pure l’amore e tutto ciò che di contraddittorio ne può conseguire. Eppure, dopo estenuanti trattative diplomatiche – cosa tagliare, cosa lasciare – quel documentario è arrivato a noi. E poi di simili non ce ne sono più stati, infatti al Festival di Venezia fu accolto da grandi applausi, divenne campione di incassi amato dal pubblico, e ancora oggi gli addetti ai lavori citano a memoria le battute fulminanti, come quando Giammetti allestisce per la sfilata un set fatto di dune di sabbia – a ricordare le foto scattate da Gian Paolo Barbieri a Mirella Petteni nel 1967, in una delle prime campagne, con la sabbia ricreata con il semolino – e Valentino lo rimbrotta «sembra che debba venir fuori Marilyn Monroe e Jack Lemmon con un secchiello che l’insegue. Per favore», finendo poi per sorridere sornione della sua stessa ironia.

In quell’ora e mezza Valentino piange spesso, anche se si vede che preferirebbe essere più impermeabile agli eventi: si commuove quando le amiche gli dicono quanto era bello quel suo abito, quando cede il suo brand (nel 1998 a Hdp e poi nel 2002 a Marzotto) ma pure quando fa il discorso di ringraziamento, perché in Francia gli conferiscono la Legion d’Onore. Solo pochi minuti prima aveva parlato con le collaboratrici, dicendo loro tra le risate che avrebbe citato velocemente Giammetti, «una riga alla fine, niente di che», e poi inciampa nell’emozione quando fa il suo nome, e tutto a un tratto forse gli viene in mente la vita che hanno condiviso, la protezione e l’assoluta libertà di rimanere se stesso, senza doversi preoccupare di nient’altro, che Giammetti gli ha offerto, rimanendo sempre un passo indietro. Un compito portato avanti senza mai un tentennamento sino all’ultimo, quando poi Valentino non stava già bene, ed è stato proprio Giammetti a presentare il loro progetto PM23, fondazione artistica volta a valorizzare la creatività aperta l’anno scorso.

Sembra pleonastico ricorrere ad espressioni come “è la fine di un’era”, ma dopo la scomparsa di Armani, e oggi la dipartita di Valentino, è davvero tramontata la stagione dei couturier, che oggi sono divenuti direttori creativi velocemente accompagnati alla porta se la collezione non vende abbastanza. Hanno il compito di occuparsi di merchandising e visione commerciale, ma pure di curatela dei social media con l’obiettivo costante della viralità: purtroppo per loro non hanno nessun Giammetti a proteggerli. Sul finale del documentario Tyrnauer dice a Valentino «dicono che non c’è nessuno che potrebbe sostituirla». Lo stilista sorride, nascondendo a malapena una giustificabile vanità, e poi replica «Après moi le déluge, sa che significa»? Una previsione nefasta di cui siamo condannati a scoprire la veridicità, mentre Valentino è già altrove, in quello stesso altrove dove abita la contessa di Ribes, che si è certi, «ha portato la sua vodka».

Giorgio Armani ha fatto tutto, prima di tutti, meglio di tutti

Quando ha iniziato, lo stilista era una figura ancora indecifrabile, il Made in Italy appena agli albori, e nessuno avrebbe mai immaginato che un "creatore di vestiti" potesse arrivare fin dove è arrivato lui.

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