Beati gli Ultimi

Il 4 luglio è il giorno del concerto dei record, 250 mila persone attese a Tor Vergata. Tutti gli altri osservano questo evento chiedendosi: ma quand'è che Ultimo è diventato così famoso? E come? Ma, soprattutto, perché?

04 Luglio 2026

I maxischermi giganteschi del superconcerto di Ultimo si vedono già poco dopo il curvone della Diramazione Roma Sud superato Monte Porzio Catone, quando sulla destra si apre la visuale sulla capitale. È da metà giugno che si sono aggiunti allo skyline di questa periferia di Roma, finora riconoscibile per la vela di Calatrava, la scritta verde dell’Università di Tor Vergata – Policlinico, e più in fondo le case popolari di Tor Bella Monaca. A 60 metri da terra, sostenuta da due gru, è stata montata la firma di Ultimo, che svetta sopra un gigantesco simbolo dell’infinito, e che fa da compagnia alla vicina Croce Pellegrina, altro monumento di dimensioni imponenti, eretto in occasione di un altro grande evento di massa, la Giornata Mondiale della Gioventù del 2000 e del 2025. Chi l’ha detto che la cultura pop e quella cattolica non vanno d’accordo?

Il concerto è stato chiamato “Il raduno degli Ultimi”; “Ultimi” scritto con la maiuscola, perché così si chiama il fandom del cantante Niccolò Moriconi. Un certo richiamo alla cristologia è evidente e, d’altronde, uno dei motti (e degli hashtag) più utilizzati da questa enorme community è proprio #beatigliultimi. Profezia avverata: questo concerto è al primo posto nella classifica dei più grandi eventi musicali a pagamento della storia per numero di spettatori paganti, superando il record che apparteneva a un altro artista italiano, cioè Vasco Rossi. Non ci sono riusciti Bruce Springsteen, Paul McCartney, Taylor Swift o i BTS. A stabilire il nuovo primato è stato Ultimo. “Com’è possibile?”, si chiedono sconcertati molti utenti sui social. 

Di Ultimo, probabilmente, conoscono un paio di canzoni e conservano soprattutto il ricordo di quel Festival di Sanremo del 2019, quando tutti lo davano per favorito alla vittoria ma poi arrivò secondo. Al televoto ottenne il 46,5 per cento delle preferenze, contro il 14,1 per cento di Mahmood. Ma il regolamento di quell’edizione prevedeva che il televoto valesse per la metà del risultato finale, mentre l’altra metà fosse affidata alla Sala Stampa e alla Giuria d’Onore. Furono proprio queste due giurie a ribaltare l’esito, premiando in larga maggioranza Soldi e cancellando il vantaggio accumulato da Ultimo, che durante la conferenza stampa post-gara pronunciò la fatidica frase: «Voi avete questa settimana per sentirvi importanti, e dovete sempre rompere il cazzo».

Come Taylor Swift

Per molti spettatori fu il primo incontro con un fenomeno che sembrava sfuggire ai radar della critica e dei media, pur avendo già costruito un legame fortissimo con il suo pubblico. Un legame che negli anni non si è affievolito, anzi si è rafforzato anche attraverso il conflitto con l’establishment culturale. A consolidare questa narrazione contribuì anche il Festival di Sanremo 2023, quando le immagini dell’esultanza di parte della sala stampa all’annuncio del quarto posto di Ultimo alimentarono ulteriormente la frattura tra l’artista e il giornalismo mainstream. Alcuni presenti hanno sostenuto che quei video restituissero un’immagine parziale della situazione, ma è difficile negare che una manifestazione di ostilità ci sia stata. Anche questo episodio è entrato nella mitologia di Ultimo, quella di un artista percepito dai suoi fan come estraneo all’ordine costituito dell’industria musicale e sostenuto esclusivamente dalla forza del suo pubblico e delle sue canzoni.

«Ultimo ha costruito la sua carriera e il suo fandom sul vittimismo», mi confida una giornalista presente a Sanremo. «Non invita la stampa ai suoi concerti, per poi dire sul palco al suo pubblico “vedete, la tribuna è vuota”, dando a intendere che siano i giornalisti a non volerlo seguire, quando poi non concede interviste da anni per alimentare la narrazione di essere odiato». Queste parole, però, mi ricordano immediatamente quelle intorno a Taylor Swift, la sua cifra artistica definita più volte dalla stampa internazionale perpetual victimhood, con la sua tendenza a definirsi sempre vittima delle circostanze o dei media, usando il femminismo performativo come leva emotiva per far breccia sul pubblico. Un meccanismo simile, anche se declinato in modo diverso, è stato spesso attribuito anche ai BTS, che hanno costruito una parte significativa della loro narrazione sulla fragilità e sulla resilienza, sulle difficoltà incontrate in un’industria dominata dai grandi gruppi del K-pop. Non è un caso che proprio Taylor Swift e i BTS abbiano i due più grandi fandom contemporanei, rispettivamente gli Swifties e gli ARMY, esempi di comunità nate attorno a popstar che hanno saputo costruire narrazioni di identificazione emotiva e appartenenza.

Tutti e tre gli artisti costruiscono un arco narrativo basato sul conflitto e sulla successiva rivalsa, uno schema che favorisce l’identificazione del pubblico, soprattutto quando quest’ultimo viene coinvolto in quella stessa rivalsa. La differenza principale riguarda il tipo di conflitto messo in scena, pur restando invariata la struttura di fondo. Taylor Swift ha spesso impostato la propria narrazione su contrapposizioni personali, mediatiche e di genere: ex partner, industria musicale, dinamiche di potere e tematiche femministe. I BTS hanno invece raccontato una traiettoria di crescita dal basso, partendo da una piccola agenzia in un’industria dominata da grandi conglomerati del K-pop, attraversando scetticismo iniziale e pressioni psicologiche, e facendo leva soprattutto sul tema della “salute mentale”. Ultimo, ha costruito il proprio racconto su una contrapposizione con l’élite culturale, la critica musicale e chi non ha creduto in lui, facendo leva sulle proprie origini popolari e su una dimensione di autenticità rivendicata. In tutti e tre i casi, l’arco narrativo è lo stesso: una fase di marginalità o conflitto, seguita da una rivincita che rafforza il legame con il pubblico.

La chiave

Gli Ultimi hanno iniziato ad accamparsi a Tor Vergata due settimane prima dell’inizio del concerto, organizzati di tutto punto con tende, bivacchi, docce e fornelli da campeggio, portandosi dietro anche i figli. La composizione di questo fandom è estremamente eterogenea: famiglie con bambini e adolescenti, persone di cinquanta e sessant’anni, gruppi di Millennial di quarant’anni, universitari, ragazze della Gen Z. Come già osservato in altri grandi fandom, anche in questo caso la comunità si è auto-organizzata nella gestione delle file e degli accessi. Ci sono dei capigruppo che acquistano di tasca propria bracciali segnaposto, che regolamentano l’accesso alla transenna (posto d’onore che spetta solo ai fan più fedeli). Il pratone di Tor Vergata è stato diviso in sei pit, ciascuno associato a un album, e ogni album a sua volta ha un colore, un immaginario visivo e frasi di riferimento. L’identificazione, dunque, non passa solo per le pratiche organizzative, ma anche per un campionario di simboli, che Ultimo ha elargito in abbondanza. 

Tutti indossano magliette e bandane dal merch ufficiale di Ultimo, e una collana con un ciondolo a forma di chiave, uno dei simboli ufficiali del cantante romano (anche lui la indossa sempre). Hanno tatuaggi ispirati ai testi delle canzoni, tra cui frasi come “Amati sempre”, “Altrove” e “Vivo per vivere”. Quando le troupe televisive passano a intervistarli, la cosa che ripetono più spesso “Ultimo mi ha salvato la vita”. Online si riconoscono perché nella bio inseriscono l’emoji di una chiave, appunto, o il simbolo dell’infinito o del pianeta Saturno. In queste due settimane hanno invaso anche TikTok, con video dove documentano il loro incessante lavorìo, con le dirette durante i soundcheck del concerto, le lunghe passeggiate tra il loro accampamento e il palco. Spesso, durante le dirette, scherzano riprendendo e rovesciando le critiche che vengono loro rivolte, ad esempio quella secondo cui “nessuno di loro ha un lavoro”, o su come facciano a restare lì per così tanto tempo. In realtà, la risposta è più semplice: molti hanno utilizzato le ferie per partecipare a quello che considerano un evento storico.

Ogni gruppo tende a costituirsi e a consolidarsi proprio in presenza di una forte delegittimazione esterna. Quanto più il fandom viene criticato, ridicolizzato o stigmatizzato dall’esterno, tanto più i legami interni tendono a rafforzarsi. Le critiche, infatti, sono percepite come provenienti da individui che non appartengono al gruppo e che, proprio per questa ragione, non ne comprendono le dinamiche, i valori e i codici simbolici. Si tratta di un fenomeno ampiamente studiato dalla sociologia e dalla psicologia sociale: la contrapposizione tra ingroup e outgroup contribuisce a rafforzare l’identità collettiva, aumentando la coesione interna e il senso di appartenenza. In questo senso, l’ostilità esterna non indebolisce necessariamente il gruppo, al contrario, può diventare un fattore di legittimazione e di ulteriore consolidamento dell’identità condivisa. 

Sorcini e ultimi

Ultimo stesso, viene spesso etichettato, nel migliore dei casi, antipatico e ignorante. Al di là del fatto che queste definizioni siano condivise o meno, non sono certo un caso unico nella musica italiana. Un esempio è Renato Zero: anche lui non è mai stato considerato una persona particolarmente simpatica. Parlandone con alcuni Sorcini, suoi fan storici, loro stessi riconoscevano questo aspetto. Questo mostra come la simpatia personale non sia ciò che determina la nascita o la forza di un fandom. Anzi, un artista percepito come spigoloso, controverso o persino antipatico può risultare più facile da idealizzare o con cui immedesimarsi, soprattutto se viene visto come qualcuno che va controcorrente o che suscita reazioni forti. Antipatico o scazzato che sia, Ultimo si è imposto come uno degli artisti 30enni con il fandom più fidelizzato in Italia. Un pubblico che non si misura soltanto nelle classifiche di streaming, ma nella scelta di esserci fisicamente, insieme, nello stesso luogo, trasformando la partecipazione e l’essere fan in appartenenza. La musica fa da collante emotivo, le parole creano la coesione di pensiero. La cultura pop è ormai sempre più sovrapponibile alla religione, copiando da questa i miti, l’iconografia, i rituali. A Tor Vergata, sullo sfondo c’è comunque la Cupola di San Pietro, il cattolicesimo romano non viene cancellato ma si stratifica dentro un nuovo racconto di massa, ampliando la portata simbolica. Beati quelli che sono afflitti perché saranno consolati, beati gli ultimi perché di loro saranno i pratoni di Tor Vergata.

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