Per chi non ha ancora superato la morte di David Lynch, rivedere Twin Peaks al cinema è l’unica consolazione

L'1 febbraio il cinema Beltrade di Milano ha organizzato una "maratona" notturna della prima stagione della serie. A rivederla oggi, a 35 dal debutto e a uno dalla morte di Lynch, colpisce la capacità di questa opera di superare lo spazio, il tempo e persino il suo autore.

02 Febbraio 2026

Tra le cose che invecchiano bene e quelle che invecchiano male ci sono alcune, rare, che restano chiuse in una dimensione onnipresente, come un eterno sogno che partorisce da sé le proprie immagini. A 35 anni dal suo debutto sul canale televisivo Abc, è commovente vedere come Twin Peaks continui a fare una diagnosi del nostro tempo apparendo un grande, immenso ritratto di Dorian Gray vivo grazie al respiro di chi – come il sottoscritto – si è consumato nell’adolescenza a guardarla. Ma anche di chi la scopre adesso.

Il 1° febbraio al Cinema Beltrade di Milano c’eravamo tutti noi, vecchi e nuovi spettatori, a guardare per una notte intera la prima stagione, come si sta attorno a un fuoco, iniziati di un rito collettivo. Episodio dopo episodio, la struggente colonna sonora composta da Angelo Badalamenti, che da adolescente mi inquietava, da adulto mi ha dato la sensazione di assistere alla realizzazione tardiva di un desiderio. A un anno dalla morte di David Lynch, non c’era omaggio migliore alla sua arte e alla scrittura di Mark Frost che proiettare in una sala cinematografica un prodotto concepito per il piccolo schermo. Non è stato solo l’omaggio all’arte che si è fatta così piccola da passare nella scatola catodica del nostro quotidiano, ma un omaggio a chi c’era – e la sala era piena – in quella camera oscura con l’unico sforzo della volontà di guardare, e combattere la sonnolenza fino a quando l’alba invernale, superata la notte, avrebbe portato uno presagio: mourning into morning.

In sala eravamo tanti, specialmente Millennial e Zoomer. In cinque blocchi da due episodi eccetto il primo e l’ultimo, il Beltrade ha proiettato l’intera prima stagione di una serie nata come un’apparente detective story e trasformatasi, come tutte le mitopoiesi, in un racconto che era altro, più umano e altrettanto sinistro. L’omicidio di Laura Palmer, che sconvolge una cittadina all’apparenza tranquilla come Twin Peaks, diventa il motore di tutta l’azione. Fin dall’inizio non c’è consolazione: l’omicidio di un’adolescente si rivela, infatti, lo spazio delle inadeguatezze dei cittadini, il dolore della perdita diventa rarefatto, come i tanti casi di cronaca italiana. La giovinezza perduta della protagonista, cadavere fin dalle prime battute, blocca quel senso di pienezza della felicità che l’agente speciale dell’Fbi Cooper trova ingenuamente in un buon caffè o in una crostata di ciliegie.

Twin Peaks è potente ancora oggi perché ci costringe a riflettere su fino a che punto siamo disposti a spingerci nella costruzione di noi stessi per paura del vuoto, inconsapevoli che è nell’horror vacui che proliferano i nostri aspetti peggiori: «Lui era un tronco cavo e io un gufo che ha nidificato» dirà Bob, l’entità maligna che uccide Laura. Al di là della trama, che ha fatto scuola e continua a farlo per molte serie tv, Twin Peaks rappresenta un mondo che ha una sua sinistra autonomia, e la proiezione notturna al Beltrade ne ha colto l’essenza. Negli anni Novanta in Italia la serie era stata così popolare da aver contaminato la cronaca nera e generato un fenomeno culturale che può essere visto come il primo esempio di fanbase.  Ironico che, quando la serie approdò nel nostro paese, il 9 gennaio 1991, Mike Bongiorno la presentò come una «più popolare di Dallas», ignaro che fra una soap opera e Twin Peaks c’era di mezzo un universo.

Tutto questo si è vissuto nella maratona notturna, condita di riferimenti pop – celebre un episodio dei Simpson – per stemperare il flusso continuo di otto ore di proiezione. Entrare in sala a mezzanotte ed uscirne all’alba ha prodotto uno strano effetto di rinascita, come quelle febbri infantili che, dicevano le nonne, facevano crescere di notte. Seguire Laura Palmer fino alla Loggia Nera, luogo metafisico della serie e antro onirico della nostra coscienza di spettatori insonni, si è così rivelato un modo per attraversare il limbo della procrastinazione del sonno che compiamo nello scrolling notturno, la battaglia quotidiana contro l’elaborazione di una fatica generazionale. Agire come faremmo, ma lasciandosi trascinare dall’eco della trama, in noi ragazzi cresciuti è stato come prendere parte a un rito iniziatico e riparatore. Laura Palmer, il suo volto livido e sempre più perlaceo nello sfondo della cittadina di Twin Peaks, resta una delle grandi intuizioni lynchiane.

È la demolizione definitiva della ragazza perfetta, bionda, reginetta della scuola, che scivola nel limbo della perdizione. La sua foto perfetta, così perfetta da sembrare già un necrologio, di fatto convive con le proiezioni che noi, a partire dall’avvento dei social, abbiamo scelto di dare di noi stessi: foto perfette per un annuario – che in inglese si chiama facebook, appunto –. Ma quanto autentiche? Le prime battute del pescatore che ritrova il corpo di Laura adagiato sulla riva sono la diagnosi che potrebbe valere per una generazione intera: «She is dead, wrapped in plastic». Noi, superstiti degli anni Novanta, siamo tutti avvolti nella plastica, questo è stato il miraggio di quegli anni. La retromania che oggi ci affligge in produzioni pop vissute come “esperience” – come Mamma ho perso l’aereo ogni Natale – funziona come una memoria selettiva, che preserva, ma rimuove anche. Non a caso, un libro che fornisce un ritratto implacabile di questo abbaglio generazionale è Ragazze interrotte, uscito nel ’93 e poi diventato un celebre film con Angelina Jolie Premio Oscar, in cui la crescita di un gruppo di ragazze pazienti psichiatriche deve affrontare l’ordalia del trauma e dell’abuso.

Ho vissuto questa maratona notturna come una seduta di psicoterapia, mai come la notte di Twin Peaks la sala cinematografica del Beltrade, perimetrata da tende rosse, appariva come la Loggia Nera in cui la verità, con tutte le sue fantasie, tutte le sue proiezioni, va cercata con lo stesso piglio di un’indagine da risolvere con gli indizi che si hanno in mano. Vedere Laura Palmer morta, eppure mai come in questa stagione viva, è come fare i conti con i propri destini. Di recente su Repubblica, in un’editoriale sul femminicidio di Anguillara, Concita De Gregorio ha scritto: «Ci sono storie che si accomodano a guardarci. Si mettono lì sedute, e mentre pensiamo di leggerle ci leggono. Sono loro che leggono noi». Laura Palmer è stata questo, la sua storia ci ha letto e continua a farlo nei recessi di una coscienza collettiva che ha normalizzato nell’infanzia ogni forma di abuso, dal bullismo a scuola alle rivelazioni sconvolgenti negli Epstein Files.

La Laura Palmer di Lynch non è un’Afrodite che nasce dalla spuma del mare, ma una ninfetta – per dirla alla Nabokov –  restituita dal fiume, che se è morta, lo è a partire dallo sguardo che le riservano gli altri. Nel saggio Sad Girl. La ragazza come teoria la giornalista culturale Sara Marzullo scrive: «Congelata nella sua età giovanile, senza poter dunque invecchiare o appassire, la ragazza perduta è simbolo di quello che del proprio lato femminile si è dovuto sacrificare per diventare uomini». Il brano della colonna sonora della serie, “Falling”, cantato da Julee Cruise, si arrota su una domanda: Il cielo è ancora blu/le nuvole vanno e vengono/Noi siamo ancora innamorati? È una domanda che ci hanno insegnato a bruciare per primi, noi che dagli anni Duemila viviamo male ogni vertigine.

Eravamo tanti Millennial in sala. Abbastanza grandi da ricordare che i diritti di Twin Peaks per la messa in onda italiana furono acquistati da Mediaset e la prima stagione venne trasmessa in italiano su Canale 5 per sette settimane. È stata un’esperienza vederla in lingua originale, sembrava di rivederla per la prima volta. E di rivedere noi stessi con una lingua nuova, perché Twin Peaks racconta quel mondo analogico con le sue pausa e i tempi di attesa: l’esatto opposto dei nostri binge watching odierni. Rivederlo oggi al cinema non significa, però, musealizzare una serie lasciata sottovuoto nella nostra zuppa di cimeli e nostalgia. Funziona, semmai, come una pietra miliare piantata a terra per mostrare il tragitto fatto, ma anche quello che c’è ancora da fare.

L’estetica di Twin Peaks, in fondo, ci parla ancora oggi perché un mondo pieno di possibilità può anche generarsi in assenza di rassicurazioni. Come ha di recente scritto la giornalista Louise Perry in un articolo d’opinione del New York Times, che suona come un’elegia della disillusione Millennial: «Mi chiedo se i libri di Harry Potter in sé abbiano funzionato come una sorta di specchio delle brame per la mia generazione. Riflettevano un’immagine del mondo che desideravamo tanto fosse reale: un mondo antico e magico, dove persino i bambini avevano la capacità di identificare e sconfiggere il male. Era meraviglioso nella sua semplicità morale. Era anche troppo bello per essere vero». La notte di Twin Peaks al Beltrade mi ha ricordato che la camera oscura di una sala cinematografica è il luogo ideale dove sviluppare le nostre istantanee. Poi, però, occorre uscire dalla notte per respirare l’aria, fresca e sempre nuova, dell’alba che ci aspetta.

David Lynch dall’inizio alla fine

Ha fatto la storia del cinema, certo. Ma si è cimentato con tutte le arti ed è stato un personaggio divertente e indecifrabile, un alieno, un talento totale.

Leggi anche ↓
In vista dell’uscita del film di Cime tempestose, la Gen Z sta recuperando il libro e lo sta trovando difficilissimo

Oppure noioso: qualcuno dice che per arrivare alla fine ha deciso di leggere soltanto i dialoghi, altri consigliano di partire dal capitolo 4.

Nonostante abbia vinto il premio per l’Album dell’anno, a Bad Bunny è stato vietato di esibirsi dal vivo ai Grammy

Stavolta non c'entra la politica ma un grosso concerto che Bad Bunny terrà l'8 febbraio durante un evento piuttosto importante.

Per Tutti Fenomeni non c’è complimento più grande di essere definito inattuale

In occasione dell'uscita del suo nuovo disco, Lunedì, lo abbiamo incontrato a Milano per parlare di testi volgari, melodie semplici, libri grossi, podcast che fanno venire sonno e Marty Supreme.

Marty Supreme, l’unico modo per realizzare il sogno americano è essere la persona peggiore del mondo

Nel film di Josh Safdie, candidatissimo agli Oscar, ritroviamo tutto quello che avevamo amato di Uncut Gems: montaggio, musiche, personaggi "al limite". E, al centro di tutto, un tema: l'ambizione e il fallimento sono la stessa cosa.

di Studio
I libri del mese

Cosa abbiamo letto a gennaio in redazione.

Yung Lean, Robyn, Arca, Oklou, Kelela e tutte le altre buone ragioni per festeggiare i 25 anni di C2C Festival

Sono finalmente stati annunciati i primi artisti che suoneranno a Torino dal 29 ottobre al 1 novembre 2026.