Si comincia con Perdizione, poi Le armonie di Werckmeister, Sátántangó e Il cavallo di Torino. E a seguire verranno tutti gli altri.
È ancora la rockstar dell’arte contemporanea britannica, nonostante i 63 anni e una vita necessariamente morigerata, dopo il tumore che l’ha devastata alcuni anni fa. Non a caso la personale che dal 27 febbraio le dedica la Tate Modern di Londra si intitola A Second Life, non è intesa solo come una nuova chance dopo avere visto molto da vicino la morte. La seconda vita è soprattutto artistica, e sebbene la exhibition londinese abbracci tutti i 40 anni della sua carriera artistica, c’è una cesura netta tra passato e presente caratterizzata da un inaspettato nuovo amore per la pittura in senso stretto. Progettata in stretta collaborazione con l’artista, che ha scritto anche le descrizioni delle opere e dei momenti più importanti della sua carriera, la mostra riunisce oltre 100 opere, dipinti per l’appunto, ma anche video, tessuti, neon, sculture e installazioni, a dimostrazione dell’ecclettismo di questa donna che dalla carne, dalla materia, dai fluidi ha tratto ispirazione per tutta la vita.

Tracey Emin A Second Life Tate Modern installation view of Why I Never Became a Dancer (1995). Photo © Tate (Yili Liu)

Tracey Emin, Mad Tracey from Margate. Everyone’s been there 1997 © Tracey Emin.
Il primo periodo della carriera della Emin è caratterizzato dall’utilizzo di materiali unusuali, coperte, tende, che diventano tele per esprimere i suoi pensieri e le sue emozioni, quelle di una donna in continua evoluzione, con una profonda consapevolezza del proprio corpo, della sessualità e dei traumi e dei dolori personali, soprattutto quelli provocati dai due aborti avuti nella sua vita, raccontato il primo nel video How It Feels, del 1996, in cui descrive l’incuria istituzionale a cui le donne britanniche erano destinate in quegli anni, e anche le implicazioni fisiche e psicologiche del rifiuto della maternità e la misoginia ad esso associata. Tutto sintetizzato anni dopo, nel 2002, nella trapunta dal titolo The Last of the Gold, per la prima volta esposta in una mostra, nell’“A-Z dell’aborto” in cui offre consigli alle donne che si trovano in una situazione simile.
Le tappe più importanti di questo percorso umano è artistico sono tre. La prima è Exorcism of the Last Painting I Ever Made. Nel 1996 Tracey decide di recludersi per tre settimane in una galleria a Stoccolma nella speranza di ricominciare a dipingere, gesto che aveva abbandonato nel 1990, dopo l’aborto. Non ci riuscirà, riprenderà solo dieci anni dopo, ma come lei stesso ha scritto per descrivere quei giorni, “sono stati la mia salvezza”. La seconda è la celebre installazione My Bed (1998), ovvero il letto in cui si rifugiò per giorni in una fase di profonda depressione, nutrendosi solo di alcolici. Due opere catartiche, come la galleria fotografica che testimonia le devastanti conseguenze delle cure e degli interventi per salvarla dal cancro alla vescica, l’artista che si mette a nudo, mostrando un corpo devastato e fragile, ma al contempo potente nella sua rappresentazione cruda.

Tracey Emin, I never Asked to Fall in Love – You made me Feel like This 2018 © Tracey Emin

racey Emin A Second Life at Tate Modern installation view. Photo © Tate (Sonal Bakrania)
Non a caso le due fila di immagini sono esposte in teche in un corridoio che porta poi all’ultima parte della mostra, un vero e proprio varco temporale, emotivo ed artistico, che segna il ritorno alla pittura. Una riconciliazione, nella forma e nel tratto, evidentemente entusiasta. Dove la fase giovanile era contraddistinta da tratti essenziali, quanto necessario per dare forma ai corpi, al suo soprattutto, le opere dal 2006 in poi sono invece più ricche, più ragionate, con livelli di trasparenze dai molti significati, pennellate decise, grandi macchie di colore, con dominanza di nero sporcato dal rosso del sangue. C’è più mestiere, anche maggiore cinica consapevolezza commerciale, ma anche un desiderio di pace, di riconciliazione, con il passato, con la morte, con quello che sarà. È un’esperienza ricca A Second Life, che offre l’occasione di entrare nel mondo di un’artista che ha segnato la scena postmodernista britannica negli ultimi trentacinque anni. Ci sono anche cose non memorabili, dalle sculture in bronzo ai neon, questi ultimi per la maggior parte francamente anonimi nella forma e retorici nel contenuto. Nell’ultima sala è bene invece soffermarsi su due dei dipinti più belli dell’ultima produzione, I Followed You Until The End e I was too young to be carrying your Ashes, in memoria della madre. Va speso del tempo dinanzi a entrambi, pensando alla camminata nei decenni precedenti. La rabbia giovanile, le violenze ricevute, autoinflitte, la sofferenza mentale, emotiva, fisica, si incanalano in queste opere e si trasformano in una pace raggiunta, imposta dalle circostanze, certamente, ma sempre cercata. E finalmente trovata.
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