Tommaso Paradiso, poesia delle cose semplici

Il cantante ci parla di ricordi e piaceri, musica e traguardi, Sanremo 2026 e il Sanremo di Pippo Baudo. L’ultimo disco, Casa Paradiso, con i primi concerti giovanili, imitando gli Oasis, fino al nuovo tour nei palazzetti. La maturità e la famiglia con un certo sapersi godere la vita, le amicizie, i piaceri più semplici.

20 Febbraio 2026

Pomeriggio feriale a Milano, zona Navigli. Tommaso Paradiso arriva all’appuntamento in anticipo di qualche minuto, è proprio come te lo aspetti: l’aria un po’ arruffata di chi va spesso a letto tardi, sorriso mite, occhi buoni da orsacchiotto, maglietta ampia, ciabatte scamosciate nonostante una fredda pioggerella. L’intervista si tiene in un ristorante, la Trattoria Della Gloria, per rompere il ghiaccio si disquisisce della sapidità di certi vini naturali. Dopo decine di dischi di platino venduti e una manciata di canzoni entrate nell’immaginario comune, Paradiso mantiene l’aspetto del bravo ragazzo che tutte le mamme vorrebbero come fidanzato della figlia. È padre da pochi mesi, ha comprato casa e sta per debuttare a Sanremo. Sembra molto sereno. Dopo un bicchiere di champagne e qualche sigaretta, ci sediamo a chiacchierare.

Casa nuova, prima figlia, primo Sanremo. Periodo di grandi novità.
Beh, sì, sì, meglio fare tutto insieme. In realtà devo ancora traslocare, la settimana dopo Sanremo abbandonerò la casa dove sto.

Sembrerebbe una fase stressante…
A me piace lavorare, essere sottoposto a delle cose che impegnano la mente e il fisico. Noi passiamo molti momenti morti, non piacevolissimi. Non è che fai un disco ogni anno, o un tour ogni anno, quindi dopo un tour o un disco c’è tanta pausa, che all’inizio è anche molto bella, ti rilassi, ma avendo una mentalità da lavoratore mi piace poi tornare subito al lavoro. C’è gente che si prende delle lunghe pause, quattro o cinque anni, però io non saprei che fare in quei quattro o cinque anni.

A proposito, soddisfatto del tuo ultimo disco, Casa Paradiso, a qualche mese dall’uscita? È il tuo preferito, fra gli otto che hai pubblicato?
Sì, dai. Si dice sempre che l’ultimo disco sia il più bello e il preferito, poi te lo dirò con il prossimo e anche quello dopo. Però è un disco di cui vado molto orgoglioso, come del resto gli altri. È troppo presto per fare classifiche sui dischi.

Musicalmente hai cambiato qualcosa? Ti ha influenzato il passaggio a una nuova casa discografica?
È sempre più delineato lo stile estetico di suono, di musica, che ho formato in questi anni. Posso dire di avere un concetto di musica che mi piace, che sento mia. Un mio stile, ecco. Quindi tendo sempre a andare verso il mio stile. Nella nuova etichetta discografica ho conosciuto persone con cui davvero è un piacere lavorare, che è la cosa per me più importante di tutte, trovare un gruppo di persone, a Milano si dice team, che ti riempie di energia, che crede nel tuo progetto, nel tuo disco, nelle tue canzoni, che sia severa quando deve essere severa e accogliente quando deve essere accogliente, che ci tenga, e devo dire che questa entrata in Sony mi ha completamente fatto rivivere delle bellissime sensazioni, che ho vissuto per esempio quando ero in Carosello. A livello lavorativo ho trovato delle persone con cui non solo ho il piacere di lavorare ma anche di passare del tempo extra lavoro, andiamo spesso in trattoria.

Cambiando argomento, avrei una curiosità. Ho visto una tua intervista recente dove parli del tuo rapporto con ChatGPT. Ti va di approfondire?
La uso innanzitutto per sistemarmi delle cose burocratiche. Devo dire che è un’ottima consigliera, sulla parte pratica è molto brava. Non la uso per cose creative, sarebbe uno scandalo, per cose creative intendo nel mio mestiere la musica e i testi. La uso ogni tanto per farle sapere le mie abitudini giornaliere, qualsiasi cosa, il tipo di allenamenti, quello che mangio, le chiedo secondo lei quanto sopravvivrò a questo tipo di vita, domande che faccio spesso. A volte mi viene incontro, a volte è più stronza. A volte mi incoraggia, “puoi continuare così tanto non succede niente”. E a volte invece: “Eh no, ti devi fermare”. E poi la uso per creare delle immagini, quello mi diverte molto, anche se poi prende delle toppe… l’altro giorno gli ho chiesto di creare l’immagine di un ragazzo che dorme con le gambe incrociate, la volevo mandare a un mio amico, e l’ha fatto con tre piedi. Le faccio, “quanti piedi hanno gli esseri umani?” Due, “e allora cos’hai sbagliato?” Ah sì sì adesso te lo correggo subito. Di nuovo, me lo disegna con tre piedi. Proprio non ci riesce, non va avanti, allora sbrocco e a un certo punto comincio a insultarla, da solo nel cuore della notte.

E lei come ti risponde?
“Capisco la tua frustrazione, però se mi parli così non andiamo da nessuna parte”. E allora preferisco ricominciare da capo, o stoppare. A volte le dico “mi disabbono”. Ok, disabbonati, mi risponde.

Però poi non ti disabboni.
No. Le faccio tantissime domande sulla tecnologia. Per esempio, essendo io ossessionato dalle macchine volanti, dai mezzi volanti, i motorini volanti, le chiedo: quando potrò vivere in una città dove posso muovermi con una macchina volante? E su questo prova a darmi delle date, per esempio lei dice che la guida completamente autonoma già in qualche città è presente, in Italia dovrebbe arrivare nel 2050, per quel giorno proprio non dovrebbe guidare più nessuno, le macchine saranno coordinate fra loro. Il mio sogno più grande, prima di morire, è volare in maniera semplice e spontanea. Non intendo l’aereo. Per esempio se devo andare qui vicino a prendere le banane io vorrei andarci dal terrazzo, salto dal terrazzo e plano al supermercato, prendo le banane, riplano e ritorno a casa. Mi piacerebbe moltissimo.

Esistono già i jet pack, o sbaglio?
Sì, sono molto informato sull’argomento. Però innanzitutto non si possono vendere ai civili, devi essere il massimo grado della Marina americana. Adesso sono usati come mezzi militari, non ho ancora trovato uno che posso comprare e usarlo, mi arresterebbero. Anche perché poi c’è da regolare il traffico aereo in qualche modo, non è che mi posso alzare e arrivare al quinto piano di una casa, quelli magari stanno a scopa’ e non posso stare lì a vedere. A parte che non sono un voyeur, in generale penso sia una cosa scorretta. Quindi il volo sarà una cosa difficilissima da regolare. Non ci dovevano far vedere Ritorno al Futuro e tutte queste cose qua.

Passiamo al passato. Quando hai iniziato a suonare uno strumento musicale?
Avevo un pianoforte e una chitarra a casa, erano di mia madre tutti e due, e ho iniziato da lì, da molto piccolo. Mia madre ci teneva che io suonassi uno strumento, quindi mi ha mandato in prima elementare a studiare pianoforte. Un po’ ho fatto fatica all’inizio perché è un’ora pesante, c’è il solfeggio, tutta una parte di studio che è meno divertente a sei, sette anni. Poi si è accesa la passione per la musica che ascoltavo in quel periodo, quindi alle scuole medie sono passato alle scuole di musica, a Viale Mazzini a Roma, sono passato alla chitarra e da lì ho iniziato a scrivere.

Ti ricordi la prima canzone che hai scritto?
All’inizio scrivevo in inglese. Non conoscendolo, traducevo dall’italiano, un’operazione infattibile perché il modo di dire è tutta un’altra cosa, non puoi tradurre letteralmente, non ha molto senso. Ero molto influenzato dagli Oasis, poi ho cominciato a distaccarmi da quel genere. Mia madre ha sempre ascoltato i cantautori più che la musica anglosassone, però da giovane cerchi l’esterofilia, quindi i cantautori li ho scoperti un po’ più tardi. La folgorazione ce l’ho avuta all’improvviso con Lucio Dalla, lì mi è presa veramente la voglia di cominciare a scrivere in italiano, ascoltando roba fine anni ’70 inizio anni ’80, dal ’78 all’88, quella decade lì. Quella è la musica che mi piace di più.

E il tuo primo concerto?
È stato in un liceo, non c’era quasi nessuno. Ho fatto un paio di cover e delle canzoni mie, in inglese. Suonavo da seduto perché ero imparanoiato a suonare in piedi, non lo so, forse con la chitarra non mi sentivo a mio agio, tremavo come una foglia. Però ho anche provato una delle sensazioni più belle che si possano provare nella vita, è stato indescrivibile, come il primo bacio. Io sono una persona molto sensibile, investita dalle emozioni, e quel concerto fu incredibile. Feci Smells Like Teen Spirit, sicuramente una degli Oasis e poi delle canzoni mie, che avevo scritto a quel tempo. Il chitarrista era soprannominato Pupazzo, io mi chiamo Paradiso, quindi la band si chiamava Heaven of Puppets, paradiso dei pupazzi. È durata per quel concerto lì.

Qual è stato il momento più bello della tua carriera?
Il 2019, quando abbiamo fatto un tour incredibile, vendendo una quantità di biglietti mostruosa, trecentocinquantamila nei palazzetti e poi concludemmo con i cinquantamila del Circo Massimo. Quell’anno è stato l’apice della mia carriera. Torno subito con Non avere paura e anche lì fu un successo clamoroso. E poi il Covid un po’ mi ha tagliato le gambe, il lockdown, sono stati per me anni infernali, come fosse stato una specie di reset nel mondo, anche nella musica. Tutto quello che ho fatto in qualche modo è stato dimenticato, sono bastati due anni di lockdown, di Covid per dimenticare un po’ tutto quello che avevo fatto fino ad allora, ho quasi dovuto ricominciare da capo.

Secondo te l’abilità nello scrivere canzoni pop è innata o si può imparare?
Mi sembra sia stato Newton a dire che il merito di tante sue scoperte era dovuto al fatto che stava sopra le spalle dei giganti. Ho ascoltato un tipo di musica che mi ha facilitato a scrivere in un certo modo, scopiazzando e ispirandomi ai grandi del passato mi è venuta la formula della canzone che è un po’ una specie di coro, di anatema. Secondo me è dovuta solo agli ascolti che ho fatto.

Hai paura di perdere, un giorno, il tuo tocco magico?
Non è giusto andare avanti quando non hai più nulla da dire. Poi, sai, le canzoni in un essere umano a un certo punto si esauriscono, a un certo punto gli argomenti di cui io posso trattare finiranno, perché sono un essere finito a livello corporeo, mentale, a un certo punto le cellule cominciano a bruciare, a consumarsi, a ingrigirsi e quindi anche la mia penna in qualche modo subirà l’effetto di questo invecchiamento. Lì magari mi fermerò, per ora sono soddisfatto delle cose che sto facendo e che ho fatto. Mastroianni diceva che tanto alla fine nella vita verremo ricordati per una o due cose. Secondo me ha totalmente ragione. Io posso scrivere qualsiasi cosa ma tanto la gente mi ferma per strada e mi fa Completamente! È un po’ una condanna, lui è andato in depressione anche per questa cosa, lui era Otto e Mezzo e un po’ fai fatica a levarti da queste… non sono maschere, direi coperte.

Tu scrivi da solo. C’è un motivo in particolare?
Non mi va di dire cose che mi mettono in bocca gli altri, devo dare la mia visione, la mia verità, il mio rapporto con il mondo e con l’altro. È come se tu levassi l’alcol dal vino, se a un cantautore levi la scrittura io impazzisco, è il mio mestiere, è quello per cui io sto qua con te a parlare, mi alzo la mattina e ho l’ossessione. Mi piace lavorare con gli altri ma faccio sempre le stesse premesse, dico: “ragazzi, qua non si buttano frasi”, non è che questa perché funziona, è forte, può diventare una cosa per tutti allora la mettiamo, no, valutiamola insieme e capiamo se c’è della verità in questa cosa che stiamo affermando.

Qual è la tua routine di scrittura?
Scrivo quando ho l’ispirazione. Non ho una vera e propria routine, posso stare in qualsiasi posto della terra. L’album Love per esempio non l’ho scritto né in studio né in casa, né con strumenti né niente, avevo queste canzoni che mi giravano per la testa, ho fatto un lungo viaggio per mare, sembra una cosa di Verdone, vabbè, e scrissi quel disco lì con il telefonino. Avevo già le melodie in testa, gli accordi, sapevo già cosa prendere e le ho scritte lì con il telefono, era completamente estemporanea quell’ispirazione là. A volte invece puoi andare in studio perché ti senti con un amico o un produttore e gli dici “ho un’idea, ti va se passo giovedì o venerdì” e lì si inizia a scrivere insieme. Oppure può essere di notte, qualsiasi momento. Le parole per me sono molto importanti, questo sì, perché se dovessi partire dalla musica mi farei ammaliare talmente tanto dal suono, dagli accordi, dalle armonie, che poi perdo il concetto, è talmente bella la musica che poi mi ci faccio attirare e non do tanta importanza alle parole, perché qualsiasi cosa che metti ci sta bene. Tento prima di dare un titolo, un significato alla canzone e poi ci metto la musica.

Perché fai pochissime collaborazioni, anzi feat come si dice adesso?
Ho collaborato nel mio ultimo disco con Sedak, un musicista incredibile che suona nel mio live come chitarrista, siamo amici da almeno vent’anni, quindi lì non si tratta di fare un featuring per farmi aiutare, è qualcosa che nasce dall’amore, dall’amicizia, da un rapporto vero, e infatti quella canzone forse è la più bella del disco per quello che mi riguarda, perché è una canzone che traccia la storia di due amici che si conoscono da vent’anni e che ne hanno passate di ogni. Ti dico la verità, per me lo streaming non è un fomento, io non mi fomento vedendo i numeri. Quando il mio manager mi dice “lo sai che quella canzone sta andando più forte delle altre?” non è che io dico “ah wow, andiamo a bere!”. No, non è un parametro. Per cui quando mi dicono “eh ma se facessi lo streaming con degli artisti che streammano anche tu andresti” io rispondo ‘sti cazzi, mi deve piacere. La canzone che ho fatto con Franco 126 trovo sia meravigliosa, quando ho fatto Da sola in the night con Elisa e Takagi e Ketra era il cazzeggio giusto da fare in quel momento lì, sono sempre nate da cose che mi piacciono. Sono cose che mi voglio portare avanti tutta la vita quindi dev’essere una collaborazione onesta, vera, che collimi con il mio senso artistico delle cose.

Tu dai l’impressione di fregartene di quello che la gente pensa di te. È vero? Qual è il segreto?
Lo sai perché mi frega poco? Perché da parte di chi fa un certo tipo di commenti non c’è profondità. Io credo fortemente nel principio di pertinenza che spiegava Platone nella Repubblica, su questo era quasi un tiranno: se vuoi parlare di una cosa la devi conoscere al massimo. Quindi a me come può sfiorare quello che scrive un commento che non c’entra nulla con la mia vita, con le mie canzoni. Se me lo dicesse il mio manager mi cagherei sotto, mi metterei a piangere per sei mesi, se me lo dice mia moglie uguale. Quelli sono i commenti che mi fanno male, ma se uno la materia non la conosce, la persona non la conosce, conosce le canzoni, e commenti tanto per sentito dire perché ti sto sul cazzo a pelle, non mi fai né caldo né freddo.

Non ti viene mai la tentazione di rispondere a tono?
Prima rispondevo, ma solo agli hater peggiori, di quelli che ti possono venire dentro casa e uccidere tutta la famiglia. Gli mettevo un cuoricino e gli scrivevo “ti auguro la mia Siae”, ora non lo scrivo più, basta.

A proposito di menefreghismo, in Casa Paradiso non c’è la ricerca ossessiva del tormentone, giusto?
È da un po’ che non ricerco il tormentone, perché li ho già fatti, e quindi secondo me scrivere per la decima volta Felicità Puttana o Riccione non ha senso. Mi diverto, le suono live, è un momento stupendo perché sono canzoni che hanno avuto una fortuna grandissima, però l’ho già fatto, se te le vuoi ascoltare stanno lì, stanno su quei dischi, stanno su Spotify, su Itunes, su Youtube. Voglio fare musica nuova, provare a non ripetermi. Nonostante questo Forse, per esempio, l’ultimo singolo che è uscito, una ballad uscita dal cuore, romantica, non aveva assolutamente un connotato del tormentone, neanche mezzo, eppure si è inchiodata in radio, prima per due mesi. A volte la musica è imprevedibile, basta che sia onesta e sincera e va bene.

Hai già iniziato a odiare “Riccione” e “Felicità Puttana”?
Non mi stuferò mai di “Riccione” e “Felicità Puttana”. Magari non me le suono a casa al pianoforte da solo, però quando le fai dal vivo suscitano una reazione che ti permette di farle per tutta la vita. Quella è la cosa bella. Ma anche “Promiscuità”, o “Il tuo maglione mio”, o canzoni recenti tipo “Lupin”, penso che le farò per tutta la vita, piaceranno alla gente per tutta la vita, sono quelle canzoni che è impossibile cancellare da una scaletta.

Scusami, te lo devo chiedere: che cosa ne pensi di Sanremo?
È il nostro red carpet, a un certo punto della vita uno che fa questo mestiere ci deve passare. È un festival ma è anche una festa popolare italiana che riunisce tutte le famiglie davanti alla televisione, a me piace molto questo aspetto di Sanremo, devo dire che rispetto a tanti anni fa, quando magari lo vedeva solo un certo tipo di pubblico, gli adulti, adesso prende tutto il pubblico, qualsiasi fascia di età, generazione. In questo momento è importantissimo per chi fa il mio mestiere.

Da piccolo lo guardavi?
Già guardare Pippo Baudo mi faceva stare bene, Pippo Baudo in televisione è come la mamma che ti prepara la pappa al pomodoro, è una di quelle figure che sono passate in questo paese che mi riempiono il cuore di armonia, di buoni sapori. Bonolis per me è un gigante, io quando guardo Bonolis dico “che bello, c’è Bonolis”. Da ragazzino guardavo tutte le sere Maurizio Costanzo. Mi piace molto la televisione, mi piaceva talmente tanto che mia madre ha dovuto mettere le chiavi alla televisione, aveva fatto fare da un elettricista un sistema tipo lucchetto per cui giravi ‘sta chiave e la televisione si accendeva, poi lei andava in ufficio a lavorare e la spegneva, rigirava al contrario le chiavi e se le portava via così io non la potevo accendere.

Ah, urca.
Un sistema ingegnoso, poteva brevettarlo. Non ci ha pensato.

Come mai hai scelto di duettare con gli Stadio?
Gli Stadio per me sono una famiglia, anche se non li ho mai conosciuti personalmente ci sono cresciuto. Gli Stadio mi hanno formato sia sentimentalmente che musicalmente, siccome volevo portare una canzone di Lucio Dalla e loro con Lucio Dalla hanno avuto un rapporto unico ho detto speriamo ci caschino, io ci provo, ho chiamato Gaetano e gli ho detto “senti ti andrebbe di fare L’ultima luna al Festival di Sanremo con me?”. Lui è saltato dalla gioia, sono contentissimo, mi ha anche dato il privilegio di costruire la musica, cioè di occuparmi della parte della produzione, perché crede in me. Gli ho dato la base della canzone che ho fatto con Simonetta e lui è ancora più gasato, è impazzito, sta a duemila, è più carico di me.

Sei sempre molto pacato. Che cosa ti fa arrabbiare?
L’unica cosa che mi fa incazzare è l’ignoranza, quella proprio mi distrugge. Ma ti ripeto, è un po’ legata anche al concetto del principio di pertinenza, per esempio, adesso noi qua facciamo finta che siamo tutti medici, io faccio il musicista, e loro parlano, che cazzo ne so, di una malattia legata ai reni. E io e te a un certo punto diciamo “ma sai che secondo me vi state sbagliando”, ecco questo a me dà molto fastidio, quando tutti si sentono in dovere di dare la propria opinione senza averne le competenze. Aristotele diceva che se noi conoscessimo al massimo una determinata cosa non sbaglieremmo mai. Così nella vita di tutti i giorni, così nella politica, così in un mestiere qualsiasi. Alla fine i filosofi nella vita hanno fatto questo, la ricerca della verità, che passa solo attraverso la conoscenza. Te la estremizzo per rendere ancora più chiaro il concetto: se tutto il mondo avesse una conoscenza massima, non esisterebbe il male.

Trasmetti questa immagine da italiano medio, felice di esserlo, appagato dalle cose semplici della vita. È così?
Io sono una persona che tende alla ricerca del benessere. Devo stare bene, perché non mi piace stare male, anche se poi è necessario stare male, a volte, per scrivere una canzone. Tendo a ricercare la serenità, e la serenità mi arriva se compio certi atti durante la giornata. A me fanno stare bene le piccole cose. Provo goduria nel guardare una partita di pallone alla televisione. Io godo a guardare Totò, Peppino e la Malafemmina per centottanta volte. Non mi annoio, godo. Andare a cena con un amico, andare a cena con mia moglie, andare a cena con il mio manager o con te stasera, sapere che mi stapperò una bottiglia, che mangerò quel piatto lì, per me quella è la goduria massima, non ce n’è un’altra. E questo fa di me uno che ama le piccole cose, le cose semplici. Però non è che ho scelto, mi piace così, è stato spontaneo.

Tutte le foto che vedete in questa intervista sono di Fabrizio Vatieri. I look sono realizzati in collaborazione con Aspesi. Si ringrazia per l’ospitalità Trattoria della Gloria.

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