La relazione con Kylie Jenner mette il fandom dell'attore davanti a un dilemma: si è arreso anche lui alle leggi hollywoodiane in fatto di power couple? O, peggio ancora, si è innamorato davvero?
Non esiste davvero un momento su dove posizionare lo spillone che sancisce l’inizio della fase post “giovane promessa” della carriera di Timothée Chalamet tra interviste, apparizioni pubbliche, performance sul grande schermo. Per gran parte dell’opinione pubblica il punto zero è stata l’infelice uscita sull’irrilevanza di balletto e opera, ma quella è la detonazione di una carica a cui qualcuno ha acceso la miccia molto, molto tempo prima. Chi è attento a fandom e social ha percepito un segnale d’allarme a gennaio 2026, quando Club Chalamet, lo stan account più famoso e seguito al mondo, ha aperto un nuovo account dedicato all’attore Connor Storrie.
Non c’è dunque un prima e un dopo preciso: per ogni cinefilo, spettatore casuale o curioso di gossip, c’è un momento in cui ha notato che Timothée Chalamet dava un’impressione differente: più adulto, più sicuro di sé, più affine a un certo tipo di “mentalità attoriale” tipica di Hollywood. Quella che sembra una serie disordinata di dichiarazioni forti, gaffe o uscite fuori luogo, vista nel complesso, somiglia invece a un deliberato, ben studiato tentativo di riposizionamento da parte dello stesso attore. Uno che ha dimostrato in tempi non sospetti di stare lavorando non tanto a essere una star oggi, ma un grande nome del cinema tra dieci, venti, cinquant’anni. Se tutto fosse andato secondo i suoi piani, probabilmente non ce ne saremmo nemmeno accorti.
Tanto che un punto fermo nella linea temporale della sua carriera l’ha voluto mettere lui stesso. È il 23 febbraio 2025 e Chalamet ha appena ricevuto la statuetta come miglior attore protagonista per il ruolo di Bob Dylan ai SAG Awards. Davanti al pubblico del Shrine Auditorium di Los Angeles, l’attore ventinovenne fa una mossa coraggiosa, ammirevole: mostra la sua ambizione, pronunciando un discorso programmatico sulla sua intenzione di seguire le orme dei grandi. Non solo del cinema: di tutte le discipline, con un elenco di nomi che amo immaginare sia il frutto di un attentissimo processo di selezione da parte del suo team. Marlon Brando, Viola Davis, Michael Jordan: è un capolavoro di equilibrio etnico, professionale, generazionale. «So che il nostro è un mestiere soggettivo, ma io sto davvero inseguendo la grandezza. Di solito la gente non parla così, ma voglio essere uno dei grandi. Sono ispirato dai grandi che sono qui stasera»: Chalamet esce allo scoperto, rompendo con quell’atteggiamento autoprotettivo che impone ai premiati di essere sempre umili e sorpresi, quasi non si aspettassero di vincere e ritenessero di non meritarselo, mai. Non quanto i loro rivali.
È una mossa audace e, interpretata con un’onestà che ha ridotto le critiche quasi a zero. Anzi: molti hanno apprezzato l’onestà di un giovane attore che sa di aver raggiunto uno status di primissimo livello e decide di assumersene la responsabilità. È anche una mossa che celebra il potere unico che Chalamet ha a Hollywood e le doti incredibili che gli hanno permesso di raggiungerlo. È a poche settimane dal diventare il più giovane vincitore di un Oscar per il Miglior attore protagonista di sempre con A Complete Unknown, dopo essersi imposto come interprete di talento innegabile, capace di far funzionare film autoriali, indie, blockbuster rischiosissimi come Dune. È bello nel senso europeo e classico del termine, filiforme e flessuoso, ha una capacità ineguagliata di muoversi tra le trappole giornalistiche con la battuta giusta, evitando controversie e polemiche. Non solo è rispettato e amato dai suoi colleghi: è l’unica star che sembra riuscire a far funzionare più o meno tutto al botteghino. Nemmeno Zendaya, la sua equivalente al femminile, possiede davvero questa dote che lo rende, appunto, un pari a Brad Pitt e Leonardo DiCaprio, laddove i suoi coetanei faticano a imporsi.
È l’ultima grande star impostasi senza ricorrere a franchise e supereroi. Non che non ci abbia provato, ma negli anni ha intelligentemente riscritto la storia a riguardo, puntando sul cinema indipendente e autoriale, ma comunque vicino ai gusti del pubblico. Uno che impressionò così tanto Christopher Nolan con un semplice provino da venire scelto tra centinaia di contendenti. Ancora ragazzino accettò un ruolo complesso e impegnativo in un film queer con un regista allora sconosciuto negli Stati Uniti. Dopo Chiamami col tuo nome e la sua prima candidatura all’Oscar, Chalamet diventa icona di stile, idolo delle giovanissime e protetto dei cinefili, star amata oltre i confini sempre più stretti del cinema. Quando porta al successo Dune, un blockbuster che non rinuncia allo stampiglio autoriale, diventa una sorta di superpotenza cinematografica, mantenendo comunque lo status di attore dalle scelte impeccabili, sul lavoro e sul red carpet. Lavora con Greta Gerwig, ancora Luca Guadagnino, Paul King e infine James Mangold.
La sua è una carriera così impeccabile che il biopic musicale su Bob Dylan sembra quasi una concessione, un arrendersi alle logiche hollywoodiane per arrivare all’agognato traguardo: il premio Oscar, il più giovane vincitore del premio al Miglior attore protagonista. Chalamet fa una campagna promozionale impeccabile, porta il film al successo commerciale, non sbaglia un outfit o un discorso: è palpabile nell’aria la voglia dell’industria di premiarlo. Azzarda così quel discorso, con la sicurezza di chi sente di fare una dichiarazione d’intenti perché sente il traguardo vicino. Solo che poi l’Oscar non arriva: Adrien Brody, l’epitome dell’attore hollywoodiano tanto bravo nel suo mestiere quanto opinabile nel resto, regala una performance eccezionale in The Brutalist e si prende la sua seconda statuetta, mantenendo anche il record di vincitore più giovane che Chalamet voleva strappargli. Mesi dopo Timothée stesso ammetterà che avrebbe voluto vincere, in un confessione onesta e diretta che sembra una conferma del suo nuovo status di star “arrivata”, consapevole, responsabile, così influente da poter dire le cose come stanno.
Arriva poi nelle sale Marty Supreme, un’altra pellicola rischiosa che Chalamet riesce a far funzionare insieme a un regista-autore come Josh Safdie. La critica si spertica in lodi per una performance ad alto voltaggio, irta di rischi, in un film non facile da vendere al pubblico statunitense, ma che alla fine supera i 100 milioni di dollari, diventando il maggiore incasso di sempre di A24. Chalamet è già il Michael Jordan del cinema, capace di portare alla vittoria ogni team. Avvia una campagna promozionale con cui pretende un Oscar, potendo giocare anche la carta di quello che l’ha perso quando se lo sarebbe meritato (almeno dal suo punto di vista).
Se avesse mantenuto il capello ricciuto, il savoir-faire, l’approccio leggero e umile del passato, probabilmente saremmo qui a scommettere sulla sua vittoria. Invece, con buona probabilità, Chalamet perderà la statuetta. Questo perché Marty Supreme è coinciso con un momento di evoluzione della sua immagine pubblica in cui dava per assodato di aver già raggiunto l’Oscar e di potersi permettere, quindi, di smettere di essere il ragazzo d’oro di Hollywood e l’eterno outsider del cinema indie statunitense.
La tosatura dei boccoli mori, l’adozione di un look completamente scevro di richiami androgini e queer, un piglio più secco e persino arrogante nelle interviste: sul suo elenco delle cose da fare prima dei 30 c’era probabilmente smettere di essere l’eterno twink talentuoso, anche se a livello estetico avrebbe potuto continuare a proporsi così per almeno un paio d’anni ancora. Chalamet, come i fuoriusciti dalle pop band degli anni ’90 e le cantanti pop dal passato disneyano, sta volontariamente affrontando una fase in cui riscrivere la sua immagine: più adulta, più maschile, più tradizionale e molto più americana. Se nella transizione si perde momentaneamente per strada parte del pubblico che l’ha portato al successo, incassando invece il crescente apprezzamento di giovani uomini e attempati cinefili, tanto meglio.
È un riposizionamento che, a ben vedere, tanti colleghi coetanei stanno facendo. Se ne sono accorti tutti che tira un vento più conservatore, più tradizionalista, più americano e anche a Hollywood si stanno serrando i ranghi. Le popstar si sposano e mettono su famiglia, interpreti prima concentrati sulla carriera cominciano a parlare di desideri di paternità e anelli di fidanzamento. In questo senso, la critica di Chalamet a un collega anonimo durante un’intervista a Vogue del 6 novembre 2025 (https://www.vogue.com/article/timothee-chalamet-marty-supreme-cover-december-2025-issue) è emblematica: «Tipo: cazzo. Oh mio Dio. Che desolazione». Dov’è finito il ragazzo che che si esprimeva in maniera fluente anche in francese, educato e arguto, che sarebbe stato ben più accorto nel criticare qualcuno che si vanta di non avere figli e di quanto tempo libero questa scelta gli lasci per fare altro?
Qualcuno dà la colpa al legame con Kylie Jenner, ormai avviato a una promessa di matrimonio che aleggia nell’aria da tempo. I due tubano come piccioncini a ogni cerimonia di premiazione: se nella primavera del 2023, quando la relazione è diventata pubblica, i loro bacetti avevano il sapore dello stunt promozionale, oggi è evidente che c’è dell’intesa tra quelli percepiti come due opposti: Jenner, infatti, rappresenta il contraltare di tutto ciò che i fan di Chalamet amano. È una star dei reality tv, un’imprenditrice e una celebrità proveniente da una famiglia ricchissima il cui merito è più di tipo commerciale che artistico. È l’emblema di una certa America social, per alcuni trash, di cui Chalamet dovrebbe incarnare il contrapposto ricercato e culturale.
Calato nei suoi tutoni oversize a colori sgargianti, rasato, Chalamet sembra però del tutto a suo agio. Quelle che erano sembrate schegge dissonanti della sua personalità (la fascinazione per il rap e la cultura afroamericana, l’ossessione per gli sport di squadra) trovano improvvisamente un senso. Chalamet è al contempo entrambe le cose, raffinato e pop, almeno pubblicamente: può insistere sulla sfaccettatura che sente più sua o che gli fa più comodo. Il giovane sensibile e alternativo che non fa i cinecomic per lavorare con Guadagnino è frutto di una scelta strategica, probabilmente dettata dal suo agente dell’epoca, Brian Swardstrom, marito del produttore Peter Spears.
Nel 2015 Chalamet affronta vari provini per interpretare Peter Parker nel nuovo film di Spider-Man. Arrivato nelle fasi finali di selezione, sente di non aver dato il massimo e implora l’agente di organizzargli un altro colloquio per tentare il tutto per tutto. Swardstrom gli dice che è meglio non sembrare disperato e che forse conviene puntare ad altro, dato che continuano a dirgli che non ha il fisico giusto per fare il supereroe: troppo efebico, poco muscolare. Quel ruolo che Chalamet tanto voleva lo ottiene Tom Holland – amara ironia della vita – futuro fidanzato dell’amica Zendaya, scelto anche per il suo notevole curriculum di studi da ballerino.
Non che a Chalamet sia andata male: Swardstrom lo porta a pranzo in un ristorante di New York con Luca Guadagnino e da lì, per i sette anni successivi in cui rimane il suo agente, Chalamet non farà più un provino, diventando l’incarnazione del giovane volto del cinema statunitense di qualità. Ci sono però abbastanza elementi per ipotizzare che Chalamet di necessità abbia fatto virtù, riuscendo a creare la narrazione di se stesso più conveniente: quella dell’outsider che trova il successo percorrendo la strada più difficile, alternativa.
Da questo punto in poi, faccio mie le parole di “Hollywood”, brano di Marina Diamandis in cui racconta come “Hollywood infected your brain” con le sue logiche romantico-vittimistiche. Sentire Chalamet raccontare come abbia suonato la chitarra e giocato a ping pong ogni minuto, ogni secondo del suo tempo tra un set e l’altro per prepararsi ai due ruoli che gli sono valsi una candidatura all’Oscar, quasi fosse un Rocky che si allena disperato senza che nessuno creda in lui, è esilarante. Il suo studio matto e disperatissimo è la spia del suo privilegio: sin da giovanissimo ha potuto fare le scelte oculate che ha fatto anche perché viene da una famiglia colta, molto privilegiata e ben inserita nei media e nelle arti. È cresciuto a Manhattan Plaza, un complesso residenziale famoso per ospitare artisti e professionisti dello spettacolo. Ha studiato alla LaGuardia High School of Music & Art and Performing Arts, una delle scuole artistiche più prestigiose di New York.
La sua scelta di grandezza artistica, caldeggiata da una famiglia con le connessioni e i mezzi per aiutarlo a realizzarla, non è passata dagli infamanti show della tv commerciale per ragazzi o dalla gavetta in pessimi film di seconda o terza fascia non per la radicalità della sua visione artistica giovanile, ma perché semplicemente non ne ha avuto bisogno. L’iniziale svantaggio genetico che gli rende così difficile mettere su massa muscolare gli ha permesso di arrivare molto più tardi dei suoi colleghi a interpretare il marito e padre, ruolo che affronta per la prima volta in Marty Supreme.
Immerso sempre più nella bolla hollywoodiana, separato di netto dalla realtà dei mortali che guardano i suoi film, distratto dai privilegiati che per lavoro e per legami sentimentali ora frequenta, forse alla fine anche Chalamet si è montato la testa. Comprensibile, quando sei il re del mondo ad appena 30 anni, tanto da finire vittima di quell’invidia che è sintomo inevitabile del successo. Quello che rende palpabile nel pubblico e nei tuoi colleghi la voglia di vederti cadere. Così qualcuno si è messo a caccia di una dichiarazione infelice da estrapolare ad arte, approfittando della “generosità” dimostrata in questo senso da Chalamet nelle ultime interviste. Lo scandalo del balletto e dell’opera ha preso piede una decina di giorni dopo la pubblicazione di quel video, mentre riaffioravano tutte le dichiarazioni infelici e problematiche dei contendenti credibili a una statuetta: Jessie Buckley, per esempio, ha dovuto gestire una crisi d’immagine scatenata da un’intervista in cui diceva di non amare i gatti.
Dichiarazione oscurata dallo scandalo Chalamet, che potrebbe persino far gioco all’attore, a cui stiamo fornendo un’incredibile assist per “giustificare” l’eventuale sconfitta agli Oscar. Invece lui ha già vinto, anche se la statuetta non finirà in mano sua, specialmente se sarà un avversario (Michael B. Jordan? Wagner Moura?) a vincerla. Perché se non la vincerà lui, il 2026 passerà alla storia come l’anno in cui Timothée Chalamet ha perso l’Oscar, facendo tutto da solo.
