The Invite è un benemerito manifesto contro il cinismo che sta distruggendo le relazioni sentimentali

Sotto la superficie di un film sexy e amaro, si nasconde la storia più vecchia e importante del mondo: quella di persone che cercano di ricominciare dopo che tutto è andato storto.

22 Settembre 2026

Il miglior modo per riassumere The Invite, il terzo lungometraggio da regista di Olivia Wilde, è il video che la ritrae soddisfatta e gioiosa mentre annuisce al fianco di Michael Moore e Mark Ruffalo. Era il 2017 e all’epoca Wilde era nota soprattutto come interprete di Tredici, la dottoressa bella, lesbica, cinica e sfrontata in House M.D. e per essere una convinta attivista per il veganesimo e per i diritti civili, posizioni che la portarono a quel sit-in di protesta contro Donald Trump, allora neo Presidente degli Stati Uniti.

Quasi un decennio dopo Trump è di nuovo Presidente e Olivia Wilde vive un trionfo personale come regista con The Invite, una commedia agrosexy sulla vita di coppia, le relazioni aperte e il sesso ricreativo. Il film ha così convinto la critica statunitense che Variety ha pubblicamente invitato A24 a darsi da fare per portarla agli Oscar. Un risultato non da poco per il rifacimento statunitense dell’equivalente spagnolo di Perfetti sconosciuti. Il film è una sorta di format cinematografico che viene acquistato, riscritto e riadattato di nazione in nazione a partire dall’originale iberico: Sentimental di Cesc Gay. Sentimental e Perfetti sconosciuti hanno davvero tanto in comune per impostazione e atmosfera. Entrambi chiudono le loro coppie protagoniste in una bella casa durante una cena informale in cui pian piano la conversazione dalla vuota routine delle chiacchiere di circostanza ricolme di ellissi e bugie diventa incandescente, rivelando la vera natura dei commensali e delle relazioni che solitamente covano sotto la cenere delle convenzioni sociali. L’approccio molto teatrale (Gay Sentimental l’ha scritto prima per il palco e poi per il grande schermo), dissacrante e catartico per lo spettatore si presta molto bene a saltare di cultura e cultura. Le magagne sentimentali sono sempre quelle, ma il vino e le preoccupazioni quotidiane a cui accompagnarle cambiano in base alla latitudine e al palato locale.

The Invite insomma è un progetto pre-confezionato, con le sue idee già mondate, imbustate e pronte all’uso, per cui A24 ha vinto una bidding war milionaria che ha coinvolto mezza Hollywood. Ci sono due coppie: una vive un momento di stanca del proprio matrimonio fatto di non detti, tensioni e assenza di rapporti sessuali, l’altra con una palpabile intesa fisica e un’attività notturna così intensa da tenere svegli i vicini ogni notte. L’invito è duplice: la coppia frustrata invita a cena quella appagata, che a sua volta invita a sorpresa i vicini a unirsi al proprio circoletto fidato di attività ricreative di natura variamente orgiastica e feticista. La coppia chiusa su se stessa ancor prima che nella monogamia si trova a confrontarsi con quella che più aperta ed esplicita in merito non si può: questo è l’impianto attorno a cui ruota The Invite, che come Perfetti sconosciuti e Carnage si consuma tra il pianerottolo dell’appartamento e quanto (non) succede nelle sue fredde lenzuola, con un crescendo narrativo e una splendida direzione registica che sublimano una serata in grado di cambiare la vita, irrevocabilmente, scuotendo i quattro protagonisti nel profondo.

Le idee sono buone in partenza, ma l’esistenza di un remake nostrano del film – il mestissimo Vicini di casa di Paolo Costella – prova che non bastano nemmeno quelle per tirare fuori un buon film. Il confronto tra la versione italiana del 2022 e quella statunitense del 2026 è anzi impietoso e prova, più di ogni altra cosa, che anche avendo un format bisogna saperlo far funzionare. Olivia Wilde, nelle molteplici vesti di regista, attrice e produttrice del film, questo progetto se lo prende in spalla e se lo cuce addosso, tirandone fuori un film trascinante, emozionante, i cui pezzi preformati s’incastrano tra loro alla perfezione e spesso con un soddisfacente click quando vengono posizionati. È una questione un po’ inspiegabile di chimica tra i quattro protagonisti, ma anche il risultato di una scrittura ottimamente calibrata. Le sceneggiatura porta la firma del duo Rashida Jones e Will McCormack che spruzza quel tanto che basta delle nevrosi attuali delle coppie in un impasto di elementi sempreverdi che costituiscono le crisi matrimoniali. Quel che si scopre leggendo un po’ in merito alla lavorazione del film è che non è per niente semplice capire cosa sia frutto del lavoro di scrittura e di quello d’improvvisazione sul set. Alcune delle scene più riuscite del film, dove ti viene sì da ridere ma anche un po’ da piangere, sono infatti frutto delle performance a braccio del quartetto protagonista, grazie all’approccio fiduciario di Olivia Wilde nel suo cast.

Lei nel film interpreta la moglie della coppia che non funziona, ansiosa e perfettina. A fronte del suo enorme desiderio di rendere la cena impeccabile e indimenticabile, l’avvio della serata si rivela assolutamente disastroso e non in quel modo mediato e divertente delle rom-com. È imbarazzante e divertentissimo assistere alla sua disfatta di padrona di casa, un errore dopo l’altro: manca il vino, il prosciutto è sbagliato e l’ospite è vegana, i vicini li hanno sentiti litigare quando erano alla porta, il marito interpretato da Seth Rogen vela appena la sua ostilità con un’ironia brutale. A renderlo ancora più spassoso ma anche penoso è come lei si rifiuti, così come nel suo matrimonio, di ammettere il fiasco. C’è una scena di pochi secondi che riassume alla perfezione il personaggio: Wilde apre il forno, estrae il soufflé bruciato e con un gesto fluido lo butta nel pattume, chiude il coperchio del contenitore e si appoggia al bancone, re-direzionando la cena e la conversazione senza riuscire a mascherare del tutto la sua frustrazione.

A farle da contraltare c’è un Seth Rogen brutalmente onesto e pessimista, che accetta di far entrare i vicini solo per tentare di lagnarsi degli strilli orgasmici di una Penélope Cruz davvero, davvero magnetica. L’attrice iberica è ovviamente aiutata dalla genetica (raramente è stata tanto bella quanto qui, biondissima e strizzata in un corsetto nero), ma sprigiona un’energia sensuale a basso voltaggio dall’inizio alla fine della pellicola: centrata, solida, divertita ma mai priva d’empatia, capisci che fa la psicologa ancor prima che puntualizzi di essere anche sessuologa, ovviamente. Al suo fianco c’è un Edward Norton ex pompiere malato di tappeti che assorbe e annienta tutta l’aura negativa di Rogen, equipaggiato con tè roobois e preservativi, in base alla piega che prenderà la serata.

In film del genere il cast è sempre una questione di intuito. Qui è davvero azzeccato, ma c’è qualcosa in più che lo rende speciale. C’è energia dietro e davanti alla cinepresa di una regista che è arrivata a questo film dopo aver affrontato dolorose crisi personali e lavorative su pubblica piazza. Nell’aprile 2022, mentre presenta Dont Worry Darling al CinemaCon, un ragazzo sale sul palco e le consegna i documenti della causa legale riguardante l’affidamento dei figli avuti dall’ex partner, Jason Sudeikis di Ted Lasso. Il film, presentato a Venezia, è ancor oggi ricordato per le infinite diatribe scoppiate tra membri del cast: Shia LaBeouf licenziato dal set che contrattacca su Variety, la protagonista Florence Pugh che riduce la promozione al minimo dopo mesi di voci di dissidi con Wilde, forse per la relazione tra la regista e il coprotagonista Harry Styles, la cui carriera da attore verrà uccisa non tanto dalle pessime recensioni, quanto dalla vacuità delle sue risposte durante le interviste al Lido.

Dopo un debutto molto promettente da regista con La rivincita delle sfigate, Wilde incappa in una debacle professionale che coincide con la rovinosa fine del suo matrimonio. In qualche modo riesce a metterselo alle spalle, a dirsi che il peggio è passato e la paura di sbagliare ormai è superata. A The Invite ci arriva così, un po’ come Noah Baumbach arrivò a Storia di un matrimonio: con così tanto vissuto personale sovrapponibile a quello del personaggio del film che girarlo diventa un’esperienza catartica. Spettinata, sudata, nevrotica e mai in controllo, Olivia Wilde rivive le sue frustrazioni e si consente di essere vulnerabile, così che poi Norton le vada dietro in un monologo emotivamente talmente sentito che è difficile credergli quando dice che è stato improvvisato. Invece è stato lui a dire a Wilde di piantarsi la cinepresa addosso e lasciarlo parlare, mentre lei piangeva i dolori del film (e qualcuno dei suoi), come poi fa il pubblico in sala. Se poi tra le scene improvvisate c’è anche un bacio inaspettato di Penélope Cruz che toglie l’uso della parola e ti fa per sbaglio guardare nell’obiettivo e dire senza alcun motivo “Namaste”, ben venga.

Alle volte bisogna far morire qualcosa per evitare di rimanere impantanati, nelle sagge parole della terapeuta Cruz a fine film. Da Piazza Grande a Locarno, alla prima del film, Wilde ha detto che su questo set ha ucciso il cinismo che gli anni precedenti le avevano lasciato addosso in ambito sentimentale. Si percepisce, in qualche modo: The Invite probabilmente funziona così tanto perché sotto le battute e la chimica c’è un cuore spezzato.

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