E il merito è stato di Anthony Vaccarello, che ieri ha presentato quella che molti credono sia la sua ultima collezione per il brand, The Golden age.
C’è una sacrosanta polemica attorno allo sgombero di una via di Milano usata come rifugio dai senza tetto per far posto a una sfilata della Fashion Week
The Attico ha chiuso e rimbiancato il tunnel di via Sammartini per la sua sfilata, privando di un rifugio le persone senzatetto e causando notevoli disagi ai residenti.
Da quando è entrata nel calendario moda milanese, The Attico ha avuto sempre un notevole debole per la strada. Al debutto, nel settembre 2023, la collezione The Morning After (Primavera/Estate 2024) ha sfilato in mezzo a via Guerrazzi, con gli ospiti sprofondati su divani di pelle nera appoggiati sull’asfalto. Quest’anno il brand di Gilda Ambrosio e Giorgia Tordini ha scelto il tunnel di via Sammartini, il sottopasso tra Ferrante Aporti e Sammartini alle spalle della Stazione Centrale. Il tunnel è stato chiuso per giorni, ripulito, rimbiancato e arredato con una fila di letti bianchi. Il titolo era «Quando nessuno guarda». La caption del post di lancio prometteva che «quello che è privato sta per diventare pubblico». Ma la sfilata ha generato da subito moltissime polemiche online, proprio per la scelta del suo setting.
A parlarne per primo è stato Leoluca Armigero, founder di Aestetica Sovietica, in un pezzo sul suo Substack: «La sfilata di The Attico è stata una vera masterclass sul decoro». Il riferimento è stato, ovviamente, alla popolazione di quel tunnel, abitato normalmente da persone senza fissa dimora che qui vi trovano rifugio nelle notti di pioggia o di freddo, e che nell’occasione è scomparsa dalla sceneggiatura: per fare spazio alla passerella sono stati infatti rimossi coperte e materassi – sostituiti da enormi letti adornati con lenzuola bianchissime, le stesse sulle quali si è adagiata Cardi B, tra gli ospiti della sfilata – e chi viveva lì è stato allontanato senza che gli venisse offerta un’alternativa. Più che “rendere pubblico il privato” molti commentatori hanno evidenziato l’ironia di privatizzare per giorni uno spazio pubblico, trasformandolo in una scenografia “ripulita” temporaneamente dalle sue problematiche socio/abitative.
Non è certo la prima volta che la moda prende spunto, nel peggiore dei sensi, “dalla strada”, e da chi la vive non sempre per scelta, ma a volte perché di scelte non ne ha più: nel 2000 John Galliano portò da Dior una collezione ispirata ai clochard lungo la Senna, intitolata internamente “Homeless” o comunemente definita “Les Clochards”. La collezione, fortemente criticata, è rimasta ad oggi una delle più emblematiche del designer, con un abito di quella sfilata reso sinonimo della pop culture quando indossato da Sarah Jessica Parker nei panni di Carrie Bradshaw. In maniera assai più dissacrante, solo un anno dopo, Zoolander , film parodia sulla moda dove Ben Stiller e Owen Wilson interpretavano due top model la cui arma più affilata non era l’intelletto ma le “faccette”, mandò in passerella Derelicte, una collezione, firmata dallo stilista Mugatu (Will Ferrell), fatta di stracci e scatoloni, ispirata, «ai senzatetto, ai vagabondi e alle prostitute che rendono la città così unica».
«Si spettacolarizza una tragica necessità, per giunta rimuovendo quella vera e sostituendola con una finta», dice un commento sotto il post di Aestetica Sovietica. Un altro ha osservato che si sarebbe potuto progettare un allestimento con un secondo uso, pensato proprio per chi lì trova riparo. «Ma immagino sarebbe stato uno sforzo eccessivo». Poi c’è il quartiere, che per giorni ha subito disagi: i lavori per l’allestimento, infatti, sono durati una settimana, giorni nei quali il tunnel non è stato percorribile. Le linee ATM limitrofe sono state deviate, sono spariti parcheggi e sono state spostate le fermate. Per chi abita e lavora in zona, la sfilata è stata soprattutto un problema di viabilità. Non è un caso isolato: il 22 settembre, per Vogue World, Milano aveva già chiuso la Galleria Vittorio Emanuele II, sospeso la fermata Duomo della M1 e deviato il tram 1. «Ma questo è il minore dei mali», osserva Armigero, «e ci porta solo a fare considerazioni su come e quanto i privati possano disporre degli spazi pubblici».
C’è anche chi ha visto il bicchiere mezzo pieno. In un post, Nolo Milano ha invitato i follower a vedere il tunnel «in condizioni dignitose» finché dura, perché presto torneranno «l’odore di pipì e la sporcizia». Ha anche lamentato che per restituire decoro a un luogo pubblico sia servito «ancora una volta, l’intervento di privati». In sintesi, si ringrazia chi ha pulito e nessuno si è però chiesto dove siano finite le persone che dormivano lì. «Il decoro è una spietata ossessione borghese», ha risposto qualcuno. Un altro utente ha chiesto: «Perché ringraziare dei privati per aver pulito uno spazio pubblico in occasione di una loro iniziativa privata? E perché guardare solo al risultato, ignorando i giorni che l’hanno preceduto?», «Non è questione di essere contro gli eventi o contro i privati», ha scritto: la città «è prima di tutto di chi ci vive e ci lavora».