Quanto sono tristi e disperati i nostri tentativi di tornare all’analogico

Il minimalismo digitale e la nostalgia analogica si stanno rapidamente trasformando nell'ennesimo prodotto premium venduto da quel capitalismo digitale che avrebbero dovuto sconfiggere. Un prodotto di cui, ovviamente, ci si va a vantare sui social.

12 Marzo 2026

Il 22 febbraio 2025, l’utente king haider pubblica su X la foto di un TCL Flip Pro – un telefono a conchiglia senza app, senza browser, senza notifiche – con la scritta “2025 boutta be so peaceful”. Il post genera oltre 450mila interazioni in un mese. Non è un caso isolato: secondo un’analisi di Meltwater, tra aprile 2024 e marzo 2025 si contano circa 784mila menzioni di dumbphone, flip phone e dispositivi simili su social media, news e forum, con un picco del 117 per cento il 30 agosto 2024, quando HMD Global e Mattel hanno annunciato il Barbie Phone, un flip rosa shocking senza accesso ai social. Lo slogan recitava: «Pick up and give your smartphone a vacay». La disconnessione è diventata un evento mediatico. Ma soprattutto è diventata un evento commerciale, e la distanza tra queste due cose è molto più piccola di quanto chi compra un dumbphone vorrebbe credere.

Perché c’è qualcosa di profondamente contraddittorio in un fenomeno che si presenta come rifiuto del mercato digitale e che funziona, in ogni suo aspetto, esattamente come un prodotto di quel mercato. Il dumbphone da 799 dollari, il retreat off-grid in un ex monastero umbro, il vinile in edizione limitata da 45 euro con copertina d’autore, la macchina fotografica a pellicola caricata con rullino cinema — tutto questo non è una fuga dal capitalismo delle piattaforme. Ne è l’estensione premium, il prodotto di lusso per chi può permettersi di comprare l’assenza di ciò che per la maggior parte delle persone è una necessità quotidiana. Non compri la cosa per ciò che fa, ma per ciò che dice di te a chi ti guarda.

I numeri vanno ben oltre la nicchia del geek nostalgico. Il Light Phone III — dispositivo minimalista con schermo AMOLED in bianco e nero, senza browser né social — è stato lanciato il 27 marzo 2025 a 799 dollari da un’azienda di Brooklyn il cui sito web sembra la landing page di un brand di skincare coreana: molto bianco, molta aria, molta “intenzione”. Il Punkt MP02, telefono svizzero disegnato da Jasper Morrison, fa solo chiamate e messaggi criptati via Signal e costa 299 dollari. Questi non sono telefoni per chi non può permettersi uno smartphone. Sono telefoni per chi vuole far sapere di poterne fare a meno, e la distinzione è tutto.

Ma il dumbphone è solo il vertice più visibile di una piramide assai più ampia di nostalgia analogica performativa. Per capire quanto il fenomeno sia pervasivo basta guardare cosa è successo ai supporti fisici per la musica — un settore che sarebbe dovuto sparire e che invece è diventato il teatro di una delle operazioni di marketing identitario più riuscite degli ultimi vent’anni. Il mercato globale del vinile valeva circa 1,9 miliardi di dollari nel 2024, e i dati RIAA mostrano che negli Stati Uniti le vendite hanno raggiunto 1,44 miliardi di dollari — il diciottesimo anno consecutivo di crescita. Ma il dato più significativo non è la crescita in sé: è chi compra e perché. Millennial e Gen Z sono il segmento trainante, e oltre il 42 per cento dei millennial americani preferisce il vinile per il suo “fascino nostalgico” — in una generazione che in larga parte non ha mai posseduto un giradischi prima dei venticinque anni e per cui il fruscio della puntina non è un ricordo ma un’estetica scoperta su TikTok, non in salotto.

Difendere la materialità della cultura da chi vuole farne una posa

In un reel ricondiviso poco dopo la sua morte, avvenuta il 15 febbraio 2026 a 52 anni, il critico cinematografico Federico Frusciante — che per oltre vent’anni aveva gestito la videoteca Videodrome di Livorno, resistendo alla smaterializzazione del mercato audiovisivo con la testardaggine di chi crede che un oggetto culturale debba essere anche un oggetto fisico — parlava del vinile con il disincanto di chi conosceva il supporto non come feticcio ma come strumento di lavoro: la differenza abissale tra chi il vinile l’aveva sempre usato e chi oggi lo compra come arredo identitario per la libreria. Frusciante, che si definiva “l’ultimo dei videotecari”, aveva passato la vita dentro quella contraddizione: difendere la materialità della cultura dal punto di vista di chi ne faceva un mestiere, non una posa. La sua videoteca aveva chiuso nel 2022, uccisa non dalla mancanza di pubblico ma dall’assenza di un sistema distributivo che proteggesse il noleggio fisico. Il paradosso è che il vinile che Frusciante criticava come feticcio è oggi un mercato da miliardi, mentre la videoteca che lui difendeva come presidio culturale non esiste più. Il mercato non premia chi usa gli oggetti: premia chi li espone.

E la catena del valore della nostalgia si allunga in tutte le direzioni. Le vendite di musicassette nel Regno Unito sono cresciute del 204 per cento nel primo trimestre del 2025, trainate dalla Gen Z che rappresenta il 59 per cento degli acquirenti di supporti fisici nella fascia 18-24 anni. Esistono servizi in abbonamento — Vinyl Me Please, VNYL, Magnolia — che ti spediscono ogni mese dischi in vinile selezionati da un curatore umano (“curated by artists, not robots”), a prezzi tra i 22 e i 56 dollari al mese. Il paradosso è doppio: non solo paghi per un oggetto analogico, ma lo scegli, lo recensisci e lo posti interamente attraverso le piattaforme digitali da cui l’oggetto dovrebbe riscattarti.

L’autenticità come estetica

Poi c’è la fotografia, dove il meccanismo raggiunge vette di sofisticazione economica notevoli. Il mercato globale delle fotocamere a pellicola valeva circa 1,1 miliardi di dollari nel 2024, con il 68 per cento degli appassionati sotto i 35 anni che dichiara di scattare regolarmente su pellicola. Leica ha riprodotto la M6 nel 2024 «per la domanda senza precedenti dei giovani fotografi»; Pentax sta sviluppando una nuova reflex meccanica a pellicola. Ma il fenomeno più rivelatore è un altro: la moda di caricare nelle fotocamere 35mm pellicole cinematografiche — le stesse Kodak Vision3 usate per girare i film di Wes Anderson — che richiedono lo sviluppo in chimica ECN-2, un processo originariamente progettato per l’industria del cinema disponibile in pochissimi laboratori al mondo, a costi enormemente superiori rispetto allo sviluppo standard C-41. Il rullino costa relativamente poco, perché viene rispoolato da bobine da 400 piedi pensate per le cineprese; lo sviluppo, però, può costare il doppio o il triplo, e se lo fai in casa ti ritrovi a gestire la rimozione del remjet — un rivestimento nero al carbonio sul retro della pellicola — con risultati che anche i blog specializzati definiscono “a disaster”. Non importa: l’attrattiva è poter dire che scatti sulla stessa pellicola di Hollywood. Il prodotto, anche qui, non è la foto: è la frase che la accompagna su Instagram.

In parallelo, la Gen Z ha resuscitato le compatte digitali dei primi Duemila – le cosiddette “digicam” – cercando deliberatamente la bassa risoluzione, i colori slavati, il flare e la grana dei sensori CCD di vent’anni fa. L’hashtag #digicam ha accumulato centinaia di milioni di visualizzazioni su TikTok. Si cercano Canon PowerShot e Sony Cyber-shot da 4 megapixel su eBay, i prezzi del mercato dell’usato salgono, e il motivo dichiarato è “l’autenticità” della resa imperfetta – che si ottiene rinunciando a tutta la qualità d’immagine che trent’anni di ingegneria ottica hanno faticosamente conquistato. Stessa logica per le MiniDV: camcorder degli anni Novanta e Duemila che registravano su cassettine digitali, cercate oggi per il loro “look vintage” e rivendute a prezzi che sarebbero sembrati assurdi anche quando erano nuove.

Ironia della storia

L’ironia raggiunge il suo apice se si guarda il tutto in prospettiva storica. C’è stato un momento, tra la fine degli anni Novanta e i primi Duemila, in cui milioni di famiglie sono corse a riversare le proprie cassette VHS su DVD, terrorizzate dall’idea che il nastro magnetico si deteriorasse e i filmini delle vacanze andassero perduti per sempre. I servizi di conversione VHS-to-DVD sono diventati un’industria. Vent’anni dopo, la direzione si è esattamente invertita: si comprano cassette nuove di artisti mai ascoltati su nastro, si collezionano VHS di film disponibili gratis in streaming, si inseguono camcorder MiniDV e compatte digitali da 3 megapixel. Il digitale, che era la salvezza, è diventato il problema; l’analogico, che era il problema, è diventato la salvezza. Ma né l’una né l’altra versione è vera: ciò che è cambiato non è la qualità del supporto, è la funzione simbolica che gli attribuiamo, e quella funzione è interamente determinata dal bisogno di identità che il mercato sfrutta.

C’è però una domanda che nessuno dei nostalgici dell’analogico sembra porsi con sufficiente onestà, e che andrebbe formulata nel modo più brutale possibile: chi tornerebbe davvero indietro, se tornare indietro significasse non poter più tornare avanti? Non l’analogico come accessorio estetico da affiancare al digitale, ma l’analogico come unica opzione. Chi rinuncerebbe davvero allo streaming per tornare all’epoca in cui se volevi vedere un film dovevi sperare che la videoteca sotto casa ce l’avesse, e se arrivavi dopo le otto di sera trovavi la saracinesca abbassata e l’alternativa era il palinsesto di Rete 4? Chi rinuncerebbe davvero a Spotify per tornare al mondo in cui ascoltare un album significava trovarlo fisicamente — in un negozio, se il negozio lo aveva a catalogo, nella città in cui vivevi, se la città in cui vivevi aveva un negozio di dischi? Chi rinuncerebbe alla fotocamera dello smartphone per tornare all’epoca in cui il rullino costava, lo sviluppo costava, e le foto delle vacanze le vedevi due settimane dopo il ritorno scoprendo che metà erano mosse e tre erano col dito davanti all’obiettivo? Nessuno, ovviamente. E il motivo è semplice: la nostalgia analogica funziona solo nella misura in cui è opzionale. Il suo fascino dipende interamente dall’esistenza del digitale come rete di sicurezza. Scatti su pellicola cinema perché sai che se il rullino viene male avevi lo smartphone in tasca, o hai scattato anche con supporto digitale. Compri il vinile perché sai che l’album è comunque su Apple Music o Spotify. Vai al retreat senza Wi-Fi perché sai che tra tre giorni torni in un mondo dove il Wi-Fi c’è. L’analogico senza il digitale non è un’esperienza contemplativa: è un disservizio. E la differenza tra le due cose è esattamente il prezzo del biglietto.

Il ritorno all’analogico è un lusso

L’industria che è cresciuta intorno a questa rinuncia performativa ha la stessa struttura del mercato del benessere di lusso. Eremito, un ex monastero del XIV secolo in Umbria, offre soggiorni off-grid a lume di candela – diverse centinaia di euro a notte per dormire senza Wi-Fi. Six Senses Bhutan custodisce il tuo telefono durante il soggiorno in una valle himalayana — un servizio che nell’epoca pre-smartphone si sarebbe chiamato “non c’è campo” e che oggi costa dai 500 ai 3000 dollari. La foto del dumbphone sul comodino viene postata su Instagram con la cura compositiva di un flat lay di Kinfolk, e l’hashtag #digitaldetox conta milioni di post — una contraddizione così perfetta da sembrare una performance artistica.

Ma il punto più rilevante non è l’ipocrisia estetica. È la struttura di classe che la disconnessione presuppone e che il marketing del detox rende invisibile. Chi può permettersi di non avere uno smartphone è chi non dipende da esso per lavorare, per spostarsi, per le operazioni bancarie. Per un rider che usa il telefono per ricevere ordini, un dumbphone da 799 dollari è un licenziamento. Per una madre sola che coordina il doposcuola via WhatsApp, la disconnessione è un lusso tanto inaccessibile quanto un soggiorno himalayano. E chi può permettersi di scattare solo su pellicola cinema è chi non ha bisogno che ogni foto venga bene al primo colpo — chi può permettersi lo spreco come gesto estetico. La disconnessione non è una scelta praticabile per tutti. È una scelta che presuppone un’infrastruttura di privilegi, e l’invisibilità di questa infrastruttura è parte integrante del suo funzionamento come marcatore di status.

Thorstein Veblen aveva descritto il meccanismo già nel 1899, ne La teoria della classe agiata, parlando di “consumo ostentativo”. La struttura è rimasta identica, ma il segno si è invertito: la classe agiata del 2025 non ostenta l’abbondanza di oggetti, ostenta la capacità di sottrarsene. Elizabeth Currid-Halkett ha chiamato questa mutazione “consumo inconspicuo” (The Sum of Small Things, 2017): la spesa delle élite per marcatori di capitale culturale che sussurrano status. Il vinile in edizione limitata, il giradischi in legno di noce, la “nuova” Leica M6, il rullino ECN-2 sviluppato in un laboratorio specializzato – sono marcatori che non esibiscono denaro ma gusto, e che tracciano confini sociali più netti di qualsiasi automobile di lusso, perché chi non appartiene al gruppo non sa nemmeno che quei confini esistono. La disconnessione e il ritorno all’analogico sono forse l’esempio più puro di consumo inconspicuo disponibile sul mercato, perché il prodotto è letteralmente un’assenza — e quell’assenza ti posiziona nella gerarchia con la precisione con cui, per la borghesia ottocentesca, lo faceva il pianoforte nel salotto che nessuno suonava.

Ma c’è un livello ulteriore. L’economia dell’attenzione non monetizza la comprensione o l’accuratezza: monetizza l’engagement. Più le piattaforme ottimizzano per l’engagement, più l’esperienza diventa tossica. Più diventa tossica, più cresce la domanda di fuga. E più cresce la domanda, più cresce il mercato di chi vende l’antidoto — il retreat, il dumbphone, il vinile, il rullino, il podcast sulla “vita intenzionale” registrato su uno smartphone e distribuito via piattaforma streaming. Il minimalismo digitale e la nostalgia analogica non sono il contrario del capitalismo delle piattaforme: ne sono il prodotto premium.

I nostri tristi e disperati tentativi di tornare all’analogico?

E il linguaggio in cui parliamo di questi fenomeni tradisce la natura del problema. “Disintossicazione” presuppone una “tossina”, e la metafora medica compie un’operazione ideologica precisa: trasforma un problema strutturale in una patologia individuale. Se il sistema è tossico, la colpa è della tua mancanza di disciplina. E la cura non può che essere individuale – un acquisto, una scelta di stile di vita – perché se il problema è tuo, la soluzione è tua, e il mercato ha il prodotto che fa per te, confezionato in E Ink e legno di noce. Lo stesso vale per il ritorno all’analogico: la soluzione allo streaming che ti aliena dalla musica non è ripensare il modello di business delle piattaforme ma comprare un giradischi da 500 euro e postarne la foto con la didascalia “finally, real music”.

Quanto sono tristi e disperati, in fondo, i nostri tentativi di tornare all’analogico? I vinili comprati senza un impianto decente per ascoltarli, i CD che tornano di moda tra chi non ha mai posseduto un lettore, le cassette acquistate come soprammobili da ventenni per cui il nastro magnetico è esotico quanto una macchina da scrivere, le pellicole cinema sviluppate a caro prezzo per ottenere foto che finiranno comunque scannerizzate e postate su Instagram, le digicam da 4 megapixel comprate su eBay per ottenere la bassa risoluzione che qualsiasi filtro gratuito potrebbe replicare, le MiniDV cercate per un “look vintage” che è semplicemente l’aspetto che aveva il video quando non poteva avere un aspetto migliore. E di tutto questo finiamo puntualmente a parlare, e a vantarci, sui social. Il vinile viene fotografato accanto alla tazzina del filtered coffee ricercato. L’unboxing del pacco mensile diventa un reel. La cassetta viene esposta sulla mensola e immortalata per TikTok. L’oggetto analogico non esiste finché non è stato digitalizzato e condiviso: è un fantasma finché non viene fotografato, e la fotografia (digitale) è il vero prodotto — non il disco, non la pellicola, non il nastro.

E finché il problema viene formulato in termini individuali — “devi staccare”, “devi tornare ad ascoltare la musica su un supporto vero”, “devi scattare su pellicola per ritrovare la lentezza” — la soluzione continuerà a essere un altro prodotto sullo scaffale dell’identità. Un altro telefono che non fa niente, venduto a chi può permettersi di non fare niente con il telefono. Un altro disco che non ascolterai davvero, stampato in vinile colorato per chi ha bisogno che la propria libreria comunichi qualcosa di preciso. Un altro rullino caricato con pellicola da cinema per chi ha bisogno che anche l’atto di fotografare dica qualcosa su di sé.

La vera domanda, quella che nessun dumbphone da 799 dollari, nessun giradischi da 500 euro e nessuna Leica vecchia o nuova è in grado di risolvere, non è come disconnettersi o come tornare all’analogico, ma perché la connessione è diventata così intollerabile e la cultura così immateriale — e a chi giova che la risposta venga cercata nel consumo individuale anziché in un cambiamento strutturale. Anche scrivere un articolo come questo, va detto, è in parte un gesto identitario — il gesto di chi si posiziona al di sopra sia del dumbphone sia del vinile sia della critica ingenua all’uno e all’altro, in una spirale di autoconsapevolezza che non sottrae nessuno, tantomeno l’autore, al meccanismo ma rende solo leggermente più difficile fingere di non vederlo.

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