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20:58 sabato 13 giugno 2026
La tomba di Immanuel Kant a Kaliningrad è diventata sorprendentemente una delle attrazioni turistiche più frequentate, fotografate e recensite su Tripadvisor C'è chi è rimasto molto soddisfatto della visita. Chi accusa Kant di essere un bluff e la sua tomba di essere noiosa. Ma in media, su Tripadvisor il filosofo se la cava bene: punteggio medio 4,3.
Il primo sciopero di tutti i lavoratori della cultura nella storia d’Italia Si fermano il personale di musei, biblioteche, archivi e teatri, insieme ai lavoratori autonomi dell'editoria, dello spettacolo e della produzione artistica e culturale.
I biglietti dei Mondiali costano così tanto che ce ne sono ancora 180 mila invenduti Persino i bagarini che li hanno comprati con largo anticipo sono in difficoltà e puri di liberarsene sono disposti ad andare in perdita.
Da quasi un anno un’associazione segnalava alla polizia irlandese i gruppi razzisti che stanno mettendo a ferro e fuoco Belfast, ma la polizia non ha fatto niente Il gruppo si chiama Accountability Project Northern Ireland e ha fatto decine di segnalazioni alle forze dell'ordine tra novembre 2025 e giugno 2026.
I Gen Z hanno inventato una nuova forma di protesta sui social: pubblicare le deprimenti, esasperanti, scandalose conversazioni con i loro capi Messaggi per stipendi non pagati, contratti non rispettati, in cui si cambiano orari all'improvviso e non si rispetta la malattia. Ne sono stati pubblicati centinaia.
Una booktoker ha provato a registrare come marchio lo slogan “hot girls read” e le altre booktoker l’hanno boicottata finché non ci ha rinunciato Allie Mitrovich ha pensato che uno slogan che non è di nessuno poteva benissimo diventare suo. BookTok non ha apprezzato l'idea.
È uscito il primo trailer del sequel di The Social Network e sono tutti straniti dal fatto che non c’è Jesse Eisenberg a interpretare Mark Zuckerberg L'arduo compito è passato a Jeremy Strong, che nel trailer ha stupito (e interdetto) tutti sfoggiando un notevole caschetto rossiccio.
L’agenzia meteorologica giapponese è la prima al mondo a dire che il Super El Niño è ufficialmente arrivato E adesso ci si aspetta che altre agenzie, stabilito il primo precedente, facciano lo stesso. Anche perché gli indizi iniziano a essere tanti.

Come raccontare il suicidio fuggendo dai luoghi comuni

Nella cronaca (Bourdain, Spade) come nella fiction, viene continuamente banalizzato o, all'opposto, considerato un gesto eroico.

13 Giugno 2018

Una delle tante, odiose conseguenze delle malattie fisiche e mentali è il potere che hanno di impossessarsi della vita di chi soffre trasformarla in uno stereotipo, in un “caso” tra i “casi”, riducendo l’irripetibile storia di un’identità specifica, con tutte le sue caratteristiche e sfumature, a una serie di frasi fatte, comuni, già scritte e già sentite. La depressione, i disturbi alimentari, le dipendenze, perfino il cancro: è come se per parlare di queste malattie la maggior parte dei media possedessero un generatore automatico di articoli, in grado di pescare tra una serie di parole, nessuna delle quali attinta dalle ricerche della medicina e della psichiatria. Qualche esempio di questa terminologia medievale: male oscuro, male di vivere, baratro, inferno, mostro, nemico, veleno, angelo, diavolo, tunnel, vuoto, scomparire, battaglia, calvario, sconfiggere, vincere, perdere, arrendersi, resistere.

In Storia della mia ansia (Mondadori, 2018), l’ultimo libro di Daria Bignardi, la protagonista reagisce alla diagnosi di cancro (operabile) in un modo molto simile a quello con cui la scrittrice Jenny Dinski apprende la stessa notizia (ma il suo è inoperabile) nel memoir In gratitudine (NN editore, 2017): al dolore e alla paura si somma l’imbarazzo, la reticenza di entrare a far parte del club dei malati di cancro, quelli chiamati a “combattere la battaglia contro la morte” e a farsi foto sorridenti con la testa calva. Sul numero di giugno di Vanity Fair, nella sua rubrica, Bignardi ha scritto una riflessione dal titolo “Gentili con chi sceglie la morte” che mi ha fatto ripensare a quel passaggio del suo libro. Citando tre recenti suicidi (Alessandra Appiano, Kate Spade e Anthony Bourdain) ha sottolineato il rischio di riconsiderare la storia dell’esistenza di queste persone secondo la retorica che tende ad accompagnare una “scelta” simile (che, come giustamente nota, «raramente è una scelta razionale»): «la cosa giusta da fare», scrive, «è ricordare la vita di chi non c’è più, non la sua morte».

Trovare il modo per parlare in modo corretto di questi argomenti, per chi sente il bisogno di scriverne, è prima di tutto un dovere. Il compito è difficilissimo: in alcuni casi la depressione trasforma la vita dei malati in parabole che vengono raccontate tutte nello stesso modo, soprattutto quando si tratta di personaggi celebri o apparentemente fortunati, “aveva tutto, eppure…”, “bello, ricco, amato, ma…”. Un po’ il discorso che ha fatto Michela Marzano su La Repubblica, in un articolo dal titolo “Quando il male di vivere avvelena il successo”: un pezzo che a una prima lettura mi è sembrato superficiale e che mi sono sforzata di leggere con più attenzione una volta saputo che la stessa autrice ha sofferto di “male di vivere”. Il fatto che persino per chi ha sperimentato in prima persona la malattia sia così difficile evadere dalle frasi fatte, trovando nuove parole, più puntuali, più acute, per descrivere e descriversi, dimostra quanto gli schemi narrativi che accompagnano questi disturbi siano radicati profondamente e quanto sia urgente l’esigenza di sradicarli, interrogarli, rivoltarli, metterli in crisi.

Ma il rischio non è solo quello di banalizzare e, in questo modo, neutralizzare le storie di chi si uccide, contaminando in retrospettiva tutta la loro vita con il singolo istante della morte. Come scrive Jennifer Michael Hecht su Vox, anche dilungarsi nella descrizione dei particolari del gesto, come ad esempio è successo con Avicii (la maggior parte dei titoli che riportavano la notizia del suo suicidio specificavano anche le modalità con cui si era svolto, usando dei pezzi di vetro), può essere pericoloso soprattutto per i giovani. Questo tipo di rischio è meno intuitivo dell’altro: com’è possibile che il desiderio di emulazione possa in qualche modo contribuire ai motivi che spingono verso un gesto così drastico? Per capirlo basta pensare a come l’influenza dei film, dei libri, delle serie tv, delle pubblicità, dei social network faccia spesso parte di una delle forze che spingono verso le dipendenze o i disturbi alimentari. Difficilmente rappresentano l’unica spinta, ma agendo insieme ad altre (il contesto familiare, la predisposizione genetica e tanti altri fattori) sono in grado di provocare una reazione.

Lo dice Hecht nell’articolo di Vox e lo ripete Daria Bignardi: è noto che un romanzo come I dolori del giovane Werther di Goethe causò, alla fine del Settecento e negli anni successivi, un’ondata di suicidi nei lettori che si identificavano nel protagonista. I dolori del giovane WertherAnna Karenina e Madame Bovary, le biografie di Virginia Woolf e Sylvia Plath, Kurt Cobain: non è certo “colpa” di questi romanzi, autori e personaggi, magari letti e conosciuti durante gli anni della prima adolescenza, se una persona si ritrova a soffrire di depressione. Ma la tendenza a lasciarsi coinvolgere, colpire e affascinare da determinate storie dimostra che possono esistere dei “trigger” in grado di rinforzare un disturbo mentale (che prima o poi, ovviamente, si sarebbe manifestato comunque). Più semplicemente, queste storie generano un riconoscimento: qualcuno descrive quello che il malato prova prima dentro di sé, e in questo modo lo codifica, gli fornisce le parole per raccontarselo e raccontarlo. Estremizzando, la persona depressa potrebbe dire di aver appreso, grazie alla storia, alla letteratura, alla cronaca e alla medicina, che una delle conseguenze della sua malattia è il suicidio: anche questo la porta a tenerlo in considerazione come una delle possibilità.

Insomma: non dare troppi dettagli e non banalizzare. Non è per niente facile. E non lo è nemmeno quando si tratta di finzione: una serie come 13, ad esempio (con tutti i suoi difetti), può essere citata come uno dei rarissimi casi di prodotto televisivo/cinematografico in cui il suicidio non viene “romanticizzato” e trasformato in un gesto epico, struggente, liberatorio (come succede in moltissimi altri film: mi viene in mente, avendo già citato Virginia Woolf, il bellissimo The Hours, in cui il suicidio della scrittrice viene raccontato in modo sì struggente, ma anche elegantissimo ed esteticamente appagante). Difficile che chi abbia guardato la scena finale di 13, in cui la protagonista si taglia le vene, l’abbia trovata seducente: è invece una scena orribile, disgustosa e grottesca, e quindi, immagino, più vicina alla realtà.

Immagini da The Hours (2002) basato sul romanzo di Michael Cunningham Le ore
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