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01:58 sabato 12 settembre 2026
Da gennaio la Svezia dà un “sussidio di rimpatrio” alle persone immigrate per andarsene via dal Paese, ma finora non lo ha richiesto praticamente nessuno Il programma è partito a inizio 2026. Finora ci hanno aderito soltanto 171 persone in tutta la Svezia. I cittadini stranieri sono più di due milioni, un quinto della popolazione totale.
C’è un videogioco in cui vivi le poche gioie e i tanti dolori di un dipendente di una piccola casa editrice indipendente Si chiama Small Press Tycoon, tutte le cose che si dicono e si vedono nel gioco fanno molto ridere perché, chi lavora nell'editoria indipendente può confermare, sono molto vere.
Secondo uno dei capi della sicurezza di Anthropic, «c’è il 10 per centro di probabilità che l’AI ci uccida tutti entro questo decennio» L'ennesimo dirigente di un'azienda AI che dice che le aziende AI stanno per far succedere qualcosa di grave. Senza che nessuno intervenga per fermarle.
Da oggi è disponibile in streaming La Superviviente, un incredibile documentario sulla donna che si inventò di essere una sopravvissuta all’11 settembre Diretto da Kike Maíllo, racconta la storia Alicia Esteve, che per sei anni finse di essere la sopravvissuta Tania Head. Finse tanto bene da diventare la presidente dell'Associazione dei sopravvissuti del World Trade Center.
Queste parole pronunciate nel 1979 da Emma Bonino sull’ipocrisia degli antiabortisti non sono mai state così attuali e così vere «Sono contro l'aborto, dicono. Però contro l'aborto clandestino nessuno faceva assolutamente niente», disse, in una storica puntata di Acquario di Maurizio Costanzo, andata in onda nel 1979 e disponibile su RaiPlay.
Che siano un record o meno poco importa, i 25 minuti di applausi per NAZA sono il momento più importante di questa Mostra del Cinema È l'unico documentario in concorso, il titolo è un acronimo militare israeliano che indica i civili che si prevede moriranno in un attacco e lo hanno realizzato due dei registi di No Other Land.
I Muse hanno dovuto cambiare nome utente su Instagram perché Muse ora è il nome del nuovo assistente AI di Meta La band è stata costretta ad abbandonare @Muse e accontentarsi di @Musetheband, perché l'AI, evidentemente, conta più della band.
Un’inchiesta di Haaretz sul 7 ottobre 2023 è valsa al giornale una querela di Benjamin Netanyahu in persona Il giornale sostiene che Netanyahu non prese alcuna iniziativa nonostante fosse stato avvertito di un imminente attentato di Hamas pochi giorni prima del 7 ottobre.

Come raccontare il suicidio fuggendo dai luoghi comuni

Nella cronaca (Bourdain, Spade) come nella fiction, viene continuamente banalizzato o, all'opposto, considerato un gesto eroico.

13 Giugno 2018

Una delle tante, odiose conseguenze delle malattie fisiche e mentali è il potere che hanno di impossessarsi della vita di chi soffre trasformarla in uno stereotipo, in un “caso” tra i “casi”, riducendo l’irripetibile storia di un’identità specifica, con tutte le sue caratteristiche e sfumature, a una serie di frasi fatte, comuni, già scritte e già sentite. La depressione, i disturbi alimentari, le dipendenze, perfino il cancro: è come se per parlare di queste malattie la maggior parte dei media possedessero un generatore automatico di articoli, in grado di pescare tra una serie di parole, nessuna delle quali attinta dalle ricerche della medicina e della psichiatria. Qualche esempio di questa terminologia medievale: male oscuro, male di vivere, baratro, inferno, mostro, nemico, veleno, angelo, diavolo, tunnel, vuoto, scomparire, battaglia, calvario, sconfiggere, vincere, perdere, arrendersi, resistere.

In Storia della mia ansia (Mondadori, 2018), l’ultimo libro di Daria Bignardi, la protagonista reagisce alla diagnosi di cancro (operabile) in un modo molto simile a quello con cui la scrittrice Jenny Dinski apprende la stessa notizia (ma il suo è inoperabile) nel memoir In gratitudine (NN editore, 2017): al dolore e alla paura si somma l’imbarazzo, la reticenza di entrare a far parte del club dei malati di cancro, quelli chiamati a “combattere la battaglia contro la morte” e a farsi foto sorridenti con la testa calva. Sul numero di giugno di Vanity Fair, nella sua rubrica, Bignardi ha scritto una riflessione dal titolo “Gentili con chi sceglie la morte” che mi ha fatto ripensare a quel passaggio del suo libro. Citando tre recenti suicidi (Alessandra Appiano, Kate Spade e Anthony Bourdain) ha sottolineato il rischio di riconsiderare la storia dell’esistenza di queste persone secondo la retorica che tende ad accompagnare una “scelta” simile (che, come giustamente nota, «raramente è una scelta razionale»): «la cosa giusta da fare», scrive, «è ricordare la vita di chi non c’è più, non la sua morte».

Trovare il modo per parlare in modo corretto di questi argomenti, per chi sente il bisogno di scriverne, è prima di tutto un dovere. Il compito è difficilissimo: in alcuni casi la depressione trasforma la vita dei malati in parabole che vengono raccontate tutte nello stesso modo, soprattutto quando si tratta di personaggi celebri o apparentemente fortunati, “aveva tutto, eppure…”, “bello, ricco, amato, ma…”. Un po’ il discorso che ha fatto Michela Marzano su La Repubblica, in un articolo dal titolo “Quando il male di vivere avvelena il successo”: un pezzo che a una prima lettura mi è sembrato superficiale e che mi sono sforzata di leggere con più attenzione una volta saputo che la stessa autrice ha sofferto di “male di vivere”. Il fatto che persino per chi ha sperimentato in prima persona la malattia sia così difficile evadere dalle frasi fatte, trovando nuove parole, più puntuali, più acute, per descrivere e descriversi, dimostra quanto gli schemi narrativi che accompagnano questi disturbi siano radicati profondamente e quanto sia urgente l’esigenza di sradicarli, interrogarli, rivoltarli, metterli in crisi.

Ma il rischio non è solo quello di banalizzare e, in questo modo, neutralizzare le storie di chi si uccide, contaminando in retrospettiva tutta la loro vita con il singolo istante della morte. Come scrive Jennifer Michael Hecht su Vox, anche dilungarsi nella descrizione dei particolari del gesto, come ad esempio è successo con Avicii (la maggior parte dei titoli che riportavano la notizia del suo suicidio specificavano anche le modalità con cui si era svolto, usando dei pezzi di vetro), può essere pericoloso soprattutto per i giovani. Questo tipo di rischio è meno intuitivo dell’altro: com’è possibile che il desiderio di emulazione possa in qualche modo contribuire ai motivi che spingono verso un gesto così drastico? Per capirlo basta pensare a come l’influenza dei film, dei libri, delle serie tv, delle pubblicità, dei social network faccia spesso parte di una delle forze che spingono verso le dipendenze o i disturbi alimentari. Difficilmente rappresentano l’unica spinta, ma agendo insieme ad altre (il contesto familiare, la predisposizione genetica e tanti altri fattori) sono in grado di provocare una reazione.

Lo dice Hecht nell’articolo di Vox e lo ripete Daria Bignardi: è noto che un romanzo come I dolori del giovane Werther di Goethe causò, alla fine del Settecento e negli anni successivi, un’ondata di suicidi nei lettori che si identificavano nel protagonista. I dolori del giovane WertherAnna Karenina e Madame Bovary, le biografie di Virginia Woolf e Sylvia Plath, Kurt Cobain: non è certo “colpa” di questi romanzi, autori e personaggi, magari letti e conosciuti durante gli anni della prima adolescenza, se una persona si ritrova a soffrire di depressione. Ma la tendenza a lasciarsi coinvolgere, colpire e affascinare da determinate storie dimostra che possono esistere dei “trigger” in grado di rinforzare un disturbo mentale (che prima o poi, ovviamente, si sarebbe manifestato comunque). Più semplicemente, queste storie generano un riconoscimento: qualcuno descrive quello che il malato prova prima dentro di sé, e in questo modo lo codifica, gli fornisce le parole per raccontarselo e raccontarlo. Estremizzando, la persona depressa potrebbe dire di aver appreso, grazie alla storia, alla letteratura, alla cronaca e alla medicina, che una delle conseguenze della sua malattia è il suicidio: anche questo la porta a tenerlo in considerazione come una delle possibilità.

Insomma: non dare troppi dettagli e non banalizzare. Non è per niente facile. E non lo è nemmeno quando si tratta di finzione: una serie come 13, ad esempio (con tutti i suoi difetti), può essere citata come uno dei rarissimi casi di prodotto televisivo/cinematografico in cui il suicidio non viene “romanticizzato” e trasformato in un gesto epico, struggente, liberatorio (come succede in moltissimi altri film: mi viene in mente, avendo già citato Virginia Woolf, il bellissimo The Hours, in cui il suicidio della scrittrice viene raccontato in modo sì struggente, ma anche elegantissimo ed esteticamente appagante). Difficile che chi abbia guardato la scena finale di 13, in cui la protagonista si taglia le vene, l’abbia trovata seducente: è invece una scena orribile, disgustosa e grottesca, e quindi, immagino, più vicina alla realtà.

Immagini da The Hours (2002) basato sul romanzo di Michael Cunningham Le ore
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