Disoccupazione giovanile alta anche all’estero, affitti fuori controllo, un’Europa sempre meno accogliente: eppure i giovani italiani continuano a partire. Il motivo non è la carriera: altrove, a 19 anni, si viene trattati da adulti, in Italia si è ancora figli.
Al funerale di Giovanni Sparago, maresciallo dei carabinieri, venticinque anni, il comandante provinciale dei carabinieri della Spezia è arrivato con una delegazione di colleghi per testimoniare, ha detto, «la vicinanza personale e dell’intera comunità dell’Arma spezzina», perché stavano «piangendo un valido carabiniere». Poi il padre, ufficiale dell’Esercito, ha letto una lettera al figlio in cui quella stessa comunità compariva in un’altra veste: «Hai sofferto in silenzio quando scoprivi la cattiveria della gente che aveva la tua divisa», scriveva, gente «che con azioni vili ti criticava in ogni luogo militare». E ancora: «Hai avuto persecuzioni e cattiverie che ti facevano male e ti hanno fatto stancare, perdere d’animo e rinunciare alla vita». Giovanni si era tolto la vita pochi giorni prima, un sabato di primavera, dopo la riunione in cui si preparava il servizio d’ordine per una partita di calcio, e sognava l’Accademia per diventare ufficiale. La procura indaga per istigazione al suicidio contro ignoti, nessuna delle accuse del padre è stata accertata, e il comandante, quel giorno, ha detto che anche l’Arma si chiede il perché e confida che «emerga la verità».
Dall’altra parte del cordone
A questo tema ci sono arrivata dai cortei. Chi ci ha passato abbastanza pomeriggi conosce una scena che io ho visto abbastanza volte da non riuscire più a chiamarla incidente: un corpo già a terra, già fermo, a volte già ammanettato, e sopra qualcuno in divisa che continua a colpire quando non resta più niente da fermare. A metà ottobre, a Milano, una ragazza di vent’anni ha raccontato di essere stata colpita con i manganelli mentre era a terra, durante gli scontri del corteo contro il carovita, e di non aver denunciato perché dubita che servirebbe; quest’estate, nell’aula bunker di Santa Maria Capua Vetere, la pubblica ministera ha dovuto interrompersi mentre scorreva il video di un detenuto in ginocchio, colpito con i manganelli da un gruppo di agenti della Penitenziaria. Quasi sempre, poi, ai colpi è seguito qualcos’altro, meno visibile e più collettivo: i tre agenti condannati per la morte del diciottenne Federico Aldrovandi accolti con un applauso al congresso di un sindacato di polizia; la nota di servizio sparita di Francesco Tedesco, il carabiniere che solo nove anni dopo ha raccontato di aver visto due colleghi picchiare Stefano Cucchi, e i falsi che secondo la Cassazione servivano a proteggerli; i testimoni costretti, secondo l’accusa, a cancellare i video dell’inseguimento alla fine del quale è morto Ramy Elgaml. Dire che stavano facendo il loro lavoro non regge nemmeno sul piano del diritto, perché l’articolo 53 del codice penale consente la forza per respingere una violenza o vincere una resistenza, e chi è in ginocchio o ammanettato non oppone né l’una né l’altra.
Per anni ho cercato la spiegazione nella divisa e nell’autorità, a cominciare dal capostipite di tutte le ricerche sull’obbedienza: nell’estate del 1961, a Yale, Stanley Milgram convinse quaranta uomini qualunque a infliggere scosse elettriche sempre più forti a uno sconosciuto, perché un signore in camice grigio ripeteva con voce piana che l’esperimento richiedeva di andare avanti, e molti obbedirono sudando, tremando, piantandosi le unghie nella carne. Gli psicologi Marialuisa Menegatto e Adriano Zamperini, che hanno studiato il G8 di Genova, spostano l’accento dall’ordine all’appartenenza – in quei giorni, dicono, «non era tanto ciò che facessero, ma ciò che erano a essere decisivo per quello che avrebbero subito», e «il cittadino divenne dunque il nemico» – e lo storico Christopher Browning lo aveva trovato in un luogo infinitamente più buio, il Battaglione 101 della polizia d’ordine tedesca, che nell’estate del 1942, a Józefów, fucilò più di mille ebrei: dieci, forse dodici uomini accettarono l’offerta del comandante di tirarsi indietro, e nessuno di loro fu punito, mentre gli altri restarono per non lasciare ai compagni il lavoro sporco e per non passare per deboli. Dopo, racconta Browning in Uomini comuni, del massacro nel battaglione non si parlò più, e chi aveva gli incubi se li tenne per sé.
È quel timore di passare per deboli, e sono quegli incubi tenuti per sé, che ho ritrovato in un tema che in piazza nessuno, da nessuno dei due lati del cordone, ha voglia di guardare: i suicidi tra gli appartenenti alle forze dell’ordine. Arrivarci mi ha messo a disagio. Sono cresciuta dall’altra parte del cordone, dove il malessere di chi porta il casco non è mai stato un argomento, semmai un alibi da smontare, e so che a scriverne si rischia di essere letti da una parte come chi cerca attenuanti per i manganelli, dall’altra come chi si appropria di un lutto che non le spetta. Ma un’attenzione che si ferma al bordo dell’uniforme finisce per ragionare come ciò che critica, decidendo chi merita di essere visto in base a ciò che è e non a ciò che gli accade; e da lì è nata un’ipotesi scomoda per tutti, cioè che dentro le divise si stia molto peggio di quanto si dica, che una parte di quel malessere torni fuori nei colpi, e che l’istituzione preferisca non saperlo.
L’osservatorio che non pubblica
Lo suggerisce, prima ancora dei casi, il modo in cui il fenomeno viene contato, o meglio il modo in cui non viene contato. Il ministero dell’Interno ha istituito un osservatorio nel 2019 e non ne ha mai reso pubblici i dati anno per anno; l’unica cifra ufficiale arrivata in Parlamento si ferma al 2023 e dice che tra poliziotti, carabinieri, finanzieri e agenti penitenziari se n’è tolto la vita uno ogni nove giorni, più di uno a settimana contando anche le polizie locali e le forze armate, e i conteggi delle associazioni, per forza di cose al ribasso, ritrovano lo stesso ritmo fino a quest’anno. Secondo uno studio della Sapienza condotto con il servizio sanitario della Polizia di Stato su vent’anni di casi, i poliziotti si tolgono la vita il 70 per cento più spesso degli uomini italiani della stessa età, sicché di dieci agenti morti così circa quattro non ci sarebbero se avessero avuto il rischio degli altri, e si tratta di persone selezionate con test psicoattitudinali, con un lavoro stabile e uno stipendio fisso, cioè con quasi tutto ciò che, nelle statistiche sul suicidio, di solito protegge.
La colonna del privato
Beatrice Belcuore aveva venticinque anni ed era al secondo anno della scuola marescialli dei carabinieri di Firenze quando, nella primavera del 2024, è stata trovata morta dentro l’istituto. «Ha vissuto con l’ambizione di indossare l’uniforme già da ragazzina», racconta lo zio Davide. Il padre è stato nell’Arma per più di quarant’anni, tra cugini e nipoti c’è chi è in Marina, chi in Polizia, chi nella Penitenziaria – «siamo una famiglia dove si è sempre respirata quell’aria» – e lei, che prima della scuola aveva già fatto un anno di servizio in strada, prendeva ottimi voti e pensava al concorso per diventare ufficiale. «Non era una che se le teneva», dice lo zio: alcuni metodi della scuola li contestava, e lo diceva. Alla madre, nelle ultime settimane, ripeteva che quella scuola le stava rovinando la vita, e intanto aveva già organizzato con gli amici i due giorni di permesso di Pasqua e progettava un fine settimana con lei al centro commerciale. «Il pensiero è il dubbio», dice lo zio, «il dubbio lacerante».
Di quella mattina restano soprattutto le cose che non sono state fatte. Dagli atti che la famiglia ha potuto vedere risulta che Beatrice si è allontanata poco prima delle undici ed è stata trovata verso l’una, dopo quasi due ore in cui, in un istituto dove ogni movimento degli allievi è scandito e sorvegliato, nessuno l’ha cercata; che il luogo in cui è stata trovata non è stato isolato né documentato con i rilievi fotografici e video che di regola si eseguono; che nessuno ha ricostruito come stesse nei giorni precedenti. Quando un consulente incaricato dalla famiglia ha sollevato dubbi tecnici sulla dinamica, la procura ha respinto la richiesta di nuovi accertamenti come esplorativa e ha archiviato, senza indagati né ipotesi di reato. È accaduto nella scuola in cui l’Arma insegna ai futuri marescialli, tra le altre cose, come si conduce un sopralluogo, e in cui un sindacato aveva denunciato, mesi prima, presunti abusi che avrebbero spinto una sessantina di allievi a lasciare il corso. Oggi la famiglia prova a far accertare almeno le responsabilità amministrative: la sicurezza sul lavoro, lo stress lavoro-correlato, la mancata valutazione di come stava Beatrice.
Intorno alla sua, e a quella del maresciallo della Spezia, ci sono altre storie in cui il legame con il servizio non ha avuto bisogno di essere dedotto. Nell’estate del 2022, a Pistoia, un maresciallo della Guardia di Finanza di cinquant’anni ha mandato ai giornali, prima di togliersi la vita alla fine di un turno, un’email in cui scriveva che il suo gesto era «legato esclusivamente alle vicende lavorative» e chiedeva che al funerale la Finanza non mandasse nessuno a rappresentarla. Nel carcere di Turi, vicino a Bari, un agente morto suicida nel 2021 era stato per anni lo zimbello dei colleghi, ispettore capo compreso, e il giudice per le indagini preliminari ha respinto due volte l’archiviazione ipotizzando maltrattamenti, senza che quattro anni dopo ci fosse un solo indagato. Nell’autunno del 2023, nel Ferrarese, si è tolto la vita un maresciallo dei carabinieri di ventisette anni che la famiglia descrive tormentato dalle telefonate di un superiore sui turni di riposo, e l’indagine sul superiore, i cui accertamenti secondo il padre erano stati affidati allo stesso comando da cui dipendeva la stazione, si è chiusa con una richiesta di archiviazione perché il gesto non era prevedibile. In ottobre un agente del carcere di Lecce, 37 anni e un figlio piccolo, si è tolto la vita al termine di un turno di notte, in un sistema in cui alcuni turni arrivano a ventisei ore. Nessuno di questi casi, preso da solo, dimostra una regola, e per nessuno una sentenza ha stabilito responsabilità; messi in fila, descrivono una sofferenza nata dentro il servizio, detta ad alta voce, e trasformata in qualcos’altro nel momento in cui viene registrata.
Nelle schede compilate dai dipartimenti di polizia e studiate dagli psichiatri della Sapienza, la gran parte dei casi a cui viene attribuito un motivo finisce sotto la voce dei problemi personali e familiari, il lavoro compare in meno di due casi su cento e per un terzo abbondante il motivo resta sconosciuto. Un’amministrazione che classifica la morte dei propri dipendenti assegna a ciascuna una causa prevalente, e tutto ciò che non porta una firma – la separazione arrivata dopo anni di turni e trasferimenti, l’affitto in una città dove lo stipendio non basta, la telefonata di un superiore – scivola nella colonna del privato, che è l’unica in cui il compilatore non compare. Una fonte interna alle forze armate, che chiede di non essere nominata, descrive il punto in cui le due colonne si toccano. Coprire il turno di un collega che sta male lo si fa volentieri, «ti fai in quattro»; poi però «ti trovi a fare un turno che non dovevi fare perché il comandante non è in grado di organizzare i turni, e siccome è un tuo superiore ti dice di stare muto, che non ti devi lamentare. E lì iniziano le fratture».
Che l’appartenenza possa proteggere e insieme esporre lo aveva intuito Émile Durkheim nel 1897. Nel Suicidio, convinto che il legame con un gruppo trattenga dal togliersi la vita, dovette ammettere che i soldati si uccidevano più dei civili della loro età, e i graduati e le truppe scelte più degli altri, e chiamò quella forma suicidio altruistico, propria di chi è integrato al punto da non contare più per sé stesso. La stessa fonte lo dice con parole sue: «Quando lavori in un team dove l’attenzione dell’uno è la salvaguardia dell’altro, si crea questo affidamento cieco, che non tiene conto delle debolezze». Una disciplina che insegna a valutare poco sé stessi insegna, con la stessa grammatica, a valutare poco gli altri, e la si impara a scuola. Nelle scuole dell’Arma, racconta, i primi mesi sono un regime in cui «ti centellinano ogni secondo della vita che passi là dentro», fatto di prove di stress di cui nessuno spiega lo scopo – agli allievi viene detto che «fuori è peggio» – e affidato a istruttori scelti per esclusione: «Prendono personaggi che magari non hanno spiccate doti investigative e gli dicono: vai a scuola, vai a fare l’istruttore, parcheggiati». Nessuno chiede periodicamente agli allievi come stanno vivendo quel metodo, e ne viene fuori «un percorso inconsapevole», in cui ci si adatta soltanto a resistere: c’è chi «spegne il cervello e dice: vabbè, passerà», e chi tira avanti «dissociato», cioè nello stato che Milgram chiamava eteronomico, quello in cui ci si percepisce come lo strumento della volontà di un altro.
Inerme, disarmato
Per decenni quella disciplina ha avuto in Italia anche una forma giuridica. Il regolamento di servizio della Polizia di Stato prevedeva, per l’agente con un disturbo psichico, il ritiro di pistola, tesserino e manette e l’allontanamento dal servizio: chi trovava il coraggio di dire che non dormiva più veniva, alla lettera, disarmato, cioè ridotto nella condizione di chi, in un corteo o in una cella, si era abituato a guardare dall’alto – senza arma, senza tesserino, senza difese – e diventava per i colleghi quello «fuori di testa». Solo nell’estate del 2023 un nuovo articolo ha limitato il ritiro alla sola arma, per il cosiddetto disagio psico-sociale, e vale per la sola Polizia di Stato. Nell’Arma si è scelto un numero verde anonimo affidato a psicologi esterni, e il fondatore dell’Unione sindacale italiana carabinieri ne rivendicava quest’estate il pregio principale con una frase che dice più di quanto vorrebbe: «Non segnala niente all’Arma». Per la stessa fonte, nelle forze armate il disagio resta un fenomeno «volutamente poco esplorato», protetto da quello che chiama «il culto del supereroe che indossa l’uniforme e non deve mai mostrare debolezze». «Nell’arco di un’intera carriera», dice, «sfido chiunque, di qualsiasi ordine e grado, a non aver avuto un momento di fragilità».
C’è una ragione per cui, a chi porta la divisa, consegnare la pistola somiglia a consegnare sé stessi. Massimiliano Salce, colonnello della Guardia di Finanza con quarant’anni di servizio alle spalle, che al tema ha dedicato un libro, Il suicidio in uniforme, la chiama immedesimazione: «Una divisa è molto invadente. Ti dà una corazza, ti dà un’identità. Tu credi di essere quella divisa, ma sei un nome e cognome, sei un essere umano che si relaziona». Quell’immedesimazione, per Salce, corre lungo tutta la scala gerarchica, e in alto prende la forma che Jacques Lacan aveva fissato in una frase – se è pazzo un uomo che si crede re, non lo è meno un re che si crede re –, cioè quella del comandante che «si immedesima talmente tanto nel suo ruolo che crede che la sua identità di essere umano sia quella figura che lui riveste». «Non abbandoni mai il tuo ruolo», dice, «e pensi di essere il re pure quando vai a giocare a calcetto, pure quando vai a mangiare la pizza», finché «cominci a trattare le persone non da essere umano ma da ruolo». Sotto quel comandante c’è chi sopporta, chi lo manda a quel paese in silenzio, chi tiene tutto dentro finché a dirlo è il corpo – gastriti, cefalee, dermatiti, certificati medici – e chi, per problemi personali o perché trattato in modo poco umano, «non vede più la luce in fondo al tunnel».
È qui che la domanda sulla violenza e quella sui suicidi smettono di abitare stanze separate, perché il riflesso che impedisce di dire «non sto bene» è lo stesso che impedisce di dire «ho visto un collega picchiare»; chi quest’anno ha fondato una rete di ascolto tra agenti racconta che la paura più diffusa, tra quelli che la contattano, è perdere la carriera. Salce spiega come la si perde: chi contesta un comandante riceve richieste di giustificazione «una sull’altra», poi un procedimento disciplinare o un ritocco alle note caratteristiche, la scheda di valutazione da cui dipendono avanzamenti e trasferimenti, e nei corpi militari si può arrivare alla consegna, che chiude in caserma con un semplice atto amministrativo: «una specie di prigionia», dice, retaggio di un esercito fatto di contadini mandati al massacro e di ufficiali sabaudi. Nella tarda primavera del 2007, al processo per la scuola Diaz, dove durante il G8 di Genova i reparti mobili avevano picchiato decine di persone che dormivano, il vicequestore Michelangelo Fournier parlò di «macelleria messicana» e ammise di aver taciuto fino ad allora per spirito di appartenenza; nel 2019, in corte d’assise, Tedesco ha raccontato di aver firmato per paura un verbale già pronto, di essere stato invitato dal comandante della caserma a «seguire la linea dell’Arma» se voleva continuare a fare il carabiniere, e di essersi sentito «solo contro una sorta di muro». Per Zamperini, a Genova, non ci fu «una singola responsabilità, ma una responsabilità sistemica, politica e collettiva», e Menegatto ricorda le istituzioni che «hanno silenziato quegli avvenimenti o addirittura promosso gli agenti coinvolti nelle violenze». La cultura che protegge chi alza il manganello una volta di troppo è la stessa che lascia solo chi non riesce più a dormire, perché entrambe poggiano sull’idea che il corpo – quello dell’agente e quello del reparto – non debba mai mostrarsi incrinato dall’interno.
La ferita morale
Jonathan Shay dal 1987 al 2008 ha curato i reduci del Vietnam in una clinica di Boston e ha cercato le parole per i loro traumi in Omero, prima in Achilles in Vietnam, nel 1994, poi in Odysseus in America: la ferita morale, cioè il tradimento di ciò che è giusto, da parte di chi detiene un’autorità legittima, in una situazione in cui la posta è altissima. Il suo Achille è il guerriero a cui Agamennone, il capo, porta via Briseide, e Shay riconosceva la furia che ne segue nei veterani che si erano sentiti traditi dai propri ufficiali. Gli psicologi venuti dopo hanno esteso la definizione a chi commette, non impedisce o anche solo vede commettere atti che violano le proprie convinzioni morali, e negli studi sui militari la vergogna che ne deriva è tra i fattori associati al rischio di suicidio. Sulla polizia la ricerca è giovane e i dati sono pochi, ma quando due psicologi, Konstantinos Papazoglou e Brian Chopko, hanno provato ad applicarle la categoria, le occasioni che hanno elencato hanno coinciso con la cronaca italiana di questi anni: l’ordine di usare la forza contro dei manifestanti, il collega che maltratta qualcuno sotto i tuoi occhi, il silenzio che segue. La vicenda di Tedesco, che firmò per paura e impiegò nove anni a raccontare quello che aveva visto, sembra scritta su quella definizione, e lo stesso vale, a sentire loro e le loro famiglie, per il finanziere di Pistoia e per il maresciallo del Ferrarese.
Niente di tutto questo è un’attenuante, e chi lo usasse così farebbe torto anzitutto ai molti agenti che stanno male senza fare male a nessuno. Il carcere mostra però fino a che punto le due cose possano spingersi. Il processo di Santa Maria Capua Vetere, con oltre cento imputati tra agenti, funzionari e medici, è arrivato alle arringhe delle difese dopo che la Procura ha chiesto condanne fino a ventun anni, mentre nelle carceri italiane, l’anno scorso, si è tolto la vita un detenuto ogni quattro giorni e mezzo – ventidue volte più spesso che fuori, secondo i calcoli dell’associazione Antigone – e quest’anno il ritmo non è cambiato di molto. Chi sta in una cella si toglie la vita circa nove volte più spesso di chi la sorveglia, e chi la sorveglia più spesso di chi serve in qualunque altro corpo di polizia, in istituti che contengono 20 mila detenuti oltre i posti disponibili e a cui mancano, a seconda di chi fa il conto, da 7 mila a 20 mila agenti.
Diecimila euro e dodici psicologi
Davanti a tutto questo lo Stato ha scelto, con una chiarezza che bisogna riconoscergli, dove mettere le risorse. Il decreto sicurezza del 2025 ha portato fino a 10 mila euro per ogni fase del processo la somma che l’amministrazione anticipa per le spese legali degli agenti indagati per fatti di servizio; quello del 2026 ha istituito un registro a parte, il modello 45-bis, in cui annotare il nome dell’agente, invece di iscriverlo tra gli indagati, quando il fatto appare coperto da una causa di giustificazione, ed è lì che quest’estate sono finiti i poliziotti e i sanitari intervenuti a Bologna nel fermo di Abderrahim Fakir, morto durante l’intervento. Per la testa di chi porta l’arma, negli stessi anni, si sono visti un numero verde, un articolo di regolamento valido per un solo corpo e, nel 2024, un concorso da 12 psicologi per una polizia di quasi 100 mila persone, nella quale ancora nel 2019, denunciavano i sindacati, solo 6 questure su 110 ne avevano uno in organico. La rete di ascolto tra pari, sostenuta da psicologi volontari, per funzionare è dovuta nascere fuori dalle catene di comando.
Il passo fuori dal cerchio
Non ho trovato, alla fine, la risposta che cercavo, e diffido di chi sostiene di averla. La violenza di un uomo in divisa su una persona a terra resta un atto suo, di cui deve rispondere con nome e cognome, e con il numero identificativo sul casco che l’Italia, a differenza della maggior parte dei paesi dell’Unione europea, continua a non prevedere. Ho trovato però un’istituzione che chiede ai suoi membri di non incrinarsi mai, li arma, li consuma, li lascia soli con quello che hanno visto e fatto, e poi si sorprende due volte: quando uno di loro colpisce chi non può difendersi, e quando un altro, una mattina, non si presenta in servizio. A Józefów una dozzina di uomini su 500 fece un passo fuori dal cerchio, e nessuno li punì. Nelle forze dell’ordine italiane quel passo può voler dire due cose, rifiutarsi di colpire o di coprire chi colpisce, oppure ammettere di non farcela, e sono le due cose che costano di più: un carabiniere che vuole ammettere di non farcela può chiamare un numero che non avvisa i suoi superiori; per l’altra, l’esempio più noto resta quello di un vicequestore che ci ha messo sei anni a raccontare in un’aula di tribunale quello che aveva visto, e quando ci è arrivato era un imputato.
