Il settore vale 1,8 miliardi, conta 4.451 punti vendita ma otto Comuni su dieci non ne hanno neanche uno. I librai chiedono, per l'ennesima volta, una politica nazionale.
C’è un trend di TikTok che mi ha fatto molto ridere: giovani italiani all’estero che filmano un momento della loro vita, con la didascalia: “Ho lasciato l’Italia perché non arrivavo a fine mese. Ora non arrivo a fine mese e sono pure un immigrato.”
In effetti, a guardare i dati, le destinazioni scelte dagli italiani non sono esattamente dei paradisi. Nel quarto trimestre del 2025, il tasso di disoccupazione giovanile nel Regno Unito era sopra il 16 per cento. In Germania siamo intorno al 7 per cento; in Olanda, considerata tra le economie più sane d’Europa, il tasso di disoccupazione giovanile supera l’8 per cento. A questo c’è da aggiungere che gli affitti nelle grandi città sono ormai fuori controllo, oltre al sentimento socio-politico riscontrato nel sovracitato video: un mondo sempre meno accogliente, in cui essere immigrati è sempre più difficile.
Eppure i giovani italiani continuano ad andarsene. Sembrerebbe un controsenso. Ma lo è solo se ci si ostina a credere che l’unico motivo per cui gli italiani emigrano sia fare carriera, come ci è stato raccontato per anni. Il motivo per cui si parte non è trovare un mercato del lavoro perfetto. È trovare un sistema culturale, sociale, istituzionale che ti tratti da adulto. E su questo, la differenza tra l’Italia e molti altri paesi europei resta enorme.
Partire per diventare adulti
E diventare adulti passa, per forza di cose, tramite il lavoro. Secondo gli ultimi dati ISTAT su giovani e mercato del lavoro, il tasso di occupazione dei 20-34enni si ferma appena sotto il 60 per cento e anche tra chi ha completato gli studi universitari resta al 70 per cento: tre giovani su dieci fuori dal mercato del lavoro. Il tasso di occupazione giovanile resta al di sotto della media UE (43,9 per cento contro 58,1 per cento), e anche tra i 25-34enni laureati il distacco è netto: 68,5 per cento contro una media europea del 79,6 per cento.
Ma il dato che, secondo me, racconta meglio di tutti il problema non è il tasso di occupazione in sé. È la velocità con cui si arriva a quel punto. O meglio, la lentezza. La transizione tra scuola e lavoro in Italia è straordinariamente lunga, e con essa si allunga anche la transizione tra adolescenza ed età adulta. Un solo italiano under 30 su cinque vive fuori dalla casa dei genitori. È un numero che impressiona e che coincide, non per caso, con un altro dato: nel 2023 solo uno su cinque, tra i giovani under 30 occupati, lavorava con un contratto a tempo indeterminato. Relazione causa-effetto da manuale. E quest’instabilità, come il tassello di un domino, fa crollare l’intero apparato di cui una persona necessita per essere considerata, appunto, adulta. Senza stabilità contrattuale, il mercato degli affitti non ti considera; quello dei mutui tantomeno. E anche quando puoi permetterti economicamente di vivere da solo, devi comunque spesso chiedere a un genitore di firmare come garante, quello stesso genitore che probabilmente ti ha dovuto supportare all’università o che nel momento in cui non troverai lavoro o non guadagnerai abbastanza, ti vedrà tornare. Quest’ultimo fenomeno è talmente diffuso da avere un nome: la generazione boomerang.
Chi parte dieci passi indietro
A questo si aggiunge uno svantaggio strutturale sull’istruzione: in Italia solo il 27,5 per cento delle persone tra i 25 e i 34 anni ha una laurea, contro il 51,3 per cento dei Paesi OCSE comparabili. E di questi laureati, circa il 10 per cento, con punte nelle materie STEM, lavora all’estero. Chi resta spesso si trova in una situazione paradossale: il 23,7 per cento degli occupati laureati tra i 25 e i 34 anni svolge professioni a media o bassa qualifica, un tasso di sovraistruzione di gran lunga superiore alla media europea.
I dati sull’occupazione totale sono in miglioramento, è giusto dirlo: tra il 2019 e il 2025, l’Italia ha registrato una crescita dell’occupazione del 4,3 per cento, meglio della Germania per esempio. Ma il tasso complessivo di attività, e gli stipendi rimangono tra i più bassi d’Europa. E l’Istat avverte che se la partecipazione al mercato del lavoro restasse ferma ai livelli attuali, entro il 2050 il numero di attivi si ridurrebbe di oltre cinque milioni. Nascono meno bambini, la forza lavoro si contrae, il patto generazionale che regge l’intero sistema previdenziale, collassa.
È un problema sistemico, e noi giovani che partiamo, per forza di cose, siamo sia causa che effetto. Eppure, la vita per noi è sempre più difficile. A Londra, Berlino, Amsterdam gli affitti sono fuori controllo, i salari reali si erodono, il costo della vita in molte grandi città europee è diventato insostenibile quasi quanto quello di Milano. Se il motivo fosse puramente economico, fare carriera, guadagnare di più, questi dati dovrebbero scoraggiare la partenza, o almeno ridimensionarla. Non è così. Il che ci dice che il motivo va ben oltre il lavoro. È strutturale. È culturale. E forse è ora che iniziamo a riconoscerlo, invece di continuare a leggere ogni ondata migratoria come un problema di PIL o di competitività salariale.
Oltre la carriera, oltre i soldi
Io vivo in Inghilterra da anni. Sono partita dopo il diploma, a 19 anni appena compiuti, per poi rimanerci. Dopo tanti lavoretti, a 21 anni ho ottenuto il mio primo lavoro nel mio ambito, full-time, a tempo indeterminato. Eppure, ciò che ricordo dei primi tempi in cui lavoravo non è tanto la carriera, o i soldi. È la sensazione di essere percepita come un’adulta. Indossavo il completo per andare alle conferenze di settore e mi sentivo quasi ridicola: troppo giovane, non credibile, fuori posto. Ma nessun altro pensava che lo fossi; venivo presa sul serio nel mio lavoro. E non perché io sia speciale, ma perché è del tutto normale essere giovani professionisti a quell’età. E ciò si estende oltre il lavoro: il contratto d’affitto, le bollette, erano tutti a nome mio; il prestito universitario, sebbene smisuratamente alto, era a nome mio. Agli occhi dello stato, a diciannove anni, ero a tutti gli effetti un’adulta. E questo, mi rendo conto ora, fa tutta la differenza.
È proprio l’emancipazione economica che ha spinto anche Fabrizio Villari Moroni a partire. Originario di Messina, ha studiato a Milano, per poi scegliere di partire: «Volevo fare una magistrale che non costasse alla mia famiglia un sacco di soldi e sono partito per Copenhagen, dove l’istruzione è gratuita e ti remunerano per studiare», mi racconta. «Ho guadagnato l’indipendenza economica a 21 anni in Danimarca, mentre tutti i miei amici ancora a 26 si devono fare aiutare». Non è solo una questione economica. È culturale. In Italia si è giovani per molto più tempo di quanto si vorrebbe, e non nel senso romantico del termine. Si è dipendenti economicamente, logisticamente e spesso, di conseguenza, emotivamente, ben oltre i trent’anni.
Fabrizio oggi vive a Parigi, lavora come content creator e, insieme alla sua amica e collega content creator Lea Cuccaroni, in arte @leonciino, ha un podcast in cui parla di italiani all’estero, appropriatamente chiamato Baci&Baguette. Lea descrive una realizzazione simile, scoperta osservando i suoi compagni di corso francesi, mentre faceva anche lei il Master all’estero, dopo una triennale in Italia: «Una cosa che mi ha sorpresa quando sono arrivata qua è che i francesi hanno molte più possibilità di emanciparsi dai propri genitori e quindi lo fanno tutti quasi subito. Sono pochissime le persone che a 19 anni vivono ancora con i genitori. E poi quasi tutti lavoravano. Anche se lavoravano poco, generalmente avevano contratti da 10 ore settimanali: questo permetteva loro di costruirsi un’indipendenza. Gli studenti sono spinti a responsabilizzarsi».
È qui che la differenza culturale si fa più nitida: «In Italia quasi ti guardano male se studi mentre lavori», aggiunge Fabrizio, spiegandomi come funzionano gli Student Jobs a Copenhagen, lavori pensati appositamente per gli studenti, spesso anche in aziende grandi, che poi li assumono appena si laureano. «In Danimarca prima si è lavoratore, poi si è studente, ed è tutto organizzato di conseguenza».
Tornare significa regredire
E di conseguenza è difficile tornare indietro. Questo diventa lampante nel confronto con altri expat europei, mi dicono: «[Noi italiani] siamo molto più fatalisti. Spesso quando incontri altre persone all’estero di altre nazioni, per loro può essere un’esperienza personale. Mentre per noi è una scelta di vita. La viviamo come una separazione più drammatica. Non sappiamo quando e se tornare. Forse una volta pensionati, mi dicono spesso». Aggiunge Lea: «Spesso non potendo fare quello che li appagava a casa loro, quando finalmente lo trovano, lo fanno con estrema passione. Però una cosa che ci accomuna è che moltissimi, se potessero, non sarebbero partiti. Comunque ci vuole coraggio. Non è una scelta che si fa con leggerezza».
Il punto non è che l’Italia sia un paese invivibile. Il punto è che, strutturalmente, l’Italia fatica a trattare i giovani come adulti e, di conseguenza, a valorizzarli. Il mercato del lavoro è rigido all’ingresso e ci tiene precari più a lungo che può. Il mercato degli affitti ci esclude o ci penalizza. Il sistema universitario, con meno del 28 per cento di laureati, lontanissimo dalla media europea, non investe abbastanza su di noi. E quando finalmente troviamo un equilibrio, spesso è già troppo tardi per costruirsi l’indipendenza che in altri paesi si dà per scontata a diciotto o diciannove anni.
I dati Istat non dicono solo che i giovani italiani fanno fatica a trovare lavoro. Dicono che fanno fatica a crescere. E quando smettiamo di sperare che le cose cambino e le cerchiamo altrove, questo non ci rende cervelli in fuga. Ci rende semplicemente adulti che vogliono vivere come tali.
