Stili di vita | Estate

Contro le ragazze “alla francese”

Un consiglio per l'estate: sbarazziamoci una volta per tutte di uno stile fintamente raffinato che ormai è ovunque.

di Angelica Frey

È arrivata l’estate e adesso cominceranno a proliferare tutti quegli articoli volti a spiegare alla popolazione femminile come apparire al meglio sotto il solleone. Così avrei una proposta anch’io: che le donne abbandonassero una volta per tutte il cosiddetto stile “alla francesina”. È facile riconoscerlo: è ormai un marchio di fabbrica che spazia dal fast fashion più assoluto come H&M a ideali più elevati come Réalisation Par e Reformation: tutine a fantasia Vichy, abitini svolazzanti incrociati sul davanti, abiti midi e gonne longuette, il tutto abbinato a cestini di paglia e calzature in corda.

I capi da “ragazza francese”, pur promettendo di conferire a chi li indossa un “je ne sais quoi” di eleganza, in realtà sono tutto fuorché democratici: al contrario del wrap dress di Diane von Fürstenberg, che, grazie al materiale di cui è fatto sta bene alla maggior parte dei corpi, la viscosa degli abitini alla francese si adatta al corpo quanto un costume da carnevale fatto in serie: effetto Signorina Silvani più che Jeanne Damas o Louise Follain. La versione invernale dell’uniforme “alla francese” ha un difetto altrettanto grave: se è vero che jeans, camicia e blazer sono forse l’abbinamento più infallibile che esista, questo risulta elegante e raffinato solo se i jeans sono APC, la camicia Equipment e il blazer Celine o YSL: la versione fast fashion è mortificante, nel senso che fa più Tina Fey professoressa abietta in Mean Girls che Inès de la Fressange ne La Parigina.

Ho sempre trovato ridicolo estendere uno stile particolare a una nazione intera: chi venera lo stile di un marchio come Rouje come stile “francese” non è diverso da chi, a quindici anni, sui forum dedicati ad anime e manga, diceva di volersi trasferire in Giappone perché lì si vestono tutti con divise scolastiche e con completi kawaii. Tra l’altro, se è vero che le muse principali dello stile “alla francese” sono Jean Seberg e Jane Birkin, la fede è mal riposta, dato che sono attrici di nazionalità statunitense e inglese.

 

Forse, in realtà, il vento è già cambiato. Se sull’Instagram nostrano lo stile “alla francesina” è ormai appannaggio di influencer che passano il tempo lanciare insulti da taverna a chi non la pensa come loro, persino i siti di lifestyle e cultura americani si sono accorti che lo stile “alla francese” è quello che per Fantozzi era La Corazzata Potëmkin: il sito Man Repeller ha per fortuna eliminato la rubrica agghiacciante “Ask a French Girl“, in cui le redattrici chiedevano a una francese indubbiamente bella consigli su come essere più sofisticate, e la ragazza in questione si limitava a risposte di un qualunquismo insuperato. Di recente, sul New York Times, Sadie Stein ha cercato di individuare il motivo per cui alla gente piace celebrare l’eleganza e la cultura d’oltralpe: non per le francesi in sé, dice lei ma per la tenerezza suscitata dal “popolo bifolco” che deve essere edotto. Del resto, anche noi, di fronte a un film di Verdone, facciamo sempre il tifo per il personaggio coatto e mai per il pedante.

Se si eliminano le certezze offerteci dall’esercito di cloni composto da Jeanne Damas, Louise Follain e Caroline de Maigret, quindi, cosa rimane? Per i campanilisti, senza andare nel territorio Marta Marzotto — che senza capi d’alta gamma fa l’effetto “fondatore di una setta”– pensiamo ad un’estetica più architettonica o geometrica, facilmente reperibile in un negozio come COS in quanto Marni non è alla portata di tutti, oppure allo stile passato alla storia come “Dolce Vita”: palette monocromatiche, lunghezze discrete ma tagli femminili.

Nel caso per il campanilismo in fatto di moda equivalga per voi a nazionalismo, c’è sempre quello stile che l’ex redattrice di Vogue Lauren Mechling ha ribattezzato “Cloglife”, che prevede zoccoli svedesi in vari stili abbinati a pantaloni a palazzo o abiti in tonalità neutre in lunghezze ingrate. Trattasi dell’uniforme della classe bobo-intellettual-letteraria con sede culturale a Brooklyn, e conferisce, a detta di chi la indossa, un’aura di ricchezza e rispettabilità intellettuale. Conveniamo che abiti informi di lunghezza 3/4 non donano pressoché a nessuno, ma non stando bene a nessuno stanno, per converso, bene a tutti. Speriamo quindi che quest’estate ci vengano risparmiate tutte quelle fotografie di gente spettinata in vestagliette informi nell’atto di accarezzare lascivamente limoni o piante di peperoncini al mercato di una cittadina portuale del Mediterraneo. L’effetto, più che “glam da riviera” ricorda il personaggio di Danielle Rousseau in Lost, la naufraga incattivita rimasta bloccata sull’isola per 16 anni.

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