Vedere Sirat è come partecipare al più sconvolgente dei rave party

Il film di Oliver Laxe, distribuito in Italia da Mubi, è un'esperienza difficile da spiegare a chi non l'ha vissuta: suoni, immagini e narrazione sono tutti pezzi di un viaggio fino all'estremo confine dell'essere umano.

08 Gennaio 2026

Quando Kiarostami girò Il sapore della ciliegia, guardò la morte così da vicino, e con tale onestà, che finì per girare un film indimenticabile su cosa significhi essere vivi. Non stupisce che Oliver Laxe citi proprio quel film e quel cineasta tra le fonti d’ispirazione di uno dei film più spiazzanti e originali degli ultimi anni. Vedere Sirāt fa sentire vivi, perché è una comunione tra suono, immagine e narrazione che fa sentire il fiato caldo del cinema in faccia, laddove spesso se ne sente appena il rantolo.

Lodi sperticate a parte, parlare di Sirāt significa fare un complicatissimo esercizio d’equilibrio, perché la condizione ideale di visione del film del franco-galiziano Laxe è la completa e assoluta inconsapevolezza di quello a cui si sta andando incontro. Tanto che nel mio giro di conoscenze non ho esitato a giocarmi tutto il credito cinematografico di cui disponevo per convincere ad andare in sala senza investigare, vedere trailer, chiedere alcunché: una vera professione di fede. Vedere un film a scatola chiusa ormai è un’esperienza rarissima: chi entra più in un cinema, scorre l’elenco dei titoli in programmazione nelle sale e indica alla cassa un titolo a caso, magari perché comincia a breve? E chi a queste condizioni sceglierebbe un enigma come Sirāt, che fin dal titolo è un oggetto misterioso, una singola parola che non dà indizi su che significhi o dove porti? Esattamente come il sentiero a cui il termine fa riferimento: può essere un tracciato spirituale che si percorre nell’animo o un tortuoso, pericoloso cammino reale. Per alcuni è invece il ponte che unisce il paradiso all’inferno (e viceversa): tutto considerato, è probabilmente questa l’accezione più vicina alla verità del film, anche se Sirāt film le copre tutte e tre. Lo fa snodandosi per i territori aspri e inclementi del deserto del Sahara, che Luis (Sergi López) percorre, assieme al figlio piccolo, alla ricerca delle tenui tracce della figlia, una giovane donna inquieta scomparsa nel nulla, abituale frequentatrice di rave party nel deserto marocchino.

Un rave nel deserto

Totalmente fuori luogo e parecchio sprovveduti, nella loro Opel scassata e con cagnolino al seguito, i due distribuiscono volantini e chiedono a persone in pieno sballo se hanno visto la ragazza. Sirāt è un’avventura nel deserto alla ricerca di una persona perduta, o che forse non si vuole far trovare, almeno all’avvio. In apparenza è un road movie sui generis, in cui due gruppetti di persone ugualmente disperate ma appartenenti a culture molto diverse uniscono le forze per raggiungere il successivo, estremo, leggendario raduno di raver. Luis guadagna la fiducia di un un manipolo di spiantati che sua figlia l’hanno vista, loro intravedono in quel papà disperato qualcosa di autentico, simile a quello che trovano nelle vecchie casse rimesse a nuovo, ognuna con le sue distorsioni sonore, che si portano dietro e fanno suonare a massimo volume nel bel mezzo del luogo più incongruo.

Già così Sirāt sarebbe un film quantomeno originale, se non fosse che a questo punto il vero film non è ancora iniziato. Pur raccontando la sua storia, Laxe tiene il freno a mano tirato e quando lo sgancia è impossibile non accorgersene. Da lì è tutto un crescendo di vertigine e adrenalina che si avvicina alla forma più pura di cinema: quella che solo nei momenti migliori (Kiarostami e soci) permette di connettersi con il nucleo al centro di se stessi, quello nascosto sotto strati di incosci, subsconsci e traumi, sotto dune di menzogne, smosse dal martellare narrativo di Laxe, dalla cassa dritta della sua colonna sonora, dalla brutale umanità che il suo sparuto cast costringe ad affrontare completamente disarmati. Così, al sicuro nel buio della sala, il regista sfiora l’essenza che si nasconde sotto le ferite. Dei suoi personaggi, di chi li osserva.

Il cinema degli estremi

Come tutti i grandi film di questo tipo, per arrivare fino all’ultima, devastante verità umana, Sirāt deve sottoporre i suoi personaggi a scenari e situazioni che non lasciano via di scampo. Lo fa prima spogliandosi dei nostri pregiudizi verso persone che, in modi differenti, sembrano illuse, non esattamente appartenenti alla realtà, facendo prima capire il loro dolore e poi chiedendo, all’improvviso: e se avessi avuto ragione tu, all’inizio? C’è un cambio repentino di prospettiva che riallinea tutto il film e tutti i giudizi sui personaggi, cambiando l’interpretazione della disperazione che, da subito, è evidente nel modo in cui queste persone si comportano e nelle cose che dicono. Ha ragione Laxe nel dire che il cinema è uno degli ultimi posti, una delle ultime arti in cui si può spingere così all’estremo un essere umano (seppur uno che non esiste davvero) per tentare di capire chi sia e costringendo intere platee a farsi la stessa domanda e portandole a sentirsi improvvisamente più vive grazie alla consapevolezza di essere sopravvissute anche loro a quello che hanno visto passare sullo schermo. Il problema è che quella offerta da Sirāt è un’esperienza rarissima. Un po’ perché – oggettivamente – questo sguardo indagatore sull’animo umano è così doloroso che un artista può permettersi di assumerlo solo un paio di volte in una carriera, di fronte a un paio di eventi che cambiano irrevocabilmente la vita (lutti, cambiamenti, punti fermi che diventano di svolta).

Un po’ perché noi oggi, al cinema, all’arte in generale, chiediamo esattamente l’opposto di Sirāt: ci presentiamo con una libro dei desideri e chiediamo a ciò che vediamo di esaudirli pedissequamente, o quando meno non fare niente di troppo diverso da ciò che vogliamo, non deviare dal sirāt delle nostre aspettative. E quindi il cinema diventa un’arte consolatoria, quando non masturbatoria, un luogo di facili certezze, di superfici, l’opposto di quella vertigine in cui ci si ritrova dopo l’incontro con qualcosa d’inaspettato e sconvolgente. Bisogna aver vissuto abbastanza tempo, bisogna essersi guardati dentro abbastanza a lungo, per tirar fuori un film come questo. E anche per sopravvivergli.

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