Stili di vita | Moda

Studiare la moda sul campo

Cronache dal campetto da calcio dove sono andate in scena le collezioni finali dello Iuav di Venezia.

di Silvia Schirinzi

Quando si parla di “fattore campo” si intende, comunemente, quel vantaggio che una squadra e/o atleta ricava dal disputare una gara in un territorio conosciuto e favorevole, amico nella misura in cui può esserlo un campo sportivo, magari con il supporto della propria tifoseria. È una sorta di privilegio immateriale che secondo molte statistiche aumenta le probabilità di vittoria, come segnala Maria Luisa Frisa nel testo che accompagna le migliori collezioni dell’anno scolastico appena concluso allo Iuav di Venezia. È un appuntamento che qui a Studio seguiamo da tempo e uno di quelli a cui teniamo particolarmente: quest’anno la sfilata finale si è tenuta nel campo di calcio dell’università, situato proprio dietro il Cotonificio (che è sede dello Iuav dal 1996) e condiviso dagli studenti con gli abitanti del quartiere Santa Marta, che ne detiene la gestione. «Diciamo la verità, è un campetto di calcio scalcagnato – dal sapore antico, quasi neorealista» scrive Frisa a un certo punto ma, proprio per questo, il canovaccio perfetto per mettere in scena lo spettacolo finale del corso di laurea triennale in Design della moda e Arti multimediali e quelle del corso di laurea magistrale in Arti visive e moda.

Gli studenti della triennale sono stati seguiti da Arthur Arbesser e Veronika Allmayer-Beck, mentre quelli della magistrale sono affidati come di consueto a Fabio Quaranta, la fotografa Martina Giammaria si è occupata del lookbook dei primi, mentre Jacopo Benassi, oltre che delle performance live insieme a Marco Mazzoni e Sebastiano Geronimo, dei secondi. Come sempre allo Iuav si fa lavoro di squadra o, meglio ancora, di comunità. Non è strano incontrare gli ex studenti che coordinano l’evento e gestiscono gli ospiti, in qualche caso sfilano o assistono i compagni: c’è sempre un coinvolgimento collettivo al progetto che rende ancora di più il campetto di quest’anno, «conficcato in un quartiere popolare, abitato da molti di noi che hanno deciso di vivere in questa Venezia appartata e tranquilla, fuori dai flussi turistici», metafora di un modo di pensare, e di fare, le cose della moda. Sarà che stanno per concludersi i primi Mondiali senza l’Italia dal 1958, con una finale in parte inaspettata che vedrà Francia e Croazia contendersi il titolo, sarà che viviamo in un momento in cui, almeno nel nostro paese, la conversazione pubblica intorno ai temi del futuro e della crescita, in particolare quella dei più giovani, è cristallizzata in un dibattito avvelenato, sarà per la generale sensazione di incomunicabilità, quasi antropologica, che deriva dalle dispute social, ma il recupero di un piccolo spazio, pubblico anche quello, come il campetto dell’università, è sembrato un necessario momento di tregua agonistica. Un momento di festa, anche, perché si tratta di lauree, e di celebrazione: della fine di una cosa, dell’inizio di qualcos’altro.

Così, la scelta di popolare un luogo adibito all’incontro (e allo scontro) di fazioni opposte con visioni “altre” è un’operazione che funziona particolarmente bene, tanto più quando a sfilare sono abiti che hanno molto in comune con il tempo che viviamo. A un primo sguardo da trentasomething, ad esempio, è bello riscontrare la naturalezza con cui molti fra gli studenti hanno lavorato sul genere, l’ironia con cui si guarda, rivendicandole, alle ossessioni di provincia, il modo in cui si rielaborano Romeo Gigli e Stone Island, le soluzioni ingegnose con cui si risolvono i più comuni dilemmi da sfilata, calzature in primis. Ad applaudire i laureandi dagli spalti c’erano molti dei loro parenti e amici, pronti a fare tutto il rumore possibile per il proprio favorito: quando si dice il vantaggio del giocare in casa. Ma se il tifo, almeno in questo peculiare caso, non poteva inficiare la performance, è legittimo chiedersi, come gli zii ficcanaso, quale futuro aspetta chi studia oggi moda in Italia. Con la collezione Motherland!, Francesco Galeotti e Jacopo Nordio hanno vinto il Pitti Tutorship Award, che permetterà loro di avvalersi della consulenza degli esperti del Pitti nella creazione di un portfolio efficace, necessario a entrare a pieno titolo nel mondo del lavoro. Per tutti gli altri c’è l’esperienza della collezione finale, che come da buona pratica Iauv mette già in contatto gli studenti con molte realtà, venete e non, che lavorano nel settore (come Bonotto, Lineapiù Italia, Marzotto Fabrics, ISKO e il Maglificio Miles), all’insegna di una cultura del progetto che abbiamo visto essere profondamente radicata.

Mentre a Milano nasce il polo unico delle scuole (private) di moda – che riunisce Naba, Istituto Marangoni e Domus Academy – a Venezia, come anche a Roma, Bologna e nella stessa Milano (al Politecnico), si rinnovano con grande impegno i percorsi della disciplina-moda, bistrattata dal Ministero, all’interno dell’università pubblica, lavorando di intesa con l’industria e il territorio, e proiettando allo stesso tempo i propri studenti in un sistema che è, per sua natura, internazionale. «La moda è cultura» ha detto il neoministro dei Beni Culturali Alberto Bonisoli all’inaugurazione dello scorso Pitti: verissimo, basta guardare ai laureati dello Iuav. Non ci manca, ora, che darle sempre più autonomia accademica e supporto istituzionale: il fattore campo di cui sopra, insomma.

Foto dal backstage della sfilata (Augusto Maurandi)

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