Com’è andata la moda a Milano

L’inchiesta del New York Times, l’assenza di Gucci, le celebrity e l’affare Versace: cos’è successo alla settimana della moda.

24 Settembre 2018

La prima, temuta, settimana della moda senza Gucci in calendario è ormai passata e mentre si attendono gli show di Parigi – in particolare il debutto di Hedi Slimane da Celine senza l’accento – c’è tempo per fare qualche riflessione di straforo. L’inizio non è stato promettente, considerando che l’articolo che ha sfondato il muro del suono (o del silenzio) che di solito circonda le sfilate è stato quello firmato da Elizabeth Paton e Milena Lazazzera sul New York Times. L’argomento, l’avrete letto, era il lavoro nero in Puglia: le giornaliste hanno infatti raccolto le testimonianze di almeno sessanta donne che lavorano senza essere regolarizzate, e per paghe infime, al servizio di molti marchi del lusso. Saranno stati in pochi a sorprendersi ma, come sempre in questi casi, è interessante osservare le reazioni ufficiali. La Camera della Moda ha risposto con un comunicato che gridava all’attacco al sistema, ma che correggeva anche (e con ragione) le imprecisioni del pezzo, cercando di circoscrivere il fenomeno. In Italia esiste il lavoro nero e sarebbe ingenuo – al limite dell’idiozia – credere che la più grande filiera produttiva del Paese ne sia immune. Il problema, si sa, è vasto e non si inquadra se non mettendo a fuoco le filiere globali di produzione e il loro strapotere decisionale, che permette ai grandi marchi di stabilire i prezzi e imporre i tempi della produzione, provocando una gara al ribasso e innescando così i meccanismi di sfruttamento.

Vero è che la settimana della moda, per definizione, è una sorta di esame di laurea, il momento di test finale e di celebrazione di un percorso lungo, individuale e corale allo stesso tempo, dove le indagini approfondite di fenomeni così complessi trovano loro malgrado poco spazio. Se non altro, è utile l’aver scatenato un dibattito. In un momento in cui in Parlamento c’è chi avanza la proposta del salario minimo garantito (Fratelli d’Italia) e in cui non è chiaro come e quanto si possa lavorare alla progettualità del sistema-moda con il Governo in carica (Di Maio è comparso all’inaugurazione del Micam mentre oggi si apprende che il prossimo 9 ottobre a Roma si riapre il Tavolo della moda), rimane l’amarezza nel constatare, ancora una volta, come sia difficile in questo settore fare analisi senza gli stimoli, o le presunte aggressioni, che arrivino dall’esterno. Anche nei media, certo, noi compresi. Si potrebbe scrivere della parata di star che hanno liberamente circolato in questa settimana per Milano – Cate Blanchett, Armie Hammer e Cardi B, per esempio – o dell’insolita spettacolarità di Emporio Armani a Linate oppure ancora del green carpet dei Green Fashion Awards che si sono tenuti ieri sera in una Scala splendidamente rivestita dai tessuti Bonotto, made in Italy di quello che non nuoce, e si potrebbe dire che ora anche Milano ha la sua quota di glamour semi-hollywoodiano che per tanti anni le è mancata. Com’è che si diceva? L’evento, ci vuole l’evento. Serviti gli eventi, e i tappeti rossi dove per fortuna a rappresentare le attrici italiane c’è sempre una Alba Rohrwacher in Valentino, è interessante indagare se proprio sia roba nostra questa cosa dei tappeti rossi istituzionali, chi lo sa, magari affianchiamoci anche le grandi mostre, si era avviato un discorso che non va lasciato in sospeso.

La collezione SS 2019 di Moncler, presentata a Milano il 19 settembre 2018 (Tristan Fewings/Getty Images)

Si potrebbe scrivere anche degli eventi culturali (un peccato il tributo ad Azzedine Alaïa per soli cinque giorni), di Versace che pare essere vicino alla vendita, di Miuccia Prada che continua a raccontare se stessa, e per fortuna, delle feste di compleanno (cinquant’anni di Etro, sessantacinque di Missoni), dei graditi ritorni (le signore Castiglioni) e di quanto funziona il progetto di Moncler Genius, ma forse come scrive Angelo Flaccavento su Business of Fashion è anche il caso di tornare a battere sui tasti dolenti, e cioè sulla nuova generazione di designer e su quello che si fa per sostenerli: c’è un empasse che non si riesce a superare, proviamo a chiarire dov’è localizzata e perché. Intanto, la sfilata di Francesco Risso da Marni è stata una delle più interessanti della settimana, mentre se c’è una nota di costume che vale la pena di segnalare è questa singolare ipertrofia delle tasche, «che sono importanti per le donne e i designer se ne sono accorti», come scrive Vox, e che Silvia Venturini Fendi dice di aver trattato «come fossero abiti». È un invito a essere pragmatici: allora trattiamo questi abiti come se fossero importanti.

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Invece di andare al Met Gala, Mamdani ha promosso un progetto dedicato ai lavoratori e ai sindacalisti della moda

Il progetto si chiama Work of Art – Turning the lens on the workers that power fashion, una serie di ritratti firmati dalla fotografa Kara McCurdy.

Palantir ha lanciato la sua giacca da lavoro anche se nessuno l’ha chiesta e nessuno la vuole

Anche perché non costa neanche poco: 239 dollari per un oggetto brandizzato da una delle aziende più controverse e criticate del mondo.

Il Met Gala starebbe abbassando i prezzi perché con Jeff Bezos e Lauren Sánchez a finanziarlo nessuno ha granché voglia di andarci

Dagli iniziali 75 mila dollari per l'ingresso e 350 mila per un tavolo da 10, i prezzi adesso si starebbero abbassando sensibilmente.

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Tra i ritratti dello storico illustratore di Vogue compaiono i volti di Lee Radziwill, Billie Holiday, Helena Rubinstein e Babe Paley.