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L’estate dei sentieri

Il Coronavirus ha rafforzato una tendenza già presente: ecco perché, numeri alla mano, è stata una stagione all'insegna del camminare.

di Ferdinando Cotugno

(Foto di LIONEL BONAVENTURE/AFP via Getty Images)

Il 20 agosto il Soccorso Alpino ha pubblicato su Facebook un post che raggiunge vette di sintesi, zeitgeist turistico e insperato umorismo involontario, dove ovviamente la fonte dell’umorismo siamo noi umani di città e non i soccorritori, alle prese con l’estate più esasperante della loro vita. È un elenco di richieste rivolte agli escursionisti, quasi un appello. «Quando un elicottero è in volo a bassa quota significa che sta cercando di individuare un ferito in quella zona: evitiamo di salutarlo o di sbracciarci con giacche o fazzoletti facendo credere all’equipaggio che siate voi ad avere necessità di aiuto», scrivono, con dettagli che possono venire solo da tante storie vere. E ancora, con notevole senso della misura rispetto a come probabilmente il pensiero era stato formulato: «Le escursioni non vanno organizzate in funzione della notorietà su Instagram, ma chiedendo consigli e consultando le guide del posto così da trovare il percorso più adatto alla propria forma fisica e alle proprie competenze tecniche». L’estate del 2020 non è stata solo quella dei discotecari che lasciavano contatti falsi al Billionaire poi diventato focolaio, tanti italiani hanno sinceramente provato a fare la cosa giusta: camminare, andare per sentieri, scoprire la bellezza di prossimità, distanziati e sostenibili. L’Enit a luglio prevedeva che la montagna sarebbe stata la meno colpita dai trend negativi e avrebbe assorbito il 60% della domanda interna. A occhio, l’altitudine media delle mie storie di Instagram tra luglio e agosto è stata tra i 1700 e i 2000 metri.

Vincenzo Torti è il presidente generale del CAI, il Club Alpino Italiano, che questa estate si è momentaneamente sostituito al CTS, il Comitato Tecnico Scientifico, nel compito di fornire rassicurazione, certezze e buoni consigli agli italiani alle prese con la complessità del creato. Accetta di raccontarci come è andata questa stagione di pressione anomala sui 65mila chilometri di sentieri gestiti dal Club Alpino. Il bilancio è «positivo con criticità», Torti elenca le iniziative prese a supporto di inesperti e dilettanti e tra queste (oltre a vademecum vari) c’è un consiglio che ha fornito ai soci del CAI (quindi quelli che la montagna la conoscono): «Quando incontrate qualcuno che vi chiede: “Quanto manca?” e vi sembra in evidente difficoltà fisica, ditegli la verità, non illudetelo. Non ditegli che manca mezz’ora se invece manca un’ora, è una questione di sicurezza, devono attrezzarsi mentalmente, devono sapere». Tanti interventi del Soccorso Alpino sono per escursionisti rimasti senza forze, senza acqua, senza un’idea di dove andare e a volte senza più luce del giorno per farsene una. I dati arriveranno alla fine dell’anno, ma già nel 2019 il Soccorso alpino aveva raggiunto la cifra record di 10234, +7% rispetto all’anno precedente. Non è solo la pandemia, in montagna ci si va sempre di più e sempre più impreparati. Torti, dal suo osservatorio, puntualizza un dato: il 95% dei soccorsi è per non soci CAI, insomma, quelli che non sanno e che si mettono nei guai. «Ogni tanto incontro persone ferme, esauste ad appena quindici minuti dall’inizio del sentiero, si vede che ci metteranno per sempre una croce sopra sulla montagna, quando con una corretta impostazione avrebbero potuto scoprire che non è un’alternativa al mare, ma un’altra dimensione, che però non si può improvvisare».

Questi sono gli effetti e i rischi della montagna per neofiti, poi c’è anche il problema opposto, la pressione ecologica e ambientale del turismo di massa sui sentieri. Il Dolomiti, giornale online di Trento, ha pubblicato le foto delle code nei boschi e sulle ferrate dolomitiche, denunciando il modello Rimini applicato sulle Tre Cime di Lavaredo, con chilometri di automobili in coda verso parcheggi al limite del collasso. Ruggero Bontempi è consulente outdoor, giornalista e naturalista, le sue montagne sono quelle dalla Val Camonica, è una persona paziente in tempi in cui di pazienza ne serve tanta. Mi racconta le sue passeggiate sempre meno solitarie. «In alcuni prati di fondovalle questa estate si stava meglio che sulla riva di laghetti a 2300 metri. La fruizione che sto vedendo è effettivamente quella balneare: vanno su, trovano l’acqua, si mettono a torso nudo, accendono la musica, quando vanno via non portano i rifiuti a valle e magari lasciano la cicca di sigaretta nella fessura della roccia». Il tema è l’esportazione di un modello di turismo in un ambiente che non è in grado di reggerlo, non a lungo termine, e allora si inizia già a parlare di scelte radicali, eliminazione dei parcheggi, numero chiuso. «La montagna è la cultura del limite», ripete spesso Annibale Salsa, antropologo, ex presidente del CAI, e ora deve confrontarsi con una forma di turismo che il limite per struttura e definizione non riesce a darselo.

I numeri e la percezioni per altro ci dicono che l’estate di distanziamento ha accentuato un trend che già esisteva: «Non è solo un effetto del lockdown, gli escursionisti rimarranno in continua crescita», dice Marco Bussone, presidente di Uncem, l’Unione dei comuni montani. «Per questo motivo serve un nuovo patto tra città e montagna». Fatto di comportamenti e reciprocità. Uncem per esempio ha passato un’estate a denunciare il campeggio selvaggio accanto ai borghi in altitudine. «Magari sono realtà con cento abitanti, non hanno la forza di sgomberare, possono solo subire». E poi il visitatore urbano deve riconoscere che la montagna non è solo un ambiente fisico ma una comunità di persone e che, intorno alle aree più attrezzate e redditizie, c’è una desertificazione economica di lungo corso: oggi 300 comuni montani su 3800 non hanno nemmeno un negozio, altri 500 sono a rischio abbandono. «Sono aumentati i flussi ma non sono aumentati in modo proporzionale i redditi. Se tutti gli escursionisti degli ultimi cinque anni avessero lasciato dieci euro a testa nei comuni montani, non avremmo l’attuale situazione economica. Fanno bene a mettere i parchimetri e a pensare a delle tariffe per le aree di pregio. Dare un prezzo significa apprezzare». Tradotto: almeno il panino compralo all’inizio del sentiero, non al tuo supermercato.

Che lo spirito del tempo sia cambiato se ne è accorta Ilaria Canali, che frequenta intensamente sentieri dal 2012, ha fondato la Rete nazionale donne in cammino e professionalmente si occupa di promuovere questo tipo di turismo. «Quest’anno la stampa ci insegue», mi dice, ridendo, perché effettivamente sono uno dei tanti che l’hanno braccata: gli influencer del bastoncino sono improvvisamente molto richiesti. La homepage di Repubblica ha in bella vista una sezione sui cammini d’Italia piena di frati, abbazie, viandanti e antiche vie. «Il mio progetto è stato su tanti siti, compresa Repubblica, uno penserebbe che dietro ci sia chissà quale azione di ufficio stampa, invece niente, tutto spontaneo, mi hanno sempre cercato loro. Un anno fa mandavo comunicati su comunicati per tantissime iniziative e non rispondeva nessuno». Non volevano saperne, oggi invece abbiamo tutti bisogno di qualcuno che, come Ilaria, sia bravo a raccontare la mistica del lungo cammino. Anche perché è proprio l’antidoto all’occasionale escursione che non ti cambia la vita e può lasciarti anche un vago senso di frustrazione, come gli sventurati che dopo la fila nel bosco si sono pure trovati pubblicati sul Dolomiti sotto il titolo: modello Rimini. «Nei cammini ti senti parte di un movimento, qualcosa che fa bene ai territori, ti senti in missione speciale, te lo dicono tutti e questo ti fa sentire più forte. Le persone che si mettono in cammino difficilmente tornano indietro». Sicuramente non dopo quindici minuti.

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