Dopo le Città di pianura, Sciatunostro è un’altra prova del fatto che il meglio del cinema italiano oggi si trova in provincia

Il nuovo film di Leandro Picarella racconta una storia apparentemente piccola e lontana, di amicizia maschile e di isolamento geografico. Eppure è una storia che racchiude al suo interno il mondo intero e le ansie che suscita in tutti noi.

13 Aprile 2026

Proprio verso la fine di Sciatunostro, il nuovo film scritto e diretto da Leandro Picarella, al cinema con PostMov (tutte le date al cinema sono in aggiornamento qui), c’è un momento in cui sembra non succedere niente, in cui le persone che vengono inquadrate sono ferme, al sole, e tengono gli occhi chiusi. In realtà è un momento che coglie perfettamente uno stato d’animo: quello di chi è in attesa di qualcosa. Di una novità, del cambiamento o, come nel caso degli abitanti dell’isola di Linosa, dell’estate. È un film tutto così, Sciatunostro. A metà tra tante cose, tra verità e finzione, tra ricordi e pezzi di presente. Parla di amicizia, di lontananza, di voglia di cambiare. E parla soprattutto di una comunità che vive – sopravvive, anzi – su un’isola circondata dal mare, piccola, dove tutto sembra ripetersi allo stesso modo.

I protagonisti sono due bambini: Ettore e Giovanni. E per un po’, è la loro storia quella che seguiamo. Ettore sta per trasferirsi: alla fine dell’estate, andrà sulla terraferma in una nuova scuola. Lui e Giovanni passano gli ultimi mesi insieme cercando di non pensarci, di godersi ogni singolo istante. E mentre Linosa si riempie di turisti che bevono, fanno festa e riempiono la costa di barche, loro si divertono a esplorare vecchie case, a infilarsi tra le rovine di stalle e di edifici abbandonati; costruiscono una zattera con le bottiglie vuote che trovano nella spazzatura, e si mettono a cercare tesori con un metal detector. Parlano piano, quasi con un filo di voce. Sembrano sempre sul punto di raccontarsi qualche segreto inconfessabile. E invece no, si dicono cose semplici, gentili, da amici: non ti sostituirò, ci rivedremo la prossima estate; vado perché devo, vado perché mi hanno costretto; non vado perché voglio. Intorno a loro il mondo si muove a un’altra velocità. I genitori di Ettore sono convinti che questa sia la scelta migliore, e così suo zio, che durante una battuta di pesca chiama la loro isola “isola nera”.

Quello che però rimane, e che segna profondamente il film, è soprattutto questo rapporto tra amici, tra due ragazzini che stanno crescendo, che si vogliono bene e che non hanno mai, nemmeno per un istante, un momento di tensione o di conflitto. E proprio per questo motivo la loro è un’amicizia atipica, diversa da quelle che siamo abituati a vedere in un certo cinema, che vuole sempre lo scontro e la competizione, che quando parla di due ragazzi, di due piccoli uomini, finisce per cercare la rottura e l’allontanamento. Diventa fondamentale, poi, un’altra cosa. E cioè il luogo in cui Sciatunostro è ambientato. Che è quasi un non luogo, sospeso, lontano, remoto, mai visto o comunque mai riproposto insistentemente sul grande schermo, specie dai film italiani (e in questo è indubbiamente facile trovare un punto di contatto con Le città di pianura di Francesco Sossai). Il luogo, però, non è un elemento artificioso o imposto dall’alto, voluto arbitrariamente; il luogo è vitale per le premesse e per lo stesso svolgimento del film. E in esso convivono il mare e il cielo, e poi la montagna e la sabbia.

Sciatunostro, prodotto da Qoomoon e Rai Cinema, racconta un mondo nel mondo, e non c’entra l’Italia. C’entra qualcos’altro. C’entra un’idea più antica e viscerale di appartenenza. Picarella non gira un documentario, ma inserisce costantemente vecchie riprese, alternandole alle sue immagini e divertendosi a sovrapporre il passato con il presente. E poi gioca con il formato delle scene, con la loro grandezza, allargandole o stringendole, concentrandosi sui suoi due piccoli protagonisti oppure spostando l’attenzione altrove: sulle case che vengono riverniciate, sulle feste di piazza; su queste facce tutte uguali, tutte anonime, che sembrano provare una gioia senza senso, che non rispecchia minimamente quello che succede sull’isola. Picarella lo fa per cambiare tono e ritmo, e mostrarci la stessa cosa – l’isola e la sua quotidianità – da punti di vista differenti. Il racconto, insomma, si muove contemporaneamente in due direzioni: una quasi pessimistica, che ci parla della fine di uno stile di vita e di una comunità; l’altra, invece, decisamente più ottimistica, che ci ricorda che c’è sempre spazio per la speranza e, soprattutto, per il cambiamento.

Mentre Ettore va via, Giovanni deve ritrovare sé stesso, imparare a stare da solo, con gli altri, e così scopre il piacere di riprendere gli altri, con una piccola videocamera, e di montare. In questo, Sciatunostro si fa quasi metanarrativo. La trama non è una vera trama: è un accenno di spunti e di premesse. Quello che conta, e che fa la differenza, è la qualità della messa in scena, questa sperimentazione continua tra immagini e inquadrature che spiano curiosamente i vari personaggi. Due bambini si trasformano negli ultimi testimoni di un mondo che sta scomparendo, dove non è più possibile pescare, dove si vive in funzione degli altri, dei turisti, nell’attesa della prossima estate, e dove il silenzio è una costante. Lo sguardo di Picarella è uno sguardo sincero, tanto romantico quanto chirurgico: non nasconde la sporcizia, le carcasse arrugginite delle auto e gli scheletri degli edifici abbandonati. Fotografa, e in questo è estremamente documentaristico, la realtà per quella che è. Oltre il racconto, oltre la finzione; oltre l’obiettivo che si è dato.

Ettore e Giovanni sono il futuro, mentre Pino, quest’uomo che si diverte a riprendere i gabbiani e gli scogli, che riguarda costantemente quello che ha filmato tempo fa, rappresenta la memoria. Non il passato. Rappresenta la capacità di un posto di farsi cosciente e consapevole, nonostante la fatica di resistere al tempo che passa e a una realtà che non è più interessata a te o a quelli come te. Il mare, con le onde alte e schiumose, questi fondali bellissimi, le riprese che si tengono sempre sulla linea dello sguardo dei due protagonisti, ad altezza di bambino, e l’isola di Linosa sono facce della stessa medaglia: e parlano di un corpo che respira (sciatu significa questo, respiro), che è antichissimo e allo stesso tempo nuovo, in continuo mutamento. Solo ma non affranto. Accogliente ma non svenduto. Testimone ma mai complice.

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