Può un rapper a malapena 20enne insegnare a ragazzi e ragazze poco più piccoli di lui cosa è l'uroboro e convincerli a leggere Morte di Ivan Il'ič? La risposta è sì.
Nella notte tra il 24 e il 25 dicembre del 1968, nell’immenso capannone siderurgico dell’Ilva di Taranto, Papa Montini celebra la messa davanti agli operai degli altiforni. Le telecamere della Rai lo riprendono mentre si muove tra i lavoratori con i caschi rossi, stringendo loro le mani e benedicendo la folla. Sono gli anni in cui attorno all’Ilva, oggi Acciaierie d’Italia, si concentra una parte sempre più importante della vita economica e sociale di Taranto. A nord del Mar Piccolo iniziano così i lavori per la costruzione di un nuovo quartiere residenziale, pensato soprattutto per ospitare le tute blu del polo siderurgico e le loro famiglie. Dopo la messa, Papa Montini fa un rapido passaggio anche in quella zona ancora in costruzione, all’epoca separata dal resto della città da una lingua d’asfalto stretta tra due muretti a secco. In onore di quella visita, il nuovo quartiere viene intitolato al pontefice, oggi santo: Paolo VI.
Sono passati quasi 60 anni dal Natale del 1968 e quelle prime palazzine sono diventate oggi un quartiere di quasi 20 mila abitanti. È in questo contesto che, una settimana fa, si è svolto il Red Bull 64 Bars Live, uno degli appuntamenti più importanti della musica rap in Italia. In una città come Taranto, già distante dai grandi centri economici del paese, Paolo VI si trova a sua volta ai confini del tessuto urbano: una periferia nella periferia. Ed è proprio qui che, per una sera, decine di migliaia di persone sono arrivate da tutta Italia per assistere a qualcosa che è, in effetti, più di un semplice concerto rap. Non soltanto per la mole della produzione messa in campo da Red Bull, ma per la sfida culturale che un’iniziativa come questa porta con sé. Quando il rap entra in un contesto come Paolo VI, esce dai confini del semplice intrattenimento e recupera un ruolo che spesso viene accusato di aver perso: quello di raccontare territori e persone che raramente occupano il centro della rappresentazione culturale.
Un evento costruito insieme alla città
L’impatto di un evento di questo tipo va infatti ben oltre il concerto. La costruzione del Red Bull 64 Bars Live è iniziata più di un anno prima del suo effettivo svolgimento, coinvolgendo istituzioni locali, realtà attive sul territorio e, più in generale, una parte importante del comparto culturale tarantino. «Credo che innanzitutto un evento come questo abbia generato un grande movimento in città», mi racconta Mimmo Battista, storico organizzatore di eventi culturali a Taranto. Il suo percorso comincia con l’Uno Maggio di Taranto, prosegue con il Cinzella Festival e arriva poi a Spazioporto, diventato negli anni uno dei luoghi di riferimento per la produzione culturale cittadina. «Io lavoro in questo settore dal 2013 e quello che posso dire è che Taranto ha bisogno di iniziative di questo tipo. Da una parte perché merita di essere riscoperta, dall’altra perché è piena di risorse e attività culturali. Momenti come questo contribuiscono a creare nuove sinergie e nuovi spazi di partecipazione in una città la cui vitalità tende ad essere sottovalutata in primis dai suoi stessi cittadini».
Ginko e lo Spazio 64 Live Show
Il rapporto tra il grande evento e il tessuto culturale della città è passato in gran parte attraverso la scena rap di Taranto e della sua provincia. Una figura centrale nel fare da ponte con gli artisti del territorio è stata Ginko, braccio destro e tour manager di Kid Yugi. Originario di Massafra, in provincia di Taranto, Ginko nasce come organizzatore di freestyle e cypher nei paesi della zona. È proprio durante uno di questi contest che intercetta il talento di Kid Yugi, legandosi a lui in un percorso che ha portato il rapper a diventare oggi uno dei nomi più apprezzati della scena italiana. «Sai, io organizzavo eventi nei circoli Arci dei paesini quando questa roba in Puglia non se la cagava nessuno. Per cui, quando mi hanno proposto di collaborare a questo progetto, non ci ho pensato due volte», mi racconta Ginko. Uno dei momenti più significativi nel percorso di avvicinamento al Red Bull 64 Bars Live è stato lo Spazio 64 Live Show, il concerto che si è tenuto il 25 settembre a Spazioporto e che ha riunito sullo stesso palco 14 artisti tarantini. Una serata interamente dedicata alla scena locale, pensata come anticipazione del grande appuntamento di Paolo VI. «È stata davvero una cosa nuova per Taranto. Tutta la scena riunita per un concerto. È stata un’occasione per dare voce a tanti ragazzi emergenti che rischiano di rimanere invisibili in una città come questa e, allo stesso tempo, per dimostrare al pubblico che certe cose si possono fare anche qui».
Come è cambiata la scena rap tarantina
La scena rap di Taranto e provincia è infatti cambiata profondamente nel corso degli anni. A raccontarmelo è una leggenda locale come Fido Guido, cantante reggae e attivista, riconosciuto anche dai rapper delle generazioni più giovani come una delle figure più significative espresse dalla scena tarantina. Fido Guido è stato tra i primi a utilizzare il dialetto tarantino nella musica, facendone uno strumento per raccontare le questioni sociali che hanno interessato la città. «Quando ho iniziato io questa cultura era davvero una roba per pochi», mi racconta. «Questo faceva in modo che ci fosse meno inflazione e più coscienza. Però eravamo davvero pochi, troppo pochi. Sembrava quasi che ci fosse un deficit totale nella capacità di dire la propria tra i giovani della città». Qualcosa comincia a cambiare proprio con la nascita dell’Uno Maggio di Taranto nel 2013. «Quegli anni hanno risvegliato la città e la musica ha avuto sicuramente un impatto sulle nuove generazioni, ma anche su quelle vecchie. Ha messo a tavola padri e figli a discutere di temi che prima non erano mai stati trattati in quel modo».
Quello che può sorprendere ascoltando la scena tarantina contemporanea è l’attenzione riservata ai testi, una caratteristica diventata ormai meno centrale in altre latitudini. «Noi rapper di Taranto abbiamo qualcosa da raccontare», mi dice in maniera netta Young Snake, uno dei rapper emergenti che si è esibito il 25 settembre a Spazioporto. «Abbiamo una fotta che a Milano non possono avere. Non è colpa loro, è che a noi nessuno è mai venuto a bussare alla porta. Siamo noi che dobbiamo farci sentire. E l’unico modo che abbiamo è attraverso i nostri racconti». Il rap diventa, in questo senso, lo strumento attraverso cui esprimere questa urgenza. «Spesso si dice che il rap racconta la rivalsa. Ecco, Taranto è proprio una città che ha bisogno di rivalsa. Abbiamo bisogno di queste cose per poter esprimere al massimo un potenziale che non abbiamo mai potuto esprimere. Non possiamo non parlarne nelle canzoni: è la nostra storia».
Il prima e il dopo Kid Yugi
Questa propensione al contenuto della scena tarantina si è però scontrata a lungo con un contesto in cui fare del rap una professione sembrava semplicemente impensabile. Me ne parla GFK, storico dj e organizzatore di eventi hip hop a Taranto. «A Taranto c’è indubbiamente un prima e un dopo Kid Yugi», mi racconta. «Purtroppo è così: le persone hanno bisogno di vedere per credere. Una volta che un ragazzo ha dimostrato che era possibile farcela anche venendo da Massafra, tutti hanno capito che questa roba era una figata». Il successo di Kid Yugi ha finito così per modificare non soltanto le aspirazioni di chi fa musica, ma anche il pubblico che la segue. GFK se ne è accorto direttamente negli eventi che organizza. «Prima c’era un pubblico di nicchia che veniva a un certo tipo di serate, ora il rap inizia a essere di tutti. È un processo che in altri posti in Italia è successo quindici anni fa. Da noi è successo letteralmente l’altro ieri».
Certamente, l’imprinting di Kid Yugi sui giovani rapper del territorio è particolarmente evidente fin dal primo ascolto. Meet Lose, giovanissimo rapper di Massafra, mi racconta la sua esperienza personale. «Sai, in un contesto di provincia come il nostro c’è sempre un grande scetticismo nei confronti di chiunque provi a fare qualcosa di diverso rispetto a quello che sembra già prescritto. È stato così anche con Kid Yugi: la gente ti dà credito sempre dopo». Il suo successo ha inevitabilmente aperto una strada, ma questo non significa che chi è arrivato dopo voglia necessariamente seguirne le coordinate artistiche. Su questo interrogo anche Demito, un altro giovane rapper di Massafra. Secondo lui, più che lo stile, l’anello di congiunzione tra questi artisti è ciò che il luogo da cui provengono offre loro da raccontare. «Credo che oggi qui ci siano tanti ragazzi che hanno voglia di raccontare cose, perché c’è tanto da dire. Io personalmente ho uno stile molto diretto, ma è frutto delle esperienze che ho vissuto. Qualcun altro avrà ricevuto altri stimoli e l’arte che produce sarà diversa, però l’aria che respiriamo è la stessa».
Cosa manca ancora a Taranto
La città di Taranto e la sua provincia vivono dunque una fase di sviluppo della scena locale, sbloccata psicologicamente dal successo di Kid Yugi. Se però una barriera nella rappresentazione sembra essere caduta, la mancanza di strutture materiali resta un problema per molti. GFK lamenta i pochi locali attivi in città, la scarsa lungimiranza e la forte stagionalità del lavoro. I rapper, invece, sottolineano l’assenza di studi di registrazione adeguati e a prezzi accessibili, così come di un tessuto di addetti ai lavori capace di accompagnare la crescita degli artisti. In altre parole, oggi è più facile immaginare di poter fare rap a Taranto, ma continua a essere difficile trovare gli strumenti per costruirci intorno una carriera. Su questo Mimmo Battista ha le idee molto chiare. «Purtroppo questa terra è stata depredata e molti ragazzi danno per scontato che per farcela sia necessario andarsene. È forse la cosa che più mi rammarica. Ma lentamente stiamo riuscendo a invertire la rotta. Tanto lavoro viene fatto ogni giorno, anche perché a Taranto c’è un’intera città che si rimbocca le maniche per migliorare le cose. Oggi è una città molto più vivace culturalmente, piena di realtà che lavorano sul territorio, rispetto a quanto non fosse prima».
La notte di Kid Yugi a Paolo VI
Ed effettivamente, nella realizzazione del Red Bull 64 Bars Live si è assistito alla messa in campo di un impegno collettivo della scena culturale tarantina che non era affatto scontato. Certamente le possibilità economiche che un evento di queste dimensioni può smuovere hanno avuto un peso, ma altrettanto importante è stata la sensazione diffusa che la città vedesse in quell’appuntamento un’occasione per raccontarsi proprio attraverso quei luoghi e quelle immagini per cui spesso viene stigmatizzata. In questo ha indubbiamente un ruolo centrale Kid Yugi, che attraverso i suoi testi ha dato voce a una generazione di giovani di Taranto e della sua provincia, cresciuti nel costante ricatto tra emigrazione e povertà, tra salute e lavoro. Quando Kid Yugi esce con il microfono in mano da una gigantesca statua dorata che lo rappresenta, l’ovazione riservata all’eroe locale dal pubblico di Paolo VI è potente. Un momento di entusiasmo genuino e collettivo che attraversa un pubblico eterogeneo, fatto di famiglie, anziani, bambini e tantissimi fan del rapper di Massafra.
In quella stessa piazza di Paolo VI, davanti alle Case Bianche, Fido Guido ha avuto per dieci anni uno studio di registrazione. Da artista nato e cresciuto a Taranto, in contesti non troppo diversi da quello di Paolo VI, nel pomeriggio mi aveva messo in guardia dal romanticizzare ciò che sarebbe successo poche ore dopo. «Sono contesti in cui, se sai fare qualcosa, non vieni necessariamente preso come un modello per emanciparsi, ma puoi essere visto come qualcuno di pericoloso. Perché dimostri che esiste un’alternativa. Io mi ci sono scottato con queste dinamiche». Certamente, l’ovazione di una folla non può essere scambiata per una presa di coscienza collettiva. Può essere letta, però, come una boccata d’aria fresca. Kid Yugi rappresenta una storia di realizzazione personale che non ha reciso il legame con le proprie radici, qualcosa di cui quartieri dimenticati come Paolo VI hanno bisogno. Non perché basti riconoscersi nella storia di qualcuno per cambiare le cose: per farlo serve un impegno collettivo che nessun artista, da solo, può sostituire. Ma sentirsi rappresentati può contribuire a rendere immaginabile qualcosa che prima sembrava non esserlo, alimentando speranza e motivazione. E per una sera, durante il Red Bull 64 Bars Live, tutto questo si è sentito.
