E non a caso ha vinto il Nobel per la Letteratura (anche) per il modo in cui è riuscita a costruire «un dialogo giocoso con la tradizione classica».
Mio figlio e mia figlia sono sempre stati il sole e la luna. “Hai le birkenstock da nonno.” “Zia, ma ti sei vista? Hai un crocifisso al collo!”. C’è però, oltre al nome e l’indirizzo sui documenti, una cosa che li unisce. E succede il secondo weekend di ottobre al forum di Assago. È il concerto di Kid Yugi. A detta di entrambi, “il poeta”. Ma approfondiamo bene il concetto di poeta per due poveri ragazzi che fanno il liceo a Milano nel 2026.
Mio figlio ha un professore di italiano velleitario che allo scientifico fa studiare Arnaut Daniel, ma quando attacca a spiegare, lui fa i test della patente sotto il banco. Mia figlia, suo malgrado, porta un nome tratto da un romanzo di Dostoevskij e difficilissimo da far capire quando ci si presenta in discoteca. (E non solo in discoteca: l’ha ripetuto tre volte a un supplente del classico l’altro giorno, e lui non ha colto la reference.) Nonostante questa eredità pesante, lei non ha mai pensato di leggersi il buon Fëdor, finché non è stato Kid Yugi e citare Il giocatore e Povera gente. Allora a casa nostra – dove prima la lettura era una purga, e Fahrenheit 451 un romanzo utopico – ha cominciato a circolare da una cameretta all’altra una copia consunta delle Notti bianche. A casa nostra, sono cominciate a piacere le citazioni colte.
Quando noi boomer sentiamo i nomi dei rapper e dei trapper, ci viene subito un cerchio alla testa e pensiamo a saldi di conti fatti in mezzo alla strada, catene d’oro al collo, sparatorie. Yugi ha preso il suo nome d’arte dal manga e anime Yu-Gi-Oh!, nella vita si chiama Francesco Stasi, vive a Massafra, vicino Taranto, ed è un ragazzino di 25 anni con la faccia pulita e la mania fuori moda di leggere e studiare. È, praticamente, il più tranquillo dei nostri figli. Un tipo schivo, che ai concerti “si gasa” ma non se la tira. Tre anni fa ha creato il Fifest, un festival di rap e freestyle che è anche una convention di tatuatori e il cui ricavato va al reparto pediatrico dell’ospedale di Taranto.
Francesco non è molto social, condivide prevalentemente contenuti politicamente schierati, ha all’attivo 3 album, 1 EP e un sacco di feat con chiunque – ma tutti fatti bene – e ha una fidanzata “famosa” sulla quale posta poco: l’attrice Clotilde Esposito di Mare fuori, che interpreta il mio personaggio preferito della serie (la Silvia che ha una storia col secondino vecchio). Comunque, io volente o nolente quando sbrigo le mail in cucina ascolto andare le canzoni di Yugi (Il filmografo, Lilith, Il ferro di Čechov, Massafghanistan) e tutti i riferimenti a quella che per i ventenni è la Cultura Alta mi sembrano mero name-dropping tirato via. Ma tendo a riporre una fiducia inusitata nelle persone e nelle persone giovani, e sono decisa a capire bene perché Kid Yugi è “diverso da tutti gli altri”. Ne parlo con un manipolo di volenterosi allievi già laureati che si stanno fomentando per l’imminente concerto, e anche loro dicono che “è un genio, un altro livello.”
Mi viene spiegato che Yugi è il quinto rapper d’Italia per stream mensili dopo Sfera, Artie 5ive, Shiva, Geolier. (E Marra?, chiedo io, boomer. Marra non è neanche più rap, dice mio figlio). Dicevo: è il quinto d’Italia ma ha una fan base più piccola e selezionata, perché mentre gli altri 4 in classifica si scambiano gli ascoltatori, lui ha un solido gruppo d’ascolto di gente che generalmente non ascolta nemmeno rap. E poi i fan di Kid Yugi lo idolatrano. Si sentono più fighi, più intellettuali.
Vero è che da un anno a questa parte, da quando i miei ragazzi sono ammattiti per lui, hanno iniziato a fare domande su roba assurda che prima non assorbivano neanche se gliela spiegavi con la pazienza del santo. “In classe,” mi spiega uno dei due, “faccio sempre bella figura grazie a Yugi. Ho saputo spiegare al prof di italiano cos’è l’uroboro e a quella di fisica cos’è il nastro di Moebius” (Figuriamoci che io l’associavo a Catherine Lacey…). “Sono l’unico a sapere queste cose, i prof mi chiedono come le so, e io mica posso dire la verità: dico che è cultura generale, che le ho sempre sapute, tipo.”
L’album I nomi del diavolo, del 2024, forse ha rintuzzato le passioni sataniche della figlia ribelle, però intanto il suo romanzo preferito è diventato Il signore delle mosche. Nello stesso album c’è la canzone Paganini (“Sì mamma, perché si diceva che Niccolò Paganini avesse fatto un patto col diavolo…”), il brano sull’Ilva in quanto espressione del demoniaco sulla terra, e una copertina ispirata al Maestro e Margherita, che quando eravamo al liceo noi era il biglietto da visita per piacere a quelli giusti, ma che io non avevo mai sentito citare prima d’ora in un consesso gen Z.
“Senti che figa la ritma Martin Eden, Friedrich Hegel…”
“Ma tu sai chi sono? Per caso hai visto il film di Pietro Marcello?”
“Eh? Non esageriamo, però certo, li ho googlati.”
Li ha googlati. Forse che i 3 in filosofia cominceranno a diradarsi?
Nell’album The globe, mi spiegano – sai, è dedicato a Shakespeare (sì, sì, grazie, vivo su Terra da oltre 40 anni) – c’è un parallelismo tra il teatro e la vita di strada: la gente che vive in strada tende sempre a indossare una maschera, tipo quelle di Pirandello, no?
Tra un poco inizio a prendere appunti.
Quell’album contiene Hybris, Sturm und drang, King Lear, Grammelot.
“Ma voi sapete chi è Dario Fo?”
“Eh?”
“Vabbè, fa niente. Non esageriamo.”
Mi colpisce e mi fa sorridere che questi ragazzi, che si vantano di non avere nessun vezzo culturale – perché a che serve saper citare a memoria, far di conto o scrivere bene nell’era dell’A.I.? – improvvisamente inizino a difendere a spada tratta questo “intellettuale” 25enne. Mi vogliono convincere: devo ascoltare con attenzione, col testo sotto, apprezzare le rime, io che per tanti anni infantili ho inferto loro le dolcissime poesie di Pierluigi Cappello, e li ho costretti a leggere Il cappotto di Gogol a 12 anni sotto l’ombrellone. Non capisco se questo improvviso acquisto su Amazon della Morte di Ivan Il’ič (ma non ce l’avevamo già in casa?) e dei Fiori del male (se nel parla nel feat con Lazza Mezze verità) è una vittoria di campo mia o loro. O di Yugi. O del tempo.
A dirla tutta, tutte queste canzoni parlano poco e niente delle opere e degli autori che citano. La ricerca è da proseguirsi in autonomia al di fuori dai confini dei testi. I ragazzi hanno iniziato ad apprezzarle e chiamarle poesia solo per le rime ardite. In Hybris, per esempio, troviamo le assonanze vumicusi (dialetto per feccia), kintsugi, Anubi, Kid Yugi, hoodie, impuri, Apuli, Audi, Einaudi eccetera. In Gilgamesh, la sfilza Spielberg, Sinner, Fischer, Nietzsche, Tinder, Tibet, tibie, filler, cheater, fibbie, Bibier, Creeper, Terea Silver.
Sì, ma a livello di personaggio, che cos’ha diverso dagli altri rapper?
Non è maschilista, non è scurrile.
Mi ribello: è violento, è volgare.
Ma no. Ha solo immagini macabre.
Sì, ma come si innesta il suo citazionismo sull’anima da strada?
È proprio qui la chiave, dice il figlio che studia per forza Arnaud Daniel. Non è il solito rapper accessibile con un lessico da 6 parole. Anche se vuoi dirti una cosa scema che dicono tutti, trova un modo inaspettato per dirla. Ad esempio, invece di dire voglio essere ricoperto di soldi, dice voglio il barocco non voglio quei benjamin. Sai mamma, sulla banconota da 100 dollari c’è Benjamin Franklin. Che carino, mi fa la parafrasi.
“Invece di dire una donna facile, dice una dama senza ermellino.”
“Allora lo vedi che è maschilista!”
Ovviamente non mi hanno né convinta né convertita, eppure qualcosa si muove.
È sera e c’è tiepido. Io vorrei essere al cinema o per strada, ma sto cucinando per loro. “Mamma, ma tu te lo ricordi Ivan Il’ič?” In effetti, dovrei rileggerlo. E così mi sto uccidendo di tristezza con Il’ič solo per poterne parlare con loro a cena: per vedere se, pur venendo da Matrix, ci hanno capito qualcosa. Grazie, Kid Yugi. Quasi quasi mi pento che non ho comprato il biglietto anch’io.
