Di questo Sanremo non si riesce nemmeno a ridere, neanche involontariamente

La prima serata del Festival è passata senza infamia e senza lode, tra diverse canzoni dimenticabili e pochi (per fortuna) siparietti imbarazzanti. Una certezza però ce l'abbiamo: Sanremo è tornato a essere una tradizione, noiosetta come tutte le tradizioni.

25 Febbraio 2026

Ritorna la settimana santa della musica italiana, tutti in Riviera, è il carnevale di Sanremo. Prime sensazioni? È un Festival più soporifero, e meno coinvolgente degli ultimi anni. Anzi, osiamo: molto soporifero, e pochissimo coinvolgente. Fine dell’hype, ce la siamo spassata per un po’, adesso Sanremo torna a essere un format per anziani appassionati di Un Medico in Famiglia.

È il Contismo. Forse lo spostamento a fine febbraio non ha aiutato la valorizzazione del prodotto? Si allungano le stagioni, dalla finestra entrano profumi di primavera, scarseggia la voglia di sottoporsi a maratone televisive. Potrebbero avere inciso le trionfali Olimpiadi invernali di Milano Cortina, appena concluse. L’orgoglio italiano, un bene di cui non disponiamo in quantità infinita, noi che siamo sempre pronti a criticarci, è stato soddisfatto dalle medaglie e dai tiktok degli atleti stranieri in prostrante venerazione della pastasciutta, del tiramisù e del bidet. Un mese di fierezza patriottica è troppo, in effetti, non si poteva andare avanti così ancora a lungo. Abbiamo già celebrato a dovere l’ingegno nostrano e l’arte di arrangiarsi. Siamo in postumi di sbornia nazionalista, rintronati dalla pioggia di medaglie, non è facile passare dal tifo per la Brignone a esaltarsi con Nigiotti. Il confronto, riconosciamolo, è impari.

Il Festival post-olimpico

Tra l’altro, lo stesso Carlo Conti sembra il primo che non vede l’ora di andarsene e di levarsi dai piedi questa scocciatura. Non è il solo: Meloni ha pubblicato una nota ufficiale per smentire la sua presenza all’Ariston («roba da FantaSanremo», ha commentato la premier), Mattarella se ne sta alla larga, non si da dov’è Benigni. Anche Andrea Pucci, il comico protagonista della principale polemica pre-Festival, l’invitato d’onore che si è tirato indietro, accusato di simpatie destrorse, alla fine non c’è, non verrà, offeso dalla tempesta social che l’ha investito all’annuncio della sua partecipazione. Ignazio La Russa, seconda carica dello Stato, sempre pronto a farsi carico dei problemi del Paese, ha chiesto ufficialmente di «garantire la presenza riparatoria di Pucci». Conti l’ha implorato di mandare almeno un videomessaggio ma nisba, giustamente Pucci se ne sta alla larga.

C’è anche un problemino di selezione del casting, che emerge in filigrana. Ormai, si è capito, Sanremo è uno skilift che promette di portare in cima, o di riportare in alto, la carriera di chi sfrutta bene l’occasione. È l’ultima chance per grattare un tour estivo, o un disco in versione deluxe. Quest’anno c’è tutta la classe media in cerca di rilancio, per esempio Francesco Renga e Malika Ayane, gente scongelata solo per Sanremo tipo Dargen e Arisa, artisti a un passo dal farcela come Fulminacci e Mara Sattei. Pochissimi nomi che gasano. Quasi sparito il filone “rapper tatuati in faccia che cantano una ballad”, il solo Chiello in quota ragazzacci che si redimono, ormai Luchè è potabile per tutti. Non c’è neanche Achille Lauro, stranamente, che invece era presente alla cerimonia di chiusura delle Olimpiadi, per continuare il dualismo. I cantanti in gara si sciroppano da settimane ospitate in tutti i principali podcast italiani, sempre più stanchi, gonfi, provati, sintetizzati su Instagram, spremuti dai loro uffici stampa.

Il Festival del no

Insomma, è il festival bolso della restaurazione e dei no. No Meloni, no Pucci, no di Morgan al duetto con Chiello («Lo avrei oscurato»), no polemiche – nessun trailer di Falsissimo, neanche mezza allusione di Fabrizio Corona sulle magagne sotto alle lenzuola di qualche cantante in gara. Fedez non ha annunci shock da fare, Masini sembra il suo setter irlandese. Lo spostamento a fine febbraio, lo ripetiamo, non ha giovato. Come se non fosse già tutto abbastanza noioso, questo Sanremo è dedicato a Pippo Baudo. Un Festival all’insegna di Baudo, ha annunciato Conti, rivelando di aver appeso una targhetta celebrativa con il nome del suo rimpianto predecessore sulla porta del camerino. Laura Pausini ha chiesto a Baudo il permesso (accordato), lo scorso marzo, dopo aver ricevuto la proposta di Conti, di condurre il Festival. C’è una mostra dedicata a Pippo Baudo in città, il Festival si apre con un omaggio in onore dello storico conduttore di tredici edizioni. “Pippo, Pippo” invoca il pubblico. Il figlio, apparentemente reduce da un festival reggae, è seduto in platea di fianco a Alba Parietti. Clippini di Pippo Baudo. Applausi per Pippo Baudo. Manca solo un video fatto con l’AI di Pippo Baudo che vince la medaglia d’oro con la squadra di hockey, ma niente paura, la produzione Rai abbraccia la contemporaneità e utilizza l’intelligenza artificiale per paperizzare goffamente il pubblico durante un karaoke di “Papaveri e Papere”. Katia Ricciarelli, moglie di Baudo per quasi vent’anni, ha cercato la polemica, lamentandosi di non essere stata invitata. Nessuno le ha dato retta. È il potere magico e soporifero di Conti, capace di spegnere tutte le schermaglie con un sorriso scocciato.

Poi parte la diretta, e si rispettano le peggiori previsioni. Zero gag, l’unico comico è un tizio che imita – male – la Pausini, un certo Vincenzo De Lucia. Non si ride mai, se non involontariamente, quando appare il velino, Can Yaman, protagonista della serie tv tratta da Sandokan. Molto bono, con il petto oleato, compatto come una botte in rovere di whisky, però incapace di guizzi o motti di spirito. Insaccato come un salame. Per quale motivo la Rai ha deciso che, durante il programma non calcistico più seguito dell’anno, il personaggio giusto da celebrare era… Sandokan? Come se non bastasse questa ridicola mitizzazione, a un certo punto sul palco di Sanremo appare il suo predecessore, il vecchio Sandokan, Kabir Bedi, in un simbolico passaggio di testimone. Parte uno spento siparietto fra i due. Ma perché? Non si potevano chiamare, per esempio, gli attori ancora vivi di Dawson’s Creek?

Il Festival dei soliti sospetti

Annotazioni sparse: Olly, vincitore dell’anno scorso, incaricato di inaugurare la nuova edizione, ha gli occhi rossi, i tatuaggi nuovi, i brillantini in faccia e l’aria sciupata di chi ha avuto successo negli ultimi mesi. Quasi tutte le canzoni hanno almeno quattro autori, e la maggior parte ricorrono. Moltissimi interpreti uomini indossano un doppiopetto, dovunque sia Berlusconi (definito da Sayf nella sua canzone «un imprenditore» che ha coniato la frase “l’Italia è il paese che amo”, beata gioventù) è compiaciuto. Beppe Vessicchio fa sentire la sua mancanza, un video celebrativo lo ricorda. Le ultracentenarie senza nulla da dire, o talenti particolari, troveranno sempre ospitalità in Rai. Patty Pravo è l’unica diva in gara. La canzone di J-Ax è proprio come ce la immaginavamo. Max Pezzali è il Bad Bunny che ci meritiamo. Tiziano Ferro non sta attraversando un bel periodo.

E dunque, i soliti sospetti alle prese con le solite dinamiche. Reduci da due settimane dove si sono cantate le gesta del genio italiano, le imprese dei nostri giovanissimi connazionali che, nonostante l’assenza di infrastrutture, di aiuti governativi, di sussidi, si distinguono per talento e acume, non è facile sentirsi rappresentati a pieno da questo ridicolo carrozzone. Comunque, Tommi Paradiso (che qui a Studio abbiamo adottato) è sempre adorabile, la canzone di Chiello non è male, e se c’è giustizia Patty Pravo si porterà a casa questa edizione smortina del Festival. Nell’attesa della seconda serata, un appello agli autori: per l’anno prossimo, bisogna osare un po’ di più. Un’overdose al Savoy, una caduta dalle scale, una lite sul palco: quando non riescono più a dare spettacolo, le vecchie tradizioni puzzano di canfora.

La bandiera di One Piece è arrivata anche a Sanremo grazie a Tommaso Paradiso

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