Il San Calisto era tutto ciò che cercavamo in un bar romano

La notizia della chiusura per ristrutturazione ha messo i romani (e non solo) in allarme: perché è così importante che il bar aperto da Marcello Forti nel 1969 rimanga esattamente com'era.

27 Gennaio 2026

È impossibile trovare un romano che non abbia mai varcato la soglia del bar San Calisto. La notizia della chiusura per ristrutturazione ha richiamato i clienti più affezionati, accorsi in pellegrinaggio per portarsi a casa una reliquia, un tassello di pavimento, una scheggia di stipite, un ricordo materiale di un luogo dello spirito, come si è fatto con il muro di Berlino dopo la fine di un’epoca. A saperlo, il proprietario non avrebbe chiamato la ditta per le demolizioni. Per colazione o a notte fonda, al San Calisto sono passati tutti e proprio la varietà del suo pubblico è sempre stato il vanto del proprietario, Marcello Forti. Quando per decisione della Questura viene chiuso per tre giorni, nel 2018 – perché considerato ritrovo di pregiudicati e fonte di disturbo per la quiete pubblica – Forti racconta: «Comprai il bar nel 1969, avevo ventitré anni, lo pagai dieci milioni di vecchie lire. Da allora ho continuato a fare il mio mestiere. Non chiedo ai miei clienti chi sono, cosa fanno, perché vengono. Sono ragazzi, sono perfetti sconosciuti, sono vecchietti che hanno passato gli ottanta». Tra questi, ricorda, c’era anche Renatino (Enrico De Pedis) e altri della Banda della Magliana. Ma non dimentica i centravanti della Lazio, Lapo Elkann con Martina Stella, Gigi Proietti e il mondo degli scommettitori di cavalli. Ma qual è la specialità del bar? Quale la sua ricetta segreta? La granita di caffè o il cono cioccolato e panna? Il suo prodotto esclusivo è in realtà l’atmosfera: «Come le storie d’amore, i bar dipendono da una delicata combinazione di tempi, alchimia, illuminazione, fortuna e – forse soprattutto – generosità», scriveva già JR Moeringer nel Bar delle grandi speranze. 

Il nuovo Roxy Bar

Nella piazzetta San Calisto, in piena Trastevere, il bar è un ritrovo, una grotta, un guscio invitante, un contenitore di storie. L’oasi metropolitana dove rinfrescarsi d’estate e la baita in legno per proteggersi dalle rigidità dell’inverno. Il posto dove darsi appuntamento per iniziare le serate e quello più indicato per l’ultimo gin tonic sulla strada di casa. È il luogo ideale però anche per incontrarsi senza appuntamento, e per riposarsi all’aperto su sedie di un altro mondo e assistere allo scorrere delle ore e all’avvicendarsi di clientele diverse: turisti, vecchi trasteverini, bambini in fila per il gelato, ragazzi che lo animano non prima di mezzanotte, cinematografari, scrittori, politici, spacciatori, preti, radical chic, rapper (per l’immaginario musicale di Franco 126 o di Carl Brave il Calisto è il nuovo Roxy Bar, il nuovo Bar Mario, il nuovo Jolly Blu).

Pur non trattandosi di una chiusura, né di un cambio di gestione, ma di semplice restyling, il timore del cambiamento ha messo la città in allarme. Va detto che a Roma ogni chiusura di un cinema, di una libreria, di una pasticceria di millefoglie appare come il segnale dell’apocalisse imminente. Con tutte le caratteristiche del semplice bar di quartiere, il San Calisto raccoglie un bacino vasto quanto l’intera area urbana, ecco il prodigio. Cambierà il bancone, che prenderà la forma a L e la superficie sarà in marmo e il pavimento della saletta interna verrà sostituito, ma l’identità, promettono, rimarrà la stessa. Fuori tutto dovrebbe restare com’è, magari resisteranno anche i mitici tavolini della Peroni, tutti elementi della nostalgia, un arredo che punta a dimostrare che il tempo può essere fermato, o almeno sospeso o almeno rallentato.

Il timore del cambiamento

Molti anni prima della chiusura del 2018 – quando per solidarietà i sostenitori si radunano in piazza San Cosimato – il locale chiude negli anni Ottanta, per un mese. C’è una sparatoria, ma loro hanno già abbassato la saracinesca. Nessuno di loro vuole testimoniare “non avevamo visto nulla e le pistolettate a quel tempo fioccavano”, diceva Marcello. Per Francesco Bruni, il regista di Scialla e Tutto chiede salvezza, il San Calisto è «un luogo quasi miracoloso. Al mattino arrivano i trasteverini più anziani, che si sfidano a carte gridando, ricordano i vecchi tempi proprio come nei bar di paese. La sera e la notte liceali e universitari romani e di mezzo mondo». Voci e habitué sono immortalati nel documentario Barricata San Calisto di Ivano Di Matteo.

Oggi, oltre a preservare il più possibile l’aspetto spartano e frugale, la sfida maggiore sarà la conservazione dei prezzi, altro vanto indiscusso della gestione di Marcello Forti. Si può stare a lungo senza essere cacciati, non si paga il servizio al tavolo, i prezzi resistono ai secoli. È qui che si gioca il tratto più distintivo di un locale, l’anima che aspira a rimanere come una volta. Nulla oggi è più respingente e grottesco di coppette piccole pagate tre euro e mezzo per gusti come “crema della nonna” quando l’unico rimpianto accettato nei bar dovrebbe alludere a prezzi della nonna. I bar sono un segnale di civiltà, luoghi leggendari celebrati dagli scrittori, come quelli parigini idolatrati da Hemingway, o le caffetterie di Trieste, ma civiltà vuol dire non speculare sulla necessità umana di luoghi dove brindare, celebrare i riti di passaggio, piangere e confessarsi al bancone. Il San Calisto a Roma proverà a restare il nostro bar delle grandi speranze, secondo quell’indicazione fissata ancora da un personaggio di JR Moehringer: «Ci sono solo tre cose certe nella vita. La morte. Le tasse. E i baristi».

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