Secondo l'FBI il rischio è reale, perciò l'Academy è stata costretta a correre ai ripari a poche ore dalla cerimonia.
Cominciamo da una scena che avrete già visto. Una persona si ferma davanti a una grande tela rossoscura. Inclina la testa, come se stesse riequilibrando un pensiero pesante. Poi solleva lo smartphone, inquadra, aspetta che l’autofocus trovi qualcosa su cui fare il fuoco — non lo trova, perché davanti a lei c’è un campitura di colore uniforme — scatta comunque, guarda il risultato, scatta di nuovo. Poi comincia a meditare la caption. Quello che state osservando è il rituale della fruizione pubblica di Mark Rothko: un rito con i suoi officianti, le sue formule fisse, i suoi oggetti. Si compie ogni giorno in decine di musei, dalla Tate Modern al MoMA, fino alla Rothko Chapel di Houston, che conta oltre centomila visitatori l’anno e dove lo staff è abituato a ogni tipo di reazione: da chi chiede dove siano i quadri a chi viene sopraffatto dall’emozione.
Per capire il paradosso, conviene partire dall’artista. Mark Rothko (nato Marcus Rothkowitz a Daugavpils, Lettonia, nel 1903, morto suicida nel suo studio newyorkese nel 1970) prendeva la propria arte con una serietà che oggi chiameremmo imbarazzante, nel senso migliore del termine. Non voleva che i suoi quadri fossero apprezzati esteticamente. Voleva che facessero soffrire. Quando uno scrittore cercò di fargli un complimento definendolo «un maestro delle armonie cromatiche», Rothko non la prese bene: «Le persone che piangono davanti ai miei quadri stanno vivendo la stessa esperienza religiosa che ho avuto quando li ho dipinti. E se siete commossi solo dalle loro relazioni cromatiche, allora avete perso il punto».
Come in una chiesa
Dipingeva, come lui stesso spiegava, «emozioni umane fondamentali», non semplici color field, non rapporti formali, non esercizi di percezione visiva. E sapeva esattamente come voleva che quei quadri fossero esposti. Alla Phillips Collection di Washington collaborò con l’architetto per progettare una sala su misura, abbassò le luci e chiese una panca di legno di fronte alle tele: voleva visitatori seduti in silenzio, come in una chiesa, finché qualcosa non si apriva in loro. Ecco: Instagram è l’esatto contrario di una panca di legno in una stanza in penombra.
Le tele di Rothko funzionano attraverso la scala, la luce, la vibrazione ottica tra le campiture di colore: effetti che dipendono interamente dalla presenza fisica dell’osservatore davanti all’opera. Una riproduzione fotografica di un Rothko non è un Rothko. È un rettangolo di colore a schermo, che sullo smartphone appare come un campione del catalogo Pantone. Eppure è questa immagine-di-una-tela che circola su Instagram generando commenti e dichiarazioni di trasformazione spirituale. Rothko, il pittore che voleva azzerare la mediazione tra opera e spettatore, è diventato uno dei soggetti più mediati dei social. Le sue tele, concepite per essere sperimentate senza parole, vengono sistematicamente verbalizzate e ridimensionate a formato story.

#rothko chi legge
Frequentare l’hashtag #rothko su Instagram è un’esperienza che non delude mai. I post si dividono in alcune tassonomie definite. Il primo tipo è il pellegrino in contemplazione. La foto è scattata alle spalle dell’osservatore, ripreso da dietro mentre «guarda» la tela. È il formato più codificato dell’esperienza Rothko sui social, al punto da essere diventato un genere autonomo. La studiosa E.B. Hunter nel 2018 ha definito questo gesto «performance della contemplazione»: la persona non sta guardando il quadro, sta mettendo in scena se stessa mentre lo guarda, per un pubblico virtuale. La caption è invariabilmente di tono estatico: “sono rimasta qui ferma venti minuti senza riuscire a muovermi ”; “ho pianto. non so perché. forse lo sa lui”; “rothko ti entra dentro e non esci più”.
Il secondo tipo è la citazione della citazione. Le dichiarazioni programmatiche di Rothko (raccolte nel 2006 in Writings on Art per Yale Press) vengono sovrapposte alle fotografie delle tele in font a bastoni su campo semitrasparente, ottenendo un effetto che evoca i contenuti motivazionali. «A painting is not a picture of an experience, it is an experience» scritto in Helvetica su un rosso scarlatto acquista una qualità pubblicitaria che Rothko avrebbe trovato insopportabile: era lo stesso uomo che nel 1958 rifiutò la commissione per il ristorante del Four Seasons a New York perché non tollerava che i suoi quadri facessero da sfondo ai banchetti dei ricchi. Il terzo tipo è la testimonianza mistica. È il territorio dove il sublime incontra il middlebrow: “è come se il quadro ti vedesse ”; “mi ha detto cose che non sapevo di sapere”; “stavo per svenire. tipo letteralmente. il mio corpo sapeva”; “questo non è pittura. è un portale”; “non riesco a spiegarlo. e forse è giusto così. alcune cose non si spiegano”.
«Alcune cose non si spiegano» è la formula più ricorrente del Rothko-gram, e nasconde un rovesciamento: Rothko, che teorizzava minuziosamente il proprio lavoro, viene celebrato attraverso la rinuncia alla comprensione. L’incomprensibilità è diventata il marchio di garanzia della sua profondità. Il quarto tipo è l’angry man: chi passa sotto il post altrui per ristabilire il primato del buon senso contro l’impostura culturale, spesso dall’alto della loro dottorato presso “l’Università della Vita”: “scusate ma questo lo faceva mio figlio a sei anni”. Anche l’angry man sta eseguendo una performance: quella dello smascheramento, la messa in scena dell’unico redpillato in una stanza di ingenui. Sia i pellegrini che gli angry man condividono la stessa certezza assoluta sulla propria reazione e la stessa urgenza di renderla pubblica. Rothko, che voleva generare esperienze interiori indicibili, si ritrova a fare da arena per una disputa con i toni di una recensione di un ristorante su TripAdvisor.
Una competizione pubblica di sensibilità
Tuttavia sarebbe scorretto attribuire tutto questo unicamente a Instagram. Il social ha amplificato una dinamica che esiste da prima degli smartphone. Lo storico dell’arte Robert Rosenblum nel 1975 pubblicò Modern Painting and the Northern Romantic Tradition, in cui avanzava una tesi destinata a fare scuola: Rothko era riuscito a dipingere il Sublime kantiano come nessuno prima di lui, Caspar David Friedrich compreso. Da quel momento le sue tele vengono allestite con una reverenza che non si riserva ad altri artisti del Novecento: panca, sala separata, luci soffuse. Instagram ha democratizzato questo culto: ha messo l’inginocchiatoio a disposizione di tutti, trasformando un’esperienza privata in una competizione pubblica di sensibilità.
Ma il culto di Rothko non si regge solo sull’estetica del sublime: si regge sul romanzo della sua vita. Robert Hughes, nell’articolo Blue Chip Sublime pubblicato sul New York Review of Books nel dicembre 1978, lo aveva già scritto con lucida precisione: il suicidio aveva dato all’opera di Rothko «una leggibilità semplificata che non aveva davvero»; la wholeness operistica dell’arte e della vita che un pubblico affamato di miti si aspetta dai peintres maudits. I suoi quadri raddoppiarono di prezzo nel giro di un anno dalla morte. È lo stesso meccanismo che trasforma Van Gogh in un salvaschermo e Frida Kahlo in tote bag: non si venera l’opera, si compra la sofferenza, il genio incompreso, la fine tragica. Hughes lo notava con fastidio: Rothko aveva ambizioni rabbiniche, voleva essere un grande artista religioso, non l’icona di un mercato. Instagram ha aggiunto un nuovo strato: alla biografia tragica si sovrappone la caption estatica, e insieme formano il prodotto perfetto per il consumatore di cultura emotiva.
James Elkins ha dedicato un libro intero, Pictures and Tears (2004), alle lacrime davanti ai dipinti, aprendo con Rothko. Elkins analizza i commenti lasciati alla Rothko Chapel sul libro dei visitatori (antesignano delle bacheche digitali) e nota che la maggior parte delle persone che aveva pianto non sapeva spiegare perché. Le annotazioni sono spesso enigmatiche: «Once more I am moved… to tears.» Fine. Elkins suggerisce che queste lacrime siano «misteri anche per chi le piange»: vengono da qualcosa di pre-verbale, di pre-interpretivo. Instagram impone invece la verbalizzazione immediata. Tra il pianto e la condivisione non c’è più silenzio, ma l’urgenza della caption, il filtro, i tag. Il risultato è una prosa dell’estasi coatta: persone che cercano di tradurre in trenta caratteri un’esperienza che le eccede, e finiscono per usare il vocabolario prêt-à-porter della «spiritualià» e del «non so come spiegarlo»; formule che nel momento in cui vengono usate si svuotano.

Arrivare a tutti, non solo ai critici
Dal 14 marzo apre a Palazzo Strozzi la retrospettiva Rothko a Firenze, curata da Christopher Rothko e da Elena Geuna, con oltre settanta opere provenienti da MoMA, Tate e National Gallery. Chi affolla queste mostre è, prima di tutto, un turista — categoria antropologica precisa, con riti e aspettative prefabbricate. Nel fondamentale Il Kitsch. Antologia del cattivo gusto (1969), Gillo Dorfles descriveva questo tipo umano con algida precisione: gente che viaggia «con la sola intenzione di vedere i Luoghi Famosi; persone che hanno prefabbricato in anticipo i propri sentimenti (presi in prestito) — indignazione, compassione e ammirazione. Tali persone arrivano già preparate.» Sono passati più di cinquant’anni. I sentimenti prefabbricati ora vengono caricati direttamente sullo smartphone prima di entrare in sala.
Ci sarà la coda. Ci saranno i selfie di spalle, le caption, qualcuno che scriverà «alcune cose non si spiegano» sotto una foto sfocata di un Arancio e Rosso su Rosso del 1957. Ma Rothko voleva la folla davanti alle sue tele. Voleva arrivare a tutti, non solo ai critici. Aveva abbandonato la figurazione perché la forma astratta poteva parlare a qualsiasi essere umano in qualsiasi lingua. Instagram è la lingua più parlata del ventunesimo secolo. Se milioni di persone si fermano davanti a una campitura di colore, sollevano lo schermo e scrivono una cosa ingenua, forse in quel gesto malfermo c’è qualcosa che Rothko avrebbe, malvolentieri, riconosciuto. Il fatto che poi qualcuno commenti «vibe», in fondo, non cambia molto.
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