Così tanto che le ha dedicato un post su Instagram, definendo «just stunning» il lavoro di Einaudi e di Lorenzo Ceccotti.
«Vieni a fare i cocktail in galleria dopodomani? C’è tutta gente che ha almeno due cognomi, come te». Me lo aveva chiesto Mao, un pomeriggio, durante uno dei nostri consueti incontri al Ponte delle Gabelle. Alla Galleria Jannone, dove all’epoca era una specie di factotum, presentavano un libro. E factotum, nel caso di Mao, voleva dire che se mancava una prolunga, un tavolo, un quadro, dodici bicchieri o un essere umano capace di preparare da bere, lui trovava una soluzione. Quella volta la soluzione ero io.
Due giorni dopo arrivai in Corso Garibaldi per montare il banchetto, non avevo ancora aperto una bottiglia quando una signora con i capelli bianchi che era già in galleria mi venne incontro e mi tese la mano per presentarsi. «Piacere, Gae». Piacere mio. Ci misi qualche secondo. Gae. Gae Aulenti. Mao mi aveva promesso una serata piena zeppa di gente dal doppio cognome e la prima persona che vedevo poteva permettersi di presentarsi solo con tre lettere.
Il titolo del libro non lo ricordo, ricordo solo che era delle Edizioni Archinto. Del resto di quella serata mi è rimasto molto meno: la risata chiassosa della Jannone, lo spumante italiano che servii a Gregotti e un sacco di gente che entrava e usciva dalla galleria conversando amabilmente come se si conoscesse da sempre. Rosellina, invece, me la ricordo benissimo: elegante, minuta e con un paio di occhi così azzurri che sono la prima cosa che mi è venuta in mente quando ho saputo che era morta.
La vedevo spesso, Rosellina, come semplicemente la chiamavano tutti, passeggiare in piazzetta a Portofino insieme a Pirelli. All’epoca lavoravo alla Gritta, uno degli american bar storici del borgo, ma da quelle parti ci bazzicavo praticamente da quando ero nato. Nella mia famiglia il Tigullio è una specie di malattia ereditaria che si trasmette da generazioni, dai tempi in cui a Rapallo ci veniva in vacanza il Duca di Windsor ed Ezra Pound si divertiva a dare scandalo giocando a torso nudo al circolo del tennis.
La Liguria
Mitologici erano i racconti della loro casa abbarbicata sulle alture di Paraggi, che si raggiungeva solo a piedi, dopo una passeggiata di una ventina di minuti, in salita. Anni dopo ho scoperto un particolare che la rende ancor più assurda. In una vecchia intervista Archinto raccontò a Simonetta Fiori di Repubblica che quello era uno dei pochi luoghi dove Pirelli si sentiva sicuro «perché riusciva a liberarsi della scorta». Erano gli anni del terrorismo e le Brigate Rosse lo tenevano d’occhio. Per seminare quelli che dovevano proteggerlo evidentemente al presidente della Pirelli bastava semplicemente scegliere una casa abbastanza in alto.
Più tardi lasciarono Paraggi per Villa Adriana, la grande casa sul promontorio di Portofino, sopra il paese, dalle parti di San Giorgio, e furono esattamente quelli gli anni in cui, scesa da lassù, la incontravo io, seduta a bere un caffè ai tavolini del Bar Mariuccia o dell’ Excelsior. Pirelli sarebbe morto proprio lì, a Villa Adriana, nel gennaio del 2007. Da quel momento Archinto raccontò che non riusciva più a entrare in quella casa.
I libri per l’infanzia
Ma fermarsi a Pirelli sarebbe un errore di prospettiva perché quando Rosellina Archinto si mise con Leopoldo Pirelli, nel 1971, aveva già avuto abbastanza vite da riempire almeno tre romanzi. Genovese di nascita e milanese per scelta, aveva studiato Economia alla Cattolica, fatto la segretaria di Gio Ponti, lavorato in un istituto di statistica e a Vogue, sposato il conte Alberico Archinto, messo al mondo cinque figli in sette anni e passato due anni a New York frequentando la Columbia University. Una quantità di cose ragguardevole persino per una persona che non aveva ancora deciso di rivoluzionare l’editoria per i bambini. Perché è a New York che succede qualcosa: nelle librerie di Manhattan, Rosellina vede libri per l’infanzia che in Italia semplicemente non esistono. Belli, moderni, disegnati da artisti veri. «Non bambine ricciolute e testi zuccherosi», come avrebbe ricordato lei molti anni dopo. E torna a Milano con un’idea piuttosto semplice e, per l’editoria italiana dell’epoca, quasi sovversiva: essere bambini non è un motivo accettabile per essere circondati da libri brutti.
Nel 1966 fonda Emme Edizioni e comincia a comportarsi di conseguenza. Pubblica Bruno Munari, Leo Lionni, Maurice Sendak, Tomi Ungerer, Enzo e Iela Mari, Emanuele Luzzati. Designer, illustratori, artisti, gente che fino a quel momento difficilmente sarebbe stata considerata materiale da prima linea per l’editoria per l’infanzia. Oggi è difficile capire quanto fosse poco ovvia quella scelta, perché nel frattempo abbiamo imparato a considerare normale che un albo illustrato possa essere un oggetto sofisticato, bellissimo e persino costoso. Allora il libro per bambini apparteneva ancora a una specie di periferia dell’editoria, una cosetta che al massimo poteva risultare graziosa, magari un filo educativa, possibilmente innocua. Rosellina, in quelle stanze, ci entra e comincia a demolire il mobilio.
Arnoldo Mondadori, raccontava lei, quando la incontrava le chiedeva battendo a terra il bastone: «Ti diverti ancora a fare i libretti?». E in questa frase è condensata tutta la difficoltà che poteva affrontare una donna inserita in un ambiente totalmente maschile. Rosellina fu una delle primissime donne a imporsi come editrice in Italia, non stupisce quindi che molti scambiassero il suo lavoro per il passatempo di una signora ricca e annoiata. Lei sosteneva che quasi nessuno dei grandi editori la prendesse sul serio. Le eccezioni, diceva, erano Giovanni Enriques della Zanichelli e Giangiacomo Feltrinelli. Il quale, tanto per dare un’idea del rapporto che si era instaurato tra i due, continuò a cercarla anche quando entrò in clandestinità.
Le lettere e Milano
Il resto di Milano invece poteva essere meno indulgente. Quando alla fine degli anni Sessanta lasciò Alberico Archinto, mezza città, raccontava lei, smise di salutarla. Una madre di cinque figli che abbandona il tetto coniugale, quando il divorzio in Italia non esisteva ancora, era evidentemente più rivoluzionaria di tutti i libretti messi insieme. Rosellina, nel frattempo, continuava a lavorare. La Emme crebbe, forse persino troppo per i suoi gusti. All’inizio degli anni Ottanta la cedette e nel 1985 ripartì da capo fondando una casa editrice che questa volta portava il suo nome. Se con la Emme aveva preso sul serio i bambini, con le Edizioni Archinto decise di prendere sul serio le lettere degli adulti. Gli epistolari diventarono la sua nuova ossessione. In mezzo trovò anche il tempo di pubblicare Leggere, una rivista di libri che andò avanti per dieci anni, e di trasformare la propria casa milanese in una specie di porto franco dove potevano nella stessa stanza si ritrovavano scrittori, musicisti, architetti, editori e industriali. La sua casa milanese, dalle parti di Sant’Ambrogio, era da anni un’ istituzione parallela, senza statuto, senza consiglio d’amministrazione e soprattutto senza bisogno di inviti. La domenica sera, raccontava, chi era a Milano «si infilava a casa mia».
E infatti in via Santa Valeria ci passavano frequentemente gente come Tadini, Pontiggia, Vittorini, Soldati, Buzzati, Eco, Nanda Pivano, Sottsass, solo per citarne alcuni. Poche persone come Rosellina Archinto hanno rappresentato meglio la cosiddetta intellighenzia progressista milanese del dopoguerra, sospesa tra aristocrazia e borghesia illuminata, che tempo dopo sarebbe stata liquidata sotto la semplicistica etichetta di radical chic.
Nel 1992, nel bel mezzo dello sfacelo di Tangentopoli e della crisi della giunta Borghini, il PRI la propose anche come sindaca, prima di rimangiarsi tutto a pochi giorni dal voto. Il ritorno ai libri fu quasi inevitabile. Nel 1999 L’école des loisirs, grande casa editrice francese specializzata nell’infanzia con cui aveva lavorato ai tempi della Emme, le propose di aprire una nuova società in Italia. Lei disse di sì e poi chiamò la figlia Francesca: «C’è questa cosa, vuoi occupartene?». Nacque così Babalibri. Nel 2003 fece invece una cosa apparentemente molto più sensata: vendette le Edizioni Archinto a Rcs. Il silenzio durò dodici anni. Nel 2015, a ottantadue, si ricomprò la casa editrice. «Qualcuno dirà che sono una vecchia pazza», disse, spiegando che voleva semplicemente continuare a fare i libri a modo suo. Negli ultimi anni continuava a dividere il suo tempo tra Milano e la Liguria. Non a Portofino. Di fianco, a Santa Margherita, nella grande casa di famiglia, nel centro del paese, sopra le vetrine di Seghezzo, storico negozio di alimentari e rarità. È morta lì a novantatré anni, di fronte al mare, azzurro come i suoi occhi che ricordo ancora con impressionante precisone e che vidi per l’ultima volta quella sera in una galleria d’arte di Corso Garibaldi a Milano. I “ragazzi” Archinto, come veniva affettuosamente chiamata la tribù di cinque figli e dodici nipoti, le sopravvivono.
Il giorno del funerale di Leopoldo Pirelli, alla chiesa di San Giorgio a Portofino, Rosellina lesse questi versi di Montale: «Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale/e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino/Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio». Penso le piacerebbe essere ricordata così.
