Aumenti di 6 centesimi alla volta ma frequentissimi e che non avevano nulla a che fare con l'aumento del prezzo delle materie prime. Finché non se ne è accorta l'Antitrust.
No pride in genocide. I cartelli si alzano qua e là nel corteo del Roma Pride, ma si sono fatti più piccoli. Non c’è un coro che li accompagna, manca un comizio nella parata arcobaleno romana più sottotono degli ultimi anni. Solo l’anno scorso bastava guardarsi intorno per trovare Giorgia Meloni dappertutto, invocata come antagonista principale della piazza arcobaleno, la personificazione di tutto quello che il Pride da sempre cerca di contrastare.
Quest’anno, anche la premier è sparita dai cartelli, cancellata dal dibattito di piazza come dalla politica internazionale, malgrado il carro che apre il corteo, con lo slogan “La Repubblica è di chi la abita”, si agganci agli 80 anni della Repubblica e a quelle radici che sono l’antidoto all’antidemocrazia di un paese che continua a fare figli e figliastri. Ora non si capisce se questo veleno sia sparito o diventato una malattia cronica. La parola fascismo appare pochissimo, sostituita dalla declinazione inglese fascism, che renderà più internazionale gli slogan nell’era delle piazze No King, ma sembra diluire una lotta che è alla base della Costituzione italiana.
L’aspetto più amaro di questo Pride è la sensazione che l’emergenza sia sparita dagli spazi: quando il corteo comincia a partire, piazza della Repubblica non è affollata come negli scorsi anni. Il clima di festa intorno alla fontana delle Naiadi è stemperato, ci pensa il sole torrido a disperdere la folla che si assiepa sotto i portici delle esedre. Non si arriva al milione, nel corteo si contano diverse migliaia di persone, ma lungo i palazzi umbertini di via Cavour e Merulana la fiumana di gente non è così densa. Basilio ha in mano un cartoncino: “I gay hanno tutti i diritti è diventato il nuovo slogan degli omofobi”, è il cartello più sofisticato in un Roma Pride dove alle parole si è sostituita la musica, agli interventi le canzoni del repertorio pop. Manca la rivendicazione di parole usate per attaccare e spuntate con umorismo, che è da sempre l’arma della minoranza queer. Sui trenta carri che sfilano si balla e non manca un dj alla console, ma nessuno prende un megafono a ricordare che la Costituzione è quella carta che include sempre più diritti da opporre al rigido dizionario “Zingaretti”(l’errore è suo, non mio) di Vannacci brandito a mo’ di Tavole della sacra legge. La provocazione più forte viene dal carro di Gender X, con le immagini di Trump, Musk, Netanyahu, Rowling e Bongiorno esposte a testa in giù. C’erano anche lo scorso anno, ma forse oggi spiccano in una piazza dove anche le bandiere palestinesi sono contate, e la lotta intersezionale che custodisce ogni pride delegata in un tempo a venire.
Anche la pace è ridotta a un simbolo ricoperto di fiori, coloratissimo, grandissimo come la scarpa rossa del Il diavolo veste Prada, issato su un carro che sembra più il fondale scenico di un’opera che non si sa bene a che atto politico sia. La politica è, infatti, assente, tuttalpiù s’incontra qualche esponente di centrosinistra lungo il percorso, come Schlein, Fratoianni e Magi. Il fuoco delle polemiche consumatesi nei giorni scorsi sulla mancata partecipazione di Keshet, l’associazione LGBTQIA+ della comunità ebraica italiana, è spento quando arriva un piccolo corteo, e in risposta si alza qualche cartello pro-Pal. Sfila il Pride, ma la crisi diplomatica tra Stati Uniti e Italia, ridotta alla stregua della fine di una love story fra Trump e Meloni, cancella tutte le altre crisi, in primis quella dei diritti e i suoi risvoluti culturali e sociali. Un Pride dovrebbe ricordare le strumentalizzazioni e manipolazioni che la società continua a fare sul concetto di genere, lo ricordava il giorno prima anche Mario Colamarino, Presidente del Circolo Mario Mieli e portavoce del Roma Pride: «La comunità LGBTQIA+ non è compresa all’interno dell’alveo dei diritti di questo paese. Non abbiamo le stesse dignità, la stessa uguaglianza. Questo per noi è una ferita aperta».
La piazza ha risposto meno del solito. Di questa ferita cronicizzata sembrano occuparsene le ambassadorr del Pride, Levante, Francesca Michielin e Margherita Vicario, che nella conferenza stampa del giorno prima si erano presentate come vestali della Repubblica: «Ho sempre la sensazione che la comunità LGBTQIA+ soffra di una sorta di geolocalizzazione. Come se al di fuori di Roma e Milano fosse invisibile al resto del Paese» aveva detto Levante lasciando a Francesca Michielin l’affondo politico più duro: «Quello che dice Vannacci non si basa su nessun dato reale. Tutte stronzate, non riesco a trovare un altro termine» ha detto riferendosi alle parole del leader di Futuro Nazionale sul fatto che i gay abbiano gli stessi diritti di tutte le persone, come se questo basti a spegnere la discriminazione che ancora oggi i dati confermano. È Vannacci oggi la forza ostile di questo Roma Pride, anche per una sorta di sinistro tempismo di cui è affetto chi usa temi importanti per affermare la propria rilevanza. Così è il generale che dal suo libro Il mondo al contrario, ha costruito la sua fortuna politica sulla semplice equazione: omosessuale uguale non normale. Lo ha ripetuto a La7 da Lilli Gruber e lo scorso anno ha chiesto provocatoriamente a una platea se al fronte possano essere mandati quelli che sfilano al Pride. I cartelli di risposta nella parata sono pochi: Meglio un giorno da bisessuale che cento da Vannacci, ma dalla piazza non si alza un vero urlo politico.
A parlare sono piuttosto i personaggi del mondo manga: Mazinga, Sailor Moon, One Piece diventano il simbolo degli emarginati che salveranno il mondo. Perché la lotta per i diritti è ancora lunga e verranno battaglie da fare. Ma non oggi quando tra gli archi del Colosseo sul far del tramonto, rimbomba la solita Rihanna che conforta: «We found love in a hopeless place».
