Certi uomini vogliono solo veder bruciare il mondo

La catastrofe climatica ha eletto l'incendio a propria rappresentazione. Ma la colpa esige proporzioni umane: un uomo, un cerino, un bosco. È per questo che ogni estate cerchiamo il piromane. Ed è per questo che non lo troviamo.

03 Agosto 2026

Un gruppo di persone, di spalle, immobili sulla sabbia della costa atlantica; davanti a loro, oltre l’ultima riga d’acqua, le colonne di fumo che salgono dalla pineta della Gironda. La fotografia è stata scattata dal fotografo Maximilien Lamy/AFP a Le Porge il 23 luglio – quarantamila ettari in fiamme, oltre trecentomila evacuati tra Bordeaux e Madrid, una stagione che secondo i dati Copernicus ha già oltrepassato di slancio la media ventennale delle superfici bruciate – e nel giro di pochi giorni è diventata l’immagine-simbolo di questa estate, rilanciata ben oltre la cronaca cui apparteneva. Nell’inquadratura nessuno scappa, nessuno soccorre, nessuno parla: tutti guardano. I commenti hanno subito archiviato quel guardare sotto le solite categorie, l’indifferenza, il voyeurismo, l’anestesia tardo-occidentale, e così facendo hanno lasciato senza risposta l’unica domanda che l’immagine pone: che cosa, esattamente, stanno guardando? Per rispondere bisogna partire da ciò che non si lascia guardare affatto.

Una catastrofe senza immagini

La crisi climatica è, per costituzione, refrattaria alla rappresentazione. Non perché manchino le immagini – ne esiste un archivio sterminato, ghiacciai in ritirata, grafici che virano al rosso, la fauna carismatica dei documentari, e la vastità stessa dell’archivio è la prova del suo fallimento, perché le abbiamo viste così tante volte da avere imparato a oltrepassarle come si oltrepassa un banner – ma perché nessuna di quelle immagini è la crisi. La crisi è un grado e mezzo di aumento della temperatura media globale: una media, cioè un numero che non esiste in nessun luogo particolare e in nessun momento particolare, distribuito su decenni e su interi oceani, e che quindi non può, per definizione, comparire in una fotografia. Le immagini disponibili ne sono al massimo i sintomi, e tra il sintomo e la malattia lo scarto resta incolmabile. Il perché lo spiega bene Fabio Deotto, che a questa impercettibilità ha dedicato la parte più consistente del proprio lavoro, dal reportage narrativo dell’Altro mondo agli interventi sul negazionismo: i nostri cervelli si sono formati in centinaia di migliaia di anni in cui sopravvivere significava reagire a minacce immediate, visibili e dotate di un corpo – il predatore, l’incendio del campo, l’uomo armato – e non dispongono degli strumenti per temere una minaccia lenta, diffusa e cumulativa. È il motivo per cui, come nota lo stesso Deotto, continuiamo ad avere più paura dei ragni, che in Italia non uccidono praticamente nessuno, che del cambiamento climatico, che sta già uccidendo; ed è il motivo per cui siamo tutti, in una certa misura, negazionisti potenziali: il collasso ci appare, per difetto di fabbrica, come qualcosa che riguarda altri, altrove, dopo. La siccità che svuota il Po non ha volto; l’anticiclone che cuoce Siviglia non ha autore; il grado e mezzo in più non si lascia fotografare.

L’incendio sì. L’incendio è il solo evento della crisi a possedere tutte le qualità che un’immagine esige: è istantaneo dove il clima è lento, arancione dove il clima è incolore, circoscritto dove il clima è ovunque. E ha, soprattutto, una drammaturgia già pronta per il formato del servizio televisivo e dei reel sui social: l’innesco, il fronte che avanza, i canadair, gli sfollati, la conta dei danni – cinque atti che si lasciano raccontare in novanta secondi, con eroi in divisa e rovine fumanti. Per questo si è aggiudicato senza concorrenti la parte più importante nella tragedia dell’apocalisse: quando un giornale deve illustrare un pezzo sul riscaldamento globale sceglie un fronte di fiamme anche se il pezzo parla di ghiacciai, di raccolti o di correnti oceaniche, e il fuoco è diventato la sineddoche visiva del collasso, il logo non richiesto dell’Antropocene. Ma sostenere che abbia vinto solo per fotogenia sarebbe raccontare metà della storia. L’immagine dell’incendio ha una proprietà che nessun’altra immagine climatica possiede: a differenza dell’acqua che sale, il fuoco che avanza è qualcosa che una mano umana può avere acceso – e molto spesso ha acceso davvero. È un’immagine che contiene un’accusa, e per capire quanto questo la renda diversa da tutte le altre bisogna guardare come trattiamo il suo unico rivale.

Acqua di Dio, fuoco nostro

Quando nell’ottobre del 2024 l’alluvione di Valencia uccise più di duecento persone, il dibattito pubblico si concentrò su una sola domanda: perché l’allerta sui telefoni era arrivata alle otto di sera, quando la gente stava già annegando nei garage. Colpe di gestione, dunque: la macchina dei soccorsi, i ritardi della politica, la cementificazione dei letti dei torrenti. Lo stesso era successo nelle Marche nel 2022 e in Emilia-Romagna nel 2023, e succede, identico, a ogni piena: si processa chi non ha fermato l’acqua, mai chi l’ha “prodotta”, per la semplice ragione che un uomo che produce un’alluvione non è pensabile. La pioggia non ha un punto d’innesco; la scienza dell’attribuzione può calcolare di quanto il riscaldamento abbia reso più probabile quell’evento, ma una probabilità aumentata è una colpa senza gesto, e una colpa senza gesto non genera nessuna figura, nessun ricercato, nessun titolo di giornale. Nel nostro repertorio simbolico l’acqua che sale è rimasta quello che era nella Genesi: un ordine esterno, il diluvio, la collera del cielo – e la grammatica con cui ne parliamo tradisce esattamente questo pensiero, perché davanti alla piena il linguaggio scivola da solo verso il passivo: si è colpiti, travolti, sommersi.

Con il fuoco questo trucco grammaticale non funziona, perché il fuoco è nostro dall’inizio. È la cosa rubata del mito di Prometeo, la prima tecnologia della specie e dunque la sua prima colpa; ed è l’unico elemento a cui la psicoanalisi abbia dedicato una teoria del desiderio. Freud, in un saggio stranissimo del 1932 intitolato L’acquisizione del fuoco, arrivò a sostenere che la civiltà fosse cominciata nel momento in cui il primo uomo aveva rinunciato al piacere di spegnere le fiamme urinandoci sopra: un’ipotesi bizzarra quanto si vuole, ma che diceva una cosa precisa, e cioè che il nostro rapporto con il fuoco non è mai stato strumentale ma pulsionale, fatto di attrazione prima che di utilità. Gaston Bachelard, qualche anno dopo, diede a quell’attrazione un nome, complesso di Empedocle, dal filosofo che secondo la leggenda si gettò nell’Etna: la fascinazione per cui chi fissa un rogo non vede soltanto una distruzione ma anche, in qualche misura, un richiamo.

E quello che per la psicoanalisi era un tratto della psiche, per lo storico americano Stephen Pyne è diventato un fatto geologico: nel saggio che ha dato il nome a quest’epoca, The Pyrocene, Pyne sostiene che l’umanità ha costruito tutto – l’agricoltura, l’industria, la modernità – attraverso tre fuochi successivi, quello naturale, quello addomesticato dei campi e infine quello fossile dei motori, che è un incendio permanente e invisibile perché brucia chiuso dentro caldaie e cilindri; e che l’epoca attuale sta al fuoco come le glaciazioni stavano al ghiaccio, con la differenza che il ghiaccio non aveva bisogno di noi. Ecco perché l’immagine dell’incendio contiene un’accusa: un fronte di fiamme è la combustione – la stessa operazione chimica che scalda le nostre case e muove le nostre auto – uscita all’aperto, ingrandita e resa visibile. Guardarla significa guardare il motore della propria vita che gira senza più il coperchio. Ed è un’accusa così scomoda che, per non doverla ascoltare, abbiamo fabbricato da due secoli qualcuno che la incassi al posto nostro.

Il colpevole perfetto

Il piromane viene inventato dalla psichiatria francese di primo Ottocento: Pinel aveva teorizzato la “mania senza delirio”, cioè la possibilità, allora scandalosa, che un uomo perfettamente lucido compisse atti da folle; il suo allievo Esquirol l’aveva raffinata nella dottrina delle monomanie, follie parziali che intaccano un solo comportamento e lasciano intatto il resto della mente; e fu un allievo di Esquirol, Charles-Chrétien-Henri Marc, a ritagliare intorno al 1833 la “monomania incendiaria”, battezzandola piromania: l’impulso a bruciare che insorge in un soggetto dalla coscienza integra, senza movente e senza tornaconto. Ora, il 1833 cade esattamente negli anni in cui – è la ricostruzione di Andreas Malm in Fossil Capital – l’industria britannica abbandonava i mulini ad acqua per le macchine a vapore, e non perché il vapore costasse meno (l’acqua era gratis), ma perché il carbone, a differenza di un fiume, si può spostare, accumulare e comandare. Non c’è ovviamente un nesso causale tra le due date, ma la coincidenza illumina una divisione del lavoro simbolica che da allora non è più cambiata: nel decennio in cui una civiltà convertiva la propria economia alla combustione permanente, la sua scienza medica isolava e patologizzava l’unico fuoco che restava fuori controllo, quello acceso senza autorizzazione e senza scopo. Da una parte la combustione legittima, che si chiama progresso; dall’altra quella illegittima, che si chiama follia. In mezzo, nessuno.

Il fatto è che quella figura, non appena inventata, ha cominciato a svuotarsi. Due secoli di manuali diagnostici l’hanno ristretta a ogni edizione, fino ai criteri attuali del DSM-5: perché si possa parlare di piromania servono tensione crescente prima dell’atto, piacere o sollievo dopo, e soprattutto l’assenza di qualsiasi movente economico, ideologico o vendicativo. Requisiti così stringenti che la diagnosi riguarda meno dell’uno per cento della popolazione generale, e tra il tre e il sei per cento persino dei ricoverati psichiatrici. Il piromane clinico, in altre parole, è una rarità quasi mitologica da letteratura specialistica. Il piromane mediatico, al contrario, è ovunque: torna ogni estate nei titoli – “è caccia al piromane” – nei comunicati delle regioni, nelle dichiarazioni dei ministri, puntuale come l’anticiclone che lo precede, e presenta una caratteristica singolare: non viene quasi mai arrestato, quasi mai fotografato, quasi mai processato. È l’unica diagnosi psichiatrica che ci concediamo di formulare su persone che nessuno ha mai visto.

A cosa serva, lo rivelano i numeri. In Italia le cause naturali – fulmini, autocombustione – spiegano circa il due per cento degli incendi; tutto il resto è antropico, e più della metà, il 53,9 per cento secondo l’ISPRA, è doloso, con Sicilia, Calabria e Campania a concentrare da sole quasi tre quarti delle superfici forestali bruciate. Ma doloso non significa piromane: significa speculazione, rinnovo dei pascoli, ritorsione contro un vincolo o un’area protetta – interessi con nomi, filiere e geografie precise, che il codice penale conosce alla perfezione, visto che l’articolo 423-bis commina fino a dieci anni di reclusione per l’incendio boschivo volontario. Chiamare “piromane” chi brucia per calcolo è quindi, prima di tutto, un errore fattuale; ma è un errore che facciamo volentieri, perché svolge due servizi preziosi.

Il primo: trasforma un sistema di convenienze economiche in un raptus individuale, un fenomeno sociale in un caso clinico, e ci risparmia la fatica di chiederci a chi convenga che un bosco bruci. Il secondo, più sottile: concentra tutta la responsabilità dell’estate in fiamme in un solo corpo immaginario, dietro la cui sagoma scompare il resto della filiera – le emissioni che allungano le siccità, il bosco lasciato seccare per decenni dall’abbandono delle campagne, la combustione quotidiana di tutti. Non a caso la siccità non ha mai generato una figura equivalente: non esiste il siccitomane, non esiste l’uomo che ha rubato la pioggia, e infatti per la siccità nessun articolo del codice commina alcunché. Dove c’è un innesco la colpa si condensa in un colpevole; dove l’innesco non c’è, evapora. Il piromane fa per l’incendio quello che il negazionismo fa per il clima: sposta la causa fuori da noi. È il negazionismo climatico che si è fatto personaggio.

La diagnosi include chi guarda

Nei criteri con cui il DSM circoscrive la piromania c’è però un dettaglio che complica tutto: il disturbo non consiste soltanto nell’appiccare un fuoco. I manuali specificano che la fascinazione patologica investe il fuoco, i suoi apparati e le sue conseguenze, e che il piacere o il sollievo possono derivare tanto dall’accendere quanto dall’assistere. La letteratura clinica conosce da sempre l’incendiario per eccitazione, che dopo l’innesco non fugge ma resta, si confonde tra i curiosi e talvolta tra i soccorritori; e la cronaca italiana registra con regolarità quasi stagionale l’arresto di volontari antincendio sorpresi ad appiccare i roghi che poi accorrevano a spegnere. È difficile, davanti a questa figura – l’uomo che appicca un fuoco e lo spegne con le stesse mani – non pensare alla civiltà che nel 2023 ha affidato la presidenza della sua conferenza sul clima, la Cop28 di Dubai, all’amministratore delegato di una compagnia petrolifera di Stato.

Ma sarebbe un errore, e sarebbe l’errore simmetrico a quello che fabbrica il piromane, concludere che allora gli incendiari siamo tutti. Nessuno, davanti alla fotografia di Le Porge, si sente responsabile delle fiamme, e ha perfettamente ragione: nessuno di quei bagnanti, direttamente, lo è. Il punto è che la colpa, per essere sentita, esige una proporzione tra il gesto e il suo effetto – e questa proporzione è esattamente ciò che la nostra epoca ha smontato. Il filosofo Günther Anders lo chiamava “dislivello prometeico”: siamo diventati capaci di produrre effetti più grandi di quelli che riusciamo a immaginare, e poiché il senso di colpa passa dall’immaginazione – ci si sente colpevoli solo di ciò che si riesce a rappresentarsi come opera propria – tutto ciò che supera quella soglia resta moralmente muto. Anders non parlava per astrazioni: negli anni Cinquanta intrattenne un lungo carteggio con Claude Eatherly, il pilota americano che sopra Hiroshima aveva dato il via libera meteo all’Enola Gay.

Eatherly era l’eccezione che dimostrava la regola: era l’unico a volersi sentire colpevole di un effetto sproporzionato al proprio gesto – un rapporto meteo, qualche parola alla radio, e oltre centomila morti – e la società non seppe fare altro che dichiararlo pazzo e rinchiuderlo in un ospedale psichiatrico, perché una colpa di quelle dimensioni, presa sul serio, era intollerabile per tutti gli altri. Con il piromane facciamo l’operazione speculare: lì si dichiarava folle chi voleva assumersi una responsabilità troppo grande, qui si inventa un folle perché se la assuma al posto nostro. In mezzo, di nuovo, nessuno – perché la partecipazione di ciascuno alla combustione generale è reale ma statistica, un’aliquota di gradi centigradi polverizzata in miliardi di gesti perfettamente leciti, e una responsabilità diluita sotto la soglia della percezione fa la stessa fine della catastrofe che contribuisce a produrre: esiste, eppure è invisibile. Ed è questo, probabilmente, che guardano i bagnanti di Le Porge: non una colpa, che non c’è, ma il solo momento dell’anno in cui la combustione su cui si regge tutto smette di essere invisibile.

Il governo del fuoco

Se la colpa individuale è strutturalmente fuori portata, la domanda smette di essere morale e diventa politica: non “chi è stato”, ma chi governa il fuoco, e come. Un incendio ha bisogno di tre condizioni – il combustibile, il clima che lo asciuga, l’innesco – e delle tre l’innesco è insieme la meno determinante e l’unica che consenta di aprire un fascicolo. La caccia al piromane, allora, non è soltanto un meccanismo di consolazione: è una tecnica di governo. Trattare il fuoco come un reato significa poterlo affrontare con gli strumenti più economici e più fotogenici che uno Stato possiede – le pattuglie, i droni, le pene inasprite – e infatti ogni stagione di roghi produce puntualmente una stretta penale, come il decreto incendi varato nel settembre 2021 dopo un’estate di roghi record, e quasi mai un intervento sulle altre due condizioni. Che non sono reati ma politica.

Il combustibile, in Italia, è il prodotto di settant’anni di abbandono delle aree interne: la superficie forestale nazionale è più che raddoppiata dal dopoguerra, non per rimboschimento ma per spopolamento – paesi svuotati, pascoli e coltivi rimangiati da una vegetazione che nessuno gestisce più, biomassa secca che si accumula in attesa di agosto. Il clima che la asciuga è il prodotto di emissioni che nessuna procura può iscrivere nel registro degli indagati. E dove la legge prova davvero a colpire gli interessi, si scopre che manca la volontà di applicarla: la legge quadro del 2000 vieta per quindici anni di cambiare destinazione d’uso alle aree bruciate e per dieci di costruirci, pascolarci e cacciarci – vincoli disegnati esattamente per togliere il movente a chi brucia per calcolo – ma funziona solo se i comuni aggiornano ogni anno il catasto delle aree percorse dal fuoco, e a venticinque anni di distanza molti comuni, a partire da quelli delle regioni che bruciano di più, quel catasto non l’hanno mai istituito o aggiornato: senza registro il vincolo non scatta, e il terreno bruciato torna disponibile.

Prevenzione, presidio, manutenzione del territorio, adattamento sono le voci di spesa che la figura del piromane permette, ogni anno, di non mettere a bilancio, mentre si continua a investire nella parte spettacolare del problema: i canadair in diretta, lo spegnimento che arriva quando il danno è fatto. Cercare un piromane senza volto è facile, e non cambia niente. Per questo lo cerchiamo ogni estate; e per questo ogni estate il paese torna a bruciare.

Da un grande problema con gli incendi boschivi derivano grandi problemi con le assicurazioni e i risarcimenti

Il 75 per cento dei danni da catastrofe naturale in Europa non è coperto da nessuna polizza assicurativa, e la quota cresce ogni estate. In più, i danni causati dagli incendi non sono comunque coperti da queste polizze.

A Firenze aprirà il primo centro italiano specializzato in prevenzione e cura della dipendenza da social

Aprirà subito dopo l'estate e si chiama Discover - Fuori dal guscio, accoglierà ragazzi e ragazze dai 10 ai 25 anni di età.