Il complotto contro la crema solare

Tra virilità, trend su TikTok, assurdità pseudoscientifiche e crisi climatica: come il tubetto di protezione solare è diventato l'ennesima questione politica.

05 Agosto 2026

In quanto portatrice di capelli rossi e lentiggini, ho sempre considerato la crema solare una questione di vita o di morte. Ho sempre riscontrato, e non senza invidia, una certa resistenza nelle persone intorno a me ad applicarla, soprattutto tra individui di genere maschile. È infatti innegabile che esista una correlazione percepita tra proteggersi dal sole e sfoggio di virilità, come rilevato da uno studio condotto dal National Health Interview Survey: negli Stati Uniti solo il 12,3 per cento degli uomini dichiara di usare “sempre” la crema solare quando sta all’aperto per più di un’ora in una giornata di sole, contro il 29% delle donne, e la forbice si allarga ancora se si guarda al solo viso, dove la usa regolarmente il 18% degli uomini contro il 43% delle donne.

Poi qualcosa è cambiato. La crema solare ha smesso di essere vista come qualcosa che deve mettere solo chi non ha la fortuna di avere molta melanina, o chi non si è ancora abbronzato, un po’ come un farmaco, da prendere se serve ma di cui altrimenti si può fare a meno. È diventata un must, complice tanto una maggiore informazione sulle cause del tumore alla pelle, una delle forme di cancro più comuni, causata nella stragrande maggioranza dei casi dal sole, quanto la crescente ossessione per la skincare.

Ed ecco le creme solari spray, brillantinate, asciutte, gli SPF dentro il fondotinta, i brand coreani, la crema solare stick sempre in borsa. Ecco le influencer che ci spiegano quanta crema applicare e come, facendoci scoprire di aver sempre sbagliato. Ecco l’amica che ci ricorda di riapplicare ogni ora per prevenire le rughe, e le madri che ci dicono quanto rimpiangano di non aver iniziato a usarla regolarmente da giovani. Ecco Sofia Vergara, Gwyneth Paltrow, Hailey Bieber, fino a Sinner, tutti sui nostri schermi e sui poster alle fermate dell’autobus, con i loro tubetti in mano.

Ma proprio mentre la crema solare sembrava aver conquistato anche gli scettici, è arrivata una controffensiva.

L’anti-sunscreen movement

Il cosiddetto “movimento anti-crema solare” cova da un paio d’anni su TikTok, Youtube e compagnia, ma è forse la scorsa estate che è passato da nicchia complottista a fenomeno più mainstream. Come spesso accade, il fulcro del dibattito sono state alcune celebrità che hanno fatto dichiarazioni controverse, difficile dire se per convinzione o strategia di PR. La più celebre è forse stata l’ex star di The Only Way is Essex (sitcom storica inglese) Sam Faiers, che ha detto ai suoi 2,5 milioni di follower su Instagram di non usare la crema solare, né lei né i suoi figli piccoli: “Negli anni, i bambini hanno sviluppato una buona tolleranza al sole”, ha detto, definendo molte creme solari “piuttosto dannose e piene di ingredienti tossici”. Nello stesso periodo, l’attrice e influencer Kelsey Parker ha rivelato di evitare l’SPF anche sui suoi figli, preferendo una versione fatta in casa a base di cera d’api.

I numeri confermano che non si tratta di casi isolati. Uno studio dell’American Academy of Dermatology ha rilevato che il 28 per cento dei diciottenni-ventiseienni ritiene che abbronzarsi sia più importante del rischio di cancro della pelle, e il 37 per cento ammette di usare la crema solare solo quando viene “assillato” da altri. Nel Regno Unito, dati del fornitore assicurativo Vitality mostrano che il 18 per cento degli intervistati della Gen Z crede che chi si abbronza facilmente non abbia bisogno di protezione, secondo il mito della “tolleranza” al sole, appunto.

Il paradosso della crema solare

Debora Rasio, medico oncologo e ricercatrice italiana, ha pubblicato pochi giorni fa un video virale in cui invitava a non usare la crema solare «in continuazione», arrivando a sostenere che il sole non sarebbe la causa del melanoma. La reazione della comunità scientifica italiana è stata durissima e immediata: l’oncologo Paolo Ascierto ha richiamato le linee guida AIOM (Associazione Italiana di Oncologia Medica), ribadendo che le radiazioni UV causano mutazioni genetiche cumulative, che le scottature, specie in età infantile, raddoppiano il rischio di melanoma nel corso della vita, e che non esiste alcuna prova che i filtri solari facciano male.

Cancer Research UK stima invece che l’85 per cento dei melanomi sia causato da un’eccessiva esposizione ai raggi UV, e segnala che i tassi di melanoma nel Regno Unito sono aumentati di quasi un terzo nell’ultimo decennio. La resistenza arriva quindi da fronti molteplici: c’è chi non applica la crema per abbronzarsi o per pigrizia, e chi invece non la applica perché spaventato dalle sostanze chimiche contenute, chi perché crede sia inutile e chi perché è convinto che il sole faccia bene. Ma c’è anche chi va ben oltre la dottoressa Rasio, arrivando a sostenere che non solo il sole non sia la causa principale del cancro alla pelle, ma che il melanoma sia causato da, udite udite, la crema solare stessa. E qui si innesca un cortocircuito logico che prende il nome di paradosso della crema solare e che sembrerebbe derivare da uno studio del 2023 su soggetti seguiti dal progetto di ricerca inglese UK Biobank. Lo studio sembra riscontrare che i soggetti con un più alto consumo di crema solare siano anche soggetti a maggior rischio di contrarre un cancro alla pelle.

Entra in gioco un altro grande classico delle teorie cospirazioniste: la fallacia logica della falsa causa, o post hoc ergo propter hoc. Confondere casualità con causalità. In breve, il fatto che due cose accadano allo stesso tempo non significa che siano collegate o che una sia la causa dell’altra. Si può fare un ragionamento che va anche oltre: tralasciando il fatto che lo studio era stato effettuato per motivi altri da quello di provare una correlazione tra crema solare e cancro alla pelle, e che il campione era troppo ridotto per produrre risultati credibili, è facile dedurre che ci siano forti fattori ambientali a creare un bias: chi utilizza più crema solare corrisponde anche a chi passa più tempo al sole, che a sua volta lo espone a un più alto rischio di cancro alla pelle.

Inoltre, la crema solare è efficace solo se applicata frequentemente e nella quantità giusta, elemento che non era presente nello studio. Si ricollega a questo ragionamento chi sostiene che la crema solare sia dannosa perché ci darebbe solo una falsa sensazione di protezione, inducendoci a restare più a lungo al sole convinti di essere al sicuro. È un’affermazione impossibile da provare e che sfiora l’assurdo, un po’ come dire che bere tanta acqua quando fa caldo è pericoloso perché ci dà l’illusione di poter stare all’aperto più a lungo.

Anatomia di un complotto

Più che nella scienza citata a sproposito, il cuore pulsante del fenomeno sta nel meccanismo con cui queste narrazioni si diffondono, soprattutto nell’epoca social. Divulgatori scientifici e influencer non giocano ad armi pari. Le piattaforme come TikTok premiano i messaggi brevi ed emotivi e le narrazioni accattivanti che colpiscono, anche se completamente false. Questo stile di comunicazione è in completa antitesi con quello scientifico che per natura è poco accattivante, complesso, pieno di condizionali, spesso privo di fatti dati per certi.

È un meccanismo che si autoalimenta: la scienza rassicura sempre meno, mentre il complotto offre una storia semplice, con un colpevole chiaro. Ed è un colpevole perfetto, perché sappiamo, purtroppo, gli orrori di cui sono state capaci le case farmaceutiche di tutto il mondo. Credere all’informazione scientifica e usare i prodotti che sviluppano significa forse assolverle da ogni colpa? Direi proprio di no. Due affermazioni possono essere vere nello stesso momento, senza che l’una sia necessariamente causa dell’altra. Non è un caso che queste teorie si siano sviluppate inizialmente negli Stati Uniti, per poi prendere piede anche da noi. Negli Stati Uniti, la crema solare non è considerata un cosmetico ma un farmaco da banco, regolamentato dalla FDA come qualsiasi altro medicinale, a differenza dell’Unione Europea e della Corea del Sud, per esempio, dove resta principalmente un prodotto cosmetico. Questa distinzione fa tutta la differenza: negli Stati Uniti la fiducia nel sistema farmaceutico e in quello medico in generale è storicamente tra le più basse al mondo, erosa da decenni di scandali (dagli oppioidi in giù) e da un sistema sanitario percepito come guidato più dal profitto che dalla cura.

Mentre fuori il mondo brucia

Questo tipo di narrazione attecchisce particolarmente bene nel post-pandemia, cavalcando l’onda di sfiducia verso la medicina tradizionale nata con il dibattito sui vaccini. A questo si è sommata una nuova ossessione per il pulito e il naturale, che spesso inquadra il chimico come sinonimo di dannoso. In più si è creata una dinamica per la quale ogni singola scelta individuale viene vista come una scelta politica: scegliere di non usare la crema solare diventa un atto di autonomia contro l’establishment medico, più che una scelta di salute. Se alziamo un attimo gli occhi dagli schermi e guardiamo fuori dalla finestra, l’ironia di tutto questo ci risulterà lampante: mentre il complottismo anti-solare guadagna terreno online, le nostre estati si allungano e si scaldano a velocità record. Le ondate di calore sono più frequenti, più intense e più precoci di una volta, e l’esposizione al sole che un tempo si concentrava in un mese o due si estende ormai da maggio a settembre inoltrato. Questo contesto rende la disinformazione sul tema molto più pericolosa di quanto sarebbe stata anche solo un decennio fa.

Quando e se finalmente ci renderemo conto dei rischi, forse allora accantoneremo non solo la comunicazione scientifica spiccia, ma anche le mode, la cultura e il rito dell’abbronzatura, la convinzione che abbronzati si sia più belli, che i pallidi si appaia malati, che l’unico vero obiettivo dell’estate sia ritornare in ufficio a settembre con i capelli più biondi, le braccia dorate e il segno del costume, come se fossimo ancora negli anni ’90.

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