Roma cadrà quando l’ultimo chiosco di grattachecche chiuderà

Non è raro imbattersi in buchi laddove c’erano dei chioschi che rinfrescavano i quartieri romani da decenni. E se fosse questo il segno della decadenza finale della città?

17 Agosto 2026

E così anche Roma avanza di buon grado verso la gentrificazione finale. Verso l’essere una città svuotata di significato, di plastica, senza un’anima definita. O meglio, definita secondo i canoni del decadimento, nell’abbraccio caldo della piattezza della globalizzazione spicciola.

Dico “anche” perché Roma, a differenza di altre città europee, è sempre riuscita egregiamente a barcamenarsi, nonostante l’overtourism, in quella dicotomia tra umano-inumano. Turistico-locale. In un modo tutto suo, rendendo nettissima la separazione dei due mondi. Ai romani la pajata, ai turisti la caccio e ppepi. Insomma, Roma è da sempre volentieri definita un grande paesotto, più che una grande metropoli e ora sta diventando una – espressione terrificante, usata spesso per Milano – grande città europea, qualunque cosa voglia dire. Negozi che vendono piña colada, cambi di urbanistica chiaramente pensati per l’avventore e non per il cittadino, occhi chiusi per gli stormi di monopattini delle grandi aziende della share economy e via discorrendo.

Forse vi domanderete perché questo grosso preambolo se l’argomento, come dice il titolo, sono le grattachecche, i grattacheccari e la loro sempre più evidente scomparsa. C’entra perché, a monte, è necessario capire lo stato della città per comprendere il decadimento dei chioschi. O, se preferite, possiamo usare la scomparsa dei chioschi come sintomo per comprendere lo stato plasticoso di Roma.

La scomparsa dei chioschi

Cosa ha reso Roma una città vera, umana, nel corso dei decenni? La risposta non è nelle persone, ma nell’insieme delle attività sociali più basilari, come si comportano di conseguenza al tessuto cittadino, fatto di luoghi, di gesti, di caratteri culinari dentro cui la civiltà si muove e rimane ancorata insieme. A modo suo si evolve, senza dimenticare il passato. Una città strana che guarda al passato e dà la sensazione di speranza di futuro, con quest’ultima che sta svanendo.

Tornando all’argomento principale, non ci sono dati certi, non c’è un censimento dei chioschi di grattachecche o di cocomerari. Ma per chi vive la città, il declino e la scomparsa di questi luoghi di aggregazione tutti romani è, a una analisi nemmeno troppo attenta, evidente. Io solo ho contato la sparizione di cinque chioschi di grattacheche e di almeno due di cocomerari, cioè quei magnifici chioschi che rinfrescano l’estate a colpi di frutta e sciroppi. E io non mi sposto molto dalla mia zona. Come se non bastasse, anche quelli che rimangono e che sono sempre state piazze estive di romani che si rinfrescano con un bicchiere di ghiaccio grattato e condito con sciroppi di varia foggia e pezzoni di frutta, non sembrano essere più popolosi come, senza andare lontano, tre anni fa, pre-Giubileo. Persino gli influencer della prima ora che mostrano a coda di pavone il parco giochi dei cibi romani sembrano completamente disinteressati a parlarne.

Oltre all’imminente scadenza del bando per il suolo pubblico rivolto a chioschi di questo genere, che devono presentare domanda entro fine dicembre 2026 (secondo normativa europea e che ha già dato belle mazzate agli stabilimenti balneari), c’è però qualcosa di più. Sarà il lento rilascio del Covid, saranno i social, sarà che la Generazione Z è diventata possibile acquirente e non più una masnada di ragazze e ragazze, o sarà tutto questo messo insieme. Sta di fatto che a Roma il sudore dei romani che si aggregano fuori dai bar o dopo cena per concedersi una sfiatata rinfrescante risulta asciugato. I turisti che credono di vivere l’autentico si affidano volentieri a negozi di tiramisù o a quelli che pensano essere autentiche botteghe che servono sorbetto al limone dentro un limone e non più alle guide più o meno serie. E sarà, poi, che il Giubileo del 2025 ha finalmente spalancato le porte per appiattire il centro sempre di più, adducendo la scusa della maggiore vivibilità, di cestini supersonici e via dicendo, in un momento dove lottare non era più necessario, assuefatti come siamo.

Il ghiaccio e le cicale

Parlando con uno dei grattacheccari più in voga di Roma, il cui chiosco sta in quel punto da molto tempo, la crisi è evidente. Mi racconta che un suo collega ha visto rimuoversi il suo chiosco in via delle Fornaci, accanto al Vaticano, alle 4 di mattina con tanto di municipale a sovrintendere i lavori della gru. Che ad altri non sono state rinnovate le licenze e che la paura sia che nessuno possa potenzialmente avere scampo. Il caso più famoso dell’estate ha riguardato il cocomeraro Pasquale su via Portuense, che non riapre dopo 50 anni di attività in teoria per problemi familiari, ma ci azzardiamo a dire, in pratica, perché la strada è stata ristretta e di conseguenza la concessione non rilasciata.

«Il punto è che se chiudiamo veramente noi, ma chi la manda avanti questa tradizione più che centenaria?», mi dice Francesco (nome di fantasia, come richiesto). «Nessuno ha la pazienza e l’arte e il sacrificio per una tradizione che non è nemmeno così remunerativa, di nicchia diciamo».

La grattachecca, a Roma, esiste dalla fine dell’800. Il nome viene dal verbo grattare, perché si gratta il ghiaccio da un blocco e dalla parola checca, che in antico romanesco significava appunto blocco di ghiaccio. Il suono dei grattacheccari che raschiano il ghiaccio si unisce da quel dì al suono inesorabile delle cicale, insomma.

Se il cibo e le tradizioni culinarie si possono annoverare di diritto come bilancia immediata e pura del cambiamento di una civiltà, allora Roma ha adesso, seriamente, un problema. Non solo per la gentrificazione di quartieri storici come Trastevere, ma perché la scomparsa sempre più decisa di certe tradizioni gastronomiche e di luoghi rimasti intatti per decenni fa capire che la mentalità tutta è cambiata. Ed è cambiata in favore di negozi che vendono pangoccioli gargantueschi e kebab 2.0 dai nomi accattivanti (Keb Hub). C’è da sentirsi male. Forse è il caldo. E nemmeno una grattachecca per rinfrescarsi.

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