Il rischio è che ad altri succeda quello che è successo a Saturno Buttò, pittore veneto che si è ritrovato coinvolto nel caso Garlasco a partire da un post Facebook e da video YouTube. Nonostante Buttò a Garlasco non abbia mai messo piede.
Nonostante anni di ricerche, non ho mai scoperto il nome della persona che decise che Badlands, l’opera prima di Terrence Malick, in italiano si sarebbe chiamato La rabbia giovane. Avevo 16 anni quando vidi il film per la prima volta, e di quella prima volta ricordo soltanto quanti anni avevo e come si intitolava il film. Adesso di anni ne ho 36 e so che questa persona di cui non ho mai scoperto il nome ha esercitato su di me un’influenza che nessun altro e niente altro ha esercitato. Da quel giorno, la rabbia e la gioventù sono diventate per me le metà dell’equazione che spiega l’universo, concetti complementari che si associano facilmente a tanti altri ma che con niente altro si associano perfettamente come tra di loro. Niente al mondo mi risulta confortante come la rabbia giovane, nulla riesce a incarnare l’ordine naturale delle cose più di un giovane arrabbiato.
Le immagini delle manifestazioni del sabato appena trascorso, della protesta che si è ripetuta uguale e diversa in Francia, in Italia, in Serbia, in Spagna, in Brasile, in Cile, in India, sono come le foglie che vedo seccare e cadere in queste settimane: una prova che l’ordine naturale delle cose esiste, nonostante i nostri sforzi di negarlo e pervertirlo. D’autunno le foglie seccano e cadono dai rami, così come i giovani scendono in strada e protestano. Certo, esistono autunni in cui le foglie assumono colori talmente splendidi da mettere in imbarazzo la primavera. Ed esistono momenti in cui la rabbia giovane irradia una luce talmente brillante che è naturale convincersi che la nottata stia per passare davvero, che così luminosa può essere soltanto l’alba. «Forse qualcosa succede davvero», mi ha scritto sabato pomeriggio un amico, un altro che oramai è grande abbastanza ed è stato arrabbiato abbastanza da sapere che non c’è niente di peggio di non veder succedere niente, mai. Sapere cosa dovrebbe succedere, desiderarlo, nei limiti delle possibilità di ciascuno e di tutti agire affinché succeda. E vedere che non succede niente, mai, senza capire cosa manchi, dove stia l’errore, come sia possibile. Sentire il tempo che scorre, avvertire il terrore che qualsiasi cosa dovesse succedere ormai è troppo tardi: se succederà sarà ad altri, grazie ad altri. I Millennial sanno di cosa sto parlando.
Cosa dovrebbe succedere? È una risposta troppo difficile e troppo rischiosa da dare, soprattutto nel Paese in cui una vetrina rotta suscita un’indignazione più sentita di una donna ammazzata dall’ex o di un ragazzino morto perché non si è fermato al posto di blocco. Forse è meglio smettere di chiedersi che cosa vogliono quelli che sperano che qualcosa succeda (anche perché si sa benissimo, basta avere gli occhi per guardare e le orecchie per ascoltare) e iniziare a chiedere a chi spera che tutto resti com’è, a chi si sente personalmente, intimamente danneggiato dalla protesta: ma che cos’è che state difendendo? Come si fa a vedere ragazzi e ragazze che pretendono, adesso, subito, la restituzione di ciò che è stato loro sottratto con la forza e con l’inganno – il diritto alla casa, al lavoro, alla salute, all’istruzione, a un pianeta abitabile, a leader a cui non venga il singhiozzo quando c’è da pronunciare la parola antifascismo – e decidere che il problema da risolvere sono i ragazzi e le ragazze? Come si fa a pensare che la forza distruttrice dalla quale proteggersi sia la rabbia giovane invece di questo quieto vivere mortifero, di questo accordo perennemente al ribasso in cui abbiamo trasformato le nostre esistenze, di questa sindrome dell’arto fantasma che ci fa scattare ogni volta a difesa di un benessere di cui nemmeno ricordiamo l’amputazione? Che cos’è che state difendendo, cosa c’è di così caro in questo mondo da spingere a desiderare l’annichilimento del prossimo, il lacrimogeno e il manganello, tutto pur di tornare a uno status quo che ormai rivendica il suo fondarsi sulla condivisione della nullatenenza? Non vivete anche voi in questo mondo, non lo esperite anche voi con gli stessi sensi con cui lo esperiscono i giovani arrabbiati?
Cosa provate quando un fondo immobiliare sfratta una donna di 87 anni dalla casa in cui ha vissuto da quando ne aveva 17, pagando l’affitto ogni mese, puntuale? Cosa provate quando quella donna muore da sola in una stanza d’ospedale, troppo stanca e triste anche per riprendersi le chiavi della sua casa? Cosa provate quando i ragazzi e le ragazze che il 17 ottobre hanno manifestato raccontano che nelle loro classi d’estate non si riesce a respirare per il caldo e d’inverno si trema per il freddo se non ci si tiene addosso il giubbotto? Cosa provate quando provano a misurare le mancanze più gravi, quando l’indecente contabilità degli adulti li costringe a scegliere tra un docente di ruolo in più e un rotolo di carta igienica in meno? Cosa provate quando vedete un agricoltore del Mezzogiorno seduto sull’asfalto dell’autostrada, scosso dai singhiozzi, le lacrime che si seccano dentro le rughe che attraversano sempre il volto di chi lavora davvero, mentre spiega che per la guerra scatenata da chissà chi (lo sappiamo da chi), chissà perché (lo sappiamo perché) non ha più i soldi che servono non per vivere ma per lavorare? Che cosa provate quando scoprite che un miliardario che per ammazzare il tempo si è messo a fare il Presidente degli Stati Uniti ha ordinato a un altro miliardario suo amico di spegnere un po’ dei satelliti Starlink che agli ucraini servono per difendere la loro casa, così, de botto, senza senso, perché quel giorno si era svegliato con il desiderio di fare un cadeaux all’amico Vladimir? Come vi sentite sapendo che mentre dava questo ordine il miliardario-Presidente pubblicava sui suoi profili social meme su un uomo ammazzato da una tigre, e che mentre il miliardario suo amico ubbidiva stava mettendo su una baracconata automobilistica (stavolta è la macchina volante) per convincere i suoi azionisti di essere un genio e non un pazzo, e che quel patrimonio da mille miliardi è quanto di più meritato? È questo il mondo che volete proteggere dalla rabbia giovane?
So che si sta avvicinando il momento in cui ribadire che la manifestazione sì, va bene, ma la violenza no, non ci siamo. E lo dico, certo che lo dico, ma lo dico senza negare di star digrignando i denti in questo momento, al pensiero dei soliti tromboni sfiatati e prevedibili, ogni anno sempre un po’ più stanchi ma comunque pronti a eseguire l’abituale concerto di indignazione posticcia. «Ci lamentiamo quando rompono le vetrine ma è l’unico momento in cui si sa qualcosa di loro, perché altrimenti le loro istanze non vengono recepite da nessuno. Hanno un futuro nero davanti, possibilità minori rispetto ai loro genitori e, per me, è giusto che protestino, li capisco», ha detto Nicola Lagioia in un’intervista a Vanity Fair. Già, le palpebre calanti di chi oggi commenterà con la bava alla bocca e gli occhi iniettati di sangue “la guerriglia urbana” si spalancano improvvisamente appena i vetri degli esercizi commerciali si incrinano, per poi tornare pesanti in tutto il resto del tempo, tanto che le pompe di benzina a secco e gli scaffali dei supermercati vuoti al Sud li abbiamo scoperti grazie alle storie di Instagram. Digrigno i denti al pensiero di questa indignazione selettiva, di questi occhi che riescono a seguire contemporaneamente le traiettorie di mille sanpietrini volanti ma ai quali sfugge sempre tutto quanto il resto, di questi cuori che sempre si gonfiano di commozione per gli esercizi commerciali danneggiati ma mai battono per la sistematica distruzione dello Stato sociale, del Servizio Sanitario Nazionale, della scuola pubblica.
Negli editoriali e nelle filippiche che verranno nei prossimi giorni, probabilmente sentiremo parlare di quel commerciante il cui negozio su Boulevard Magenta è stato preso d’assalto e sfasciato durante la manifestazione. Difficilmente sentiremo parlare della raccolta fondi che gli stessi manifestanti hanno lanciato per aiutarlo a rimettere tutto a posto (e che ha già raccolto quasi 90 mila euro). «E sarebbe ora di finirla. Perché la situazione è sotto gli occhi di chi dovrebbe almeno tenerli aperti per guardarsi intorno, e se non è ancora chiaro che si esercita da mesi e anni una violenza insostenibile su cittadine e cittadini (stipendi, sanità, case, tutto), beh, non so dirvi altro se non “uscite e date uno sguardo al mondo”. Personalmente al gioco della demonizzazione delle giovani persone non partecipo, né oggi né mai», ha scritto Loredana Lipperini su Instagram.
Digrigno i denti perché, lo ammetto, anche io vorrei avere sullo stomaco il pelo che serve per essere così selettivo, estremamente, convenientemente selettivo nella scelta delle scene da raccontare di questo sabato 17 ottobre. Vorrei parlare soltanto di quel video girato a Parigi in cui si vede una mamma che tiene in braccio il suo bambino neonato. Sta dietro la finestra chiusa, la strada sotto è piena di manifestanti. Ogni volta che il bambino alza la manina per salutare, la folla risponde alzando le mani, il bambino saluta di nuovo, la folla alza di nuovo le mani. Vorrei parlare soltanto dell’ammirazione e dell’amore che provo per una generazione che ha il coraggio di chiedere tutto e subito, di rifiutare il tranello tecnocratico del “migliore dei mondi possibili” e di pretendere il mondo migliore e basta. Vorrei parlare di quanto mi commuove ed esalta una generazione che si riconosce soltanto in se stessa, ignara del racconto che di essa si fa nelle sale fatiscenti in cui ancora si ostinano a radunarsi i notabili del vecchio mondo, mentre i ragazzi si vedono su Instagram e su TikTok, si riconoscono e si imitano, e la protesta di Parigi diventa così quella di Milano, di Madrid, di San Paolo, di Belgrado, di Santiago. Vorrei essere anche io parte di una generazione che ha preso tutti i pregiudizi che le sono stati vomitati addosso e li ha trasformati in slogan, in simboli, in identità. Quando gli studenti del Maggio francese auspicavano la fantasia al potere, auspicavano esattamente questo. «Bismillah, c’est le tenebre», scriveva ovunque un poliziotto incaricato di infiltrarsi nei gruppi Snapchat usati per organizzare le manifestazioni, alla ricerca di informazioni e colpevoli. I ragazzi lo hanno sgamato subito, come fosse Steve Buscemi in quel meme in cui è vestito da skater e saluta i ragazzi con un “Hello, fellow kids”, e di «Bismillah, c’est le tenebre» hanno fatto il loro slogan. La fantasia al potere sono le aura battle in mezzo alla protesta, sono i militi ignoti che si sono fatti fotografare con addosso il costume da Pantera Rosa e da Piccolo di Dragon Ball. La fantasia al potere l’ha portata chiunque abbia avuto l’idea di andare alla manifestazione a bordo di un trenino turistico. La fantasia al potere è il ragazzo vestito da Napoleone, perché i cosiddetti padri della patria ormai soltanto questo meritano: il cosplay. La fantasia al potere è una generazione che ha capito che questo non è un mondo serio, non è un mondo serio quello che serve più al capitalismo peggiore per raggiungere i suoi KPI che alle persone per cercare la felicità. Quindi questo mondo hanno deciso di abbatterlo un gesto di aura farming alla volta, un meme idiota alla volta, un balletto cretino alla volta.
Certo, la rabbia giovane assume così spesso una forma incomprensibile, tanto più incomprensibile quanto lo è il mondo che la genera. E noi viviamo nel mondo più incomprensibile di sempre. L’algoritmo, quell’amico geniale, mentre nel mondo si protestava ha avuto la faccia tosta di mostrarmi un reel in cui un ecologo racconta la triste sorte che è toccata all’ecosistema della Spagna Verde, una striscia di particolarissime foreste pluviali che esiste solo in quel pezzo di mondo, in una sottile striscia di terra tra i Pirenei e l’Oceano Atlantico. Negli anni, nella Spagna Verde è stato piantato un numero spropositato di alberi di eucalipto, una specie fortissimamente allogena importata dall’Australia. Importata da chi? Dall’industria della carta, eccitatissima all’idea di avere a disposizione alberi che crescono velocissimamente e che si prestano perfettamente alla lavorazione. Adesso la Spagna Verde è soprattutto un distretto cartiero che vale due miliardi e mezzo di euro all’anno. Ovviamente, un traguardo del genere si raggiunge solo attraverso emissioni proporzionali. Emissioni che hanno causato la crisi climatica, che ha portato all’estate più calda nella storia d’Europa, che ha portato ai peggiori incendi della storia di Spagna. Sapete cosa ha reso tanto più incontrollabili gli incendi in Spagna nella scorsa estate? Il fatto che nella fu Spagna Verde ci sono un sacco di alberi di eucalipto, che hanno una corteccia molto secca e delle foglie molto oleose, tanto che basta una scintilla perché prendano fuoco.
Come si protesta contro un mondo in cui succedono queste cose? Io non so che forma dare all’emozione che provo quando scopro queste informazioni, né so cosa fare per quietarla. Ma so qual è il nome di questa emozione: si chiama rabbia giovane.
