Le immagini bellissime e tremende delle proteste in Georgia

In questi giorni i feed social sono pieni di video e foto che raccontano le proteste contro il governo filo-putiniano di Irakli Kobakhidze: immagini impressionanti sia per il fascino che esercitano che per la violenza che mostrano.

di Studio
02 Dicembre 2024

C’è un ragazzo vestito di nero, una sagoma scura in mezzo al fumo grigio. In mano ha un oggetto più simile a un attrezzo che a un’arma: cilindri di plastica attaccati gli uni agli altri a formare una sfera, una rudimentale bocca da fuoco; uno scudo appiccicato tra i cilindri e l’impugnatura dell’attrezzo, per attutire il rinculo dei colpi e deviare i proiettili sparati dalla parte opposta della battaglia. Quando l’attrezzo spara, i cilindri diventano grossissime stelle filanti, dalla punta di ognuno parte uno spruzzo di luce giallo-arancio. Dopo che l’attrezzo inizia a sparare, alle spalle del ragazzo si forma un capannello di persone: c’è chi lo aiuta a sostenere il contraccolpo, chi gli sistema meglio lo scudo, chi gli dà una mano a prendere la mira. L’attrezzo non è facile da usare: sui social e sui giornali lo hanno ribattezzato firework gun, è diventato uno dei simboli della protesta georgiana, della rivolta di Tbilisi in particolare. Non è un’arma vera e propria: spara fuochi d’artificio, è più appariscente che pericolosa. Nelle foto e nei video viene benissimo, e infatti la si trova ovunque nei feed di chiunque. Un simbolo, appunto, come lo sono diventati i passamontagna, gli occhiali da sciatore, che si vanno ad aggiungere alle bandiere della Georgia e dell’Unione europea (di quest’ultima abbiamo parlato qui).

In Georgia le proteste non sono mai finite, si vive di manifestazione in manifestazione, di repressione in repressione da quando il governo ha approvato la cosiddetta Legge sulla trasparenza dell’influenza straniera. Dopo le ultime elezioni presidenziali, però, la situazione è degenerata: il partito (tra le altre cose) filo-putiniano Sogno Georgiano ha ottenuto il 54 per cento delle preferenze alla fine di un’elezione che Salome Zourabichvili, Presidente uscente, fortissimamente a favore dell’ingresso del suo Paese nell’Ue, rivolgendosi ai suoi elettori, ha commentato così:  «Voi questa elezione non l’avete persa. Il vostro voto è stato rubato dalle stesse persone che stanno provando a rubarvi il futuro».

Dal 28 ottobre, nelle città della Georgia e in particolare a Tbilisi le proteste non si sono mai fermate. Per tutta risposta, il nuovo Primo ministro, Irakli Kobakhidze, il 28 novembre ha annunciato la sospensione dei colloqui tra Georgia e Unione Europea e quindi, di fatto, l’interruzione del procedura che avrebbe portato il Paese a diventare membro dell’Unione. «Abbiamo deciso che il negoziato con l’Ue non sarà nell’agenda politica georgiana fino alla fine del 2028. Inoltre, rifiutiamo qualsiasi sostegno economico dell’Unione fino alla stessa data», ha detto Kobakhidze, che ha anche accusato l’Ue di aver usato i negoziati come pretesto per «organizzare una rivoluzione».

Nel memo dedicato alla Georgia e pubblicato sul sito del Parlamento Europeo si legge che l’83 per cento dei georgiani è favorevole all’ingresso del Paese nell’Unione europea. La decisione del governo Kobakhidze ha portato a un prevedibile intensificarsi delle proteste e, di conseguenza, della repressione. In uno dei tantissimi video che girano sui social in queste ore, si vedono i poliziotti che inseguono i manifestanti per le strade di Tbilisi: cittadini circondati, trascinati dentro le camionette della polizia, arrestati per non si capisce esattamente quale motivo. È, come detto, la repressione che segue le proteste degli scorsi giorni: dall’annuncio di Kobakhidze, per quattro giorni consecutivi i manifestanti hanno marciato per le strade di Tbilisi, il Parlamento è stato circondato, gli scontri con la polizia hanno portato a più di 100 arresti e ad almeno 44 persone ricoverate in ospedale a causa delle ferite riportate durante i suddetti scontri. Zourabichvili ha detto che non ha alcuna intenzione di abbandonare la presidenza: le elezioni del 26 ottobre scorso sono irregolari – una posizione condivisa anche dalle istituzioni europee – il Parlamento è dunque illegittimo e non può eleggere il prossimo Presidente (per il ruolo, Sogno georgiano ha già scelto il suo candidato: l’ex calciatore Mikheil Kavelashvili).

@etoliessss

WE ARE EUROPE🇬🇪🇪🇺 #georgia

♬ no church in the wild – spotify audixos 🎵.

https://www.tiktok.com/@anajavakhishvili7/video/7442810448337964306?_r=1&_t=8rsYqTOo2FS

Come tutte le proteste, anche quella georgiana sta producendo una notevole quantità di immagini. Del fascino che queste immagini esercitano abbiamo parlato in questo articolo dedicato al libro W la libertad: «La fotografia ha una funzione su tutte: partecipare alla costruzione della memoria, individuale e collettiva. Se una fotografia viene scattata e diffusa attraverso un libro, questa può contribuire a costruire la memoria della protesta. Se entra nel tritacarne del digitale, può contribuire ad una azione immediata ma, salvo qualche caso, è difficile che vada costruire davvero una memoria collettiva», spiegava Federico Montaldo, curatore del libro assieme a Luciano Zuccaccia. E in effetti, esiste il rischio che le immagini delle manifestazioni di Tbilisi diventino l’ennesimo esercizio di estetizzazione, solo un attimo nell’infinità del doomscrolling, un consumo social come tutti gli altri. È una tentazione alla quale è difficile resistere, perché è incredibile vedere quanto le foto e i video che arrivano dalla Georgia ricordino le scene di film come Athena o il video di “No Church in the Wild” di Jay-Z e Kanye West (entrambi diretti da Romain Gavras): il modo in cui i manifestanti si vestono e si muovono, quello in cui usano i fuochi d’artificio e i laser verdi, le pose in cui vengono ritratti e i gesti catturati nei video, l’inquietudine che trasmettono le sagome nere a contrasto con le luci fluorescenti delle esplosioni.

Foto di Giorgi Arjevanidze (AFP via Getty Images)

Foto di Giorgi Arjevanidze (AFP via Getty Images)

Foto di Giorgi Arjevanidze (AFP via Getty Images)

Queste immagini sono bellissime, per certi aspetti esaltanti, per altri romantiche. Ma sono il frammento di una realtà brutale, violenta, insopportabile. Una realtà che poche parole, contrariamente a uno degli adagi più abusati che ci siano, raccontano meglio di mille immagini. Lex Harvey di Cnn ha intervistato un uomo, Tsotne Jafaridze, che negli scorsi giorni ha partecipato alle manifestazioni contro il governo: «Ho visto tante proteste in questo Paese, durante questo governo, quello precedente, io mi ricordo anche quelle del periodo sovietico. Ma una violenza come questa, contro gli anziani, contro i giovanissimi, contro le donne, è da non credere», ha detto.

La tregua tra Usa e Iran prevederebbe un pedaggio di 2 milioni di dollari per ogni nave che passa per lo Stretto di Hormuz. Prima della guerra non c’era nessun pedaggio

Il problema è che, secondo l diritto internazionale, non si può imporre un pedaggio in acque internazionali. Ma sia Iran che Usa hanno promesso di farlo.

Un’importante associazione americana ha chiesto la rimozione di Trump in base al 25esimo Emendamento, quello che permette di destituire un Presidente perché mentalmente instabile

La National Association for the Advancement of Colored People ricorrerà a questa misura estrema, usata, e solo in parte, in altri tre casi nella storia.

Leggi anche ↓
La tregua tra Usa e Iran prevederebbe un pedaggio di 2 milioni di dollari per ogni nave che passa per lo Stretto di Hormuz. Prima della guerra non c’era nessun pedaggio

Il problema è che, secondo l diritto internazionale, non si può imporre un pedaggio in acque internazionali. Ma sia Iran che Usa hanno promesso di farlo.

Un’importante associazione americana ha chiesto la rimozione di Trump in base al 25esimo Emendamento, quello che permette di destituire un Presidente perché mentalmente instabile

La National Association for the Advancement of Colored People ricorrerà a questa misura estrema, usata, e solo in parte, in altri tre casi nella storia.

Asghar Farhadi ha scritto una lettera in cui chiede a tutto il mondo del cinema di protestare contro Stati Uniti e Israele per quello che stanno facendo in Iran

«Al di là di qualsiasi convinzione o posizione, uniamoci per fermare queste azioni disumane, illegali e distruttive», ha scritto il regista.

Dopo la tregua con l’Iran si è tornati a parlare della “teoria del TACO”, cioè del fatto che Trump Always Chickens Out, Trump si tira sempre indietro

Il termine, coniato dal Financial Times, si applica ad almeno dieci occasioni in cui Trump ha fatto grandi minacce per poi battere in veloce ritirata.

La crisi dello Stretto di Hormuz ci lascia una sola certezza: quella dai combustibili fossili è una tossicodipendenza che non possiamo più sostenere

Anni di discussione sulla crisi climatica non sono serviti a convincerci. Ci è voluta il peggior disastro geopolitico della storia recente per ricordarci quanto fragile sia il mondo fondato su petrolio e gas. E quanto poco tempo gli resti.

L’ultimo post di Trump sulla crisi nello Stretto di Hormuz è così delirante che in molti iniziano a dirsi seriamente preoccupati della sua salute mentale

Il Presidente si rivolge ai «crazy bastards» iraniani, minacciandoli di scatenare un «living in Hell» se non «open the fuckin’ Strait»: persino tra i Repubblicani inizia a esserci una certa inquietudine.