Una tranquilla week di paura (per il Pd)

Franceschini e i cognomi delle madri, Prodi e i capelli delle giornaliste: sette giorni di passione per un Partito che non smette mai di stupirci.

28 Marzo 2025

Ci sono settimane che si capisce faranno schifo già dal fine settimana precedente. Il fine settimana precedente del Partito democratico è stato una gita a Ventotene che è servita a dimostrare una cosa soltanto: la presenza in un certo luogo, in un dato momento, di un sufficiente numero di esponenti del Pd è un efficacissimo rimedio contro l’overtourism. A Ventotene lo scorso fine settimana non c’era nessuno (erano pochi pure quelli del Pd), ma con l’intuito che il partito sta dimostrando non ci sarebbe da stupirsi se il fiasco venisse attribuito a una questione di tempismo: ci siamo andati una settimana troppo presto, avessimo aspettato questo tepore primaverile avremmo fatto il pienone. Riproviamoci il prossimo fine settimana: il programma prevede la mattina reading del Manifesto di Ventotene (lettura critica, sia mai ci scambino per quelli a cui non piace la proprietà privata), il pomeriggio gita lungo la costa (chi vuole fare la macchinata senta Fratoianni e Piccolotti ché la Tesla va ricaricata per tempo), la sera falò sulla spiaggia, Gualtieri porta la chitarra e accetta richieste.

Le buone intenzioni di Dario Franceschini

Niente deprime come un weekendino che non va secondo i piani, quindi era prevedibile, comprensibile che il Pd affrontasse la nuova settimana con la frenesia di chi ha un credito da riscuotere con la sorte. C’è quel proverbio che dice che la strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni, quindi sono certo che Dario Franceschini avesse buonissime intenzioni quando ha fatto la proposta che gli è valsa lo spernacchiamento collettivo: impegniamoci affinché da ora in poi i figli e le figlie ereditino il cognome della mamma, non so se lo sapete ma si chiama reparative justice, io che leggo i giornali in lingua inglese lo so, ora che non sto più al ministero della Cultura ho tanto tempo per leggere, vi dico che in America non si parla di altro, cerchiamo per una volta di arrivare in anticipo sui tempi.

Ci sta che negli ultimi dieci anni Franceschini sia stato troppo impegnato tra VeryBello.it e ItsArt, la fu Netflix della cultura italiana. Quindi ci sta che negli ultimi tempi a Franceschini sia sfuggito il vibe shift: per quanto possa essere un principio condivisibile, oggi l’identity politics è radioattiva, toccarla porta al decadimento cellulare, parliamo di tutto ma non di nomi, sigle, acronimi, pronomi, avverbi.

Alle buone intenzioni di Franceschini corrispondono anche quelle di chi ha provato a fargli capire che la frenesia in politica è una malattia invalidante: è apprezzabile il tentativo di far dimenticare la brutta scampagnata a Ventotene, ma la prossima volta invece dei giornali americani dai una scorsa veloce a quelli scritti nella tua lingua madre e magari ti verranno altre idee. Migliori, se l’intenzione è convincere l’elettorato. Per esempio: mentre Franceschini faceva la sua proposta di giustizia riparativa, sui media italiani arrivava la notizia che tra il 2008 e il 2024 i lavoratori hanno visto i loro salari perdere l’8,7 per cento del potere d’acquisto. Nessun Paese del G20 può dire di essere messo così male.

Lavoratori, salari, potere d’acquisto

Lavoratori, salari, potere d’acquisto: quando con scarso successo ho cercato di prendere una laurea in Scienze Politiche, il mio professore di Comunicazione politica mi spiegava che il bravissimo politico è quello che conosce pochissime parole perché bastano pochissime parole a fare un’agenda, a stilare un programma, addirittura a proporre un’idea di mondo (diceva anche, questo professore, che il miglior politico è quello che sa stare zitto). Lavoratori, salari, potere d’acquisto: quattro parole. Certo, utili a un partito e a un politico che ha deciso da che parte stare in un mondo, in un’epoca che ormai pretende da tutti di schierarsi da una parte o dall’altra, cioè con una parte o con l’altra. Un tempo la chiamavano lotta di classe, conflitto sociale, scontro di interessi: altre parole poche e semplici, vuoi metterle con giustizia riparativa.

Tra l’altro, scorrendo gli stessi giornali Franceschini sarebbe incappato in altre notizie interessanti. Lasciamo stare le questioni economiche, come per esempio il fatto che due Millennial su tre – forse fa più effetto se la mettiamo così: due persone su tre nella fetta demografica che va dai 34 ai 45 anni – dicono di non potersi permettere l’acquisto di una casa manco con la garanzia di mamma e papà. Lasciamo stare l’economia, andiamo alla cronaca: mentre Franceschini si preoccupava dei nomi dei figli degli altri, tre lavoratori morivano sul lavoro nel giro di 24 ore. Daniel Tafa, 22 anni, trafitto da una scheggia d’acciaio incandescente durante un turno in fabbrica a Pordenone. Nicola Sicignano, 50 anni, schiacciato da un nastro trasportatore nell’azienda di smaltimento di rifiuti in cui lavorava a Sant’Antonio Abate. Umberto Rosito, 38 anni, investito da un camion nel tratto dell’autostrada del Sole tra Orvieto e Fabro mentre era impegnato in un intervento di manutenzione stradale.

Non me ne voglia Franceschini: se il Pd è un’azienda che si occupa di lastricare strade per l’inferno, alla fine lui si è soltanto limitato a mettere la sua lastra. Non me ne voglia neanche il Pd, che potrebbe pure rispondere ma perché ve la prendete con noi quando al governo ci sono gli ex, i post e i neo fascisti, inveite contro di loro piuttosto. Ma che c’è da inveire contro un governo di destra che fa il governo di destra?

Romano Prodi spacca il capello

A parziale discolpa di Franceschini, ci sta che tutte quelle notizie importanti in questi giorni gli siano sfuggite perché scritte in caratteri piccoli, negli spazi ristretti che avanzavano tra una gigantografia e un titolone dedicati a Romano Prodi. La vicenda la si potrebbe archiviare nella cartella “Macchina del fango”, ma siamo onesti, le implicazioni dell’accaduto esistono anche se sono sottili come la ciocca di capelli che Prodi ha tirato. E dire che si sperava che questo insegnamento almeno Biden ce lo avesse lasciato: a un certo punto, il maggior contributo che si può dare alla causa è ritirarsi a vita privata. Chiaro, nessuno può limitare la libertà costituzionalmente garantita di Prodi di muoversi e parlare.

Quello che si può fare, però, e che un partito dovrebbe fare nel momento in cui uno dei suoi padri fondatori mostra i segni dell’età, è accettare l’onore e l’onere del parricidio. Kill your darlings, anche se questi darlings sono evidentemente vittime di un trappolone (lo sconvolgimento di retequattristi e zanzarosi per l’accaduto farebbe ridere se non facesse piangere). Meglio l’animale che si mozza una zampa per liberarsi dalla trappola che uno che con quella trappola si mette a discutere. Ma viviamo nel Paese in cui i nonni sono oggetto di venerazione religiosa, e infatti come un nonno (letteralmente) Prodi è stato difeso dai nipotini democratici: non ha tirato niente, anzi, no, ha tirato leggermente, ha tirato ma era una carezza, era un buffetto, era mio nonno.

Anche in questo caso, sarebbe bastato leggere i giornali – il fatto più grave, qui, è che manco nel Pd leggono più i giornali, evidentemente, quindi che speranza c’è per l’editoria – e copiare la destra. Negli stessi momenti in cui Prodi tirava i capelli a Liviana Orefici di Quarta Repubblica, Giovanni Donzelli, deputato di Fratelli d’Italia, dava del «pezzo di merda» a favore di telecamere e microfoni al giornalista del Fatto Quotidiano Giacomo Salvini. Di lui, di questo, non si è accorto quasi nessuno.

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