Storia di un padre che amava l’Hotel Principe di Savoia più di suo figlio

Dal primo gennaio 2027 lo storico albergo di piazza della Repubblica chiude per un restauro che durerà fino al 2029, proprio nell’anno del suo centenario. Un ricordo personale tra Charlie Chaplin, i Rolling Stones, Sofia Coppola e un padre che amava i grandi alberghi.

01 Novembre 2026

Qualche mese fa sono entrato alla Centofiori, la libreria del mio quartiere, per cercare una guida di Tangeri in vista di un viaggio in Marocco che avevo in programma e che in realtà non ho mai fatto. Mi ero lasciato conquistare dall’idea di rifugiarmi qualche giorno tra la casbah e la medina, suggestionato dalla letteratura che in quel periodo mi era capitata tra le mani. Ero rimasto stregato dalle emozioni che mi regalava quella città internazionale, che profumava di kif e marijuana, di spie, di bar tenuti da expat molto simili all’Humphrey Bogart di Casablanca. Mi vedevo già con il mio completo di lino beige coloniale e il mio panama Montecristi, avvinghiato al mio triplo gin tonic come Ian Fleming mentre scriveva il suo ennesimo James Bond, seduto ai tavolini dell’Hotel El Minzah. «Quest’anno non si va a Cap Ferrat», sentenziò una volta la scrittrice americana Gertrude Stein fissando negli occhi il giovane e biondo Paul Bowles, «si va a Tangeri!».

Quel pomeriggio, però, girovagando tra gli scaffali, rimasi rapito dalla copertina di un altro libro, Ombre folli, il carteggio tra Stefan Zweig e Joseph Roth pubblicato da Adelphi, sulla quale troneggiava una fantastica foto a colori dei due, seduti uno di fianco all’altro ai tavolini di un bar all’aperto. Così lo presi in mano, iniziai a sfogliarlo, a soppesarlo e a prendere confidenza con quella carta ruvida e profumatissima, quasi 500 pagine. L’equivalente cartaceo di un maglione di cachemire. «Fanculo a Tangeri», pensai, e senza pensarci troppo lo tirai su. Anche se di Joseph Roth non avevo mai letto niente in vita mia.

Alla cassa il libraio, entusiasta, cominciò a raccontarmi la magia di quel libro, soffermandosi in particolar modo sulla vita straordinaria che conducevano all’epoca certi intellettuali, perennemente in viaggio da una capitale europea all’altra, al punto che per alcuni di loro gli alberghi erano diventati una specie di seconda casa. Usciti dalla libreria, mentre camminavo con il libro appena acquistato sotto braccio, la mia compagna mi guardò e mi disse: «Lo hai preso perché era una cosa molto da tuo padre, questa, vero?».

La geografia degli alberghi di un padre

In effetti mio padre aveva una vera e propria ossessione per i grandi alberghi, come il Danieli a Venezia, il Pierre a New York, il Beverly Hills Hotel a Los Angeles, il Ritz a Parigi o il San Pietro a Positano. Erano soltanto alcuni degli indirizzi che componevano la sua personale geografia del mondo. A Milano, naturalmente, c’era il Principe di Savoia, dove nel 1990 abitò anche per qualche tempo e dove, negli anni successivi, aveva continuato a tornare ogni volta che passava in città.

Ora, dopo quasi un secolo di onorato servizio alla causa del capitalismo internazionale, il Principe di Savoia sta per chiudere. La notizia mi piomba addosso una mattina a colazione, mentre sfoglio il giornale con il cervello ancora immerso nella nebbia e una tazza di caffè davanti. Dal primo gennaio 2027 il leggendario albergo di piazza della Repubblica chiuderà le porte per una colossale operazione di chirurgia estetica che dovrebbe protrarsi fino al 2029. E tutto questo mentre il prossimo 6 aprile, nel bel mezzo del cantiere, compirà esattamente 100 anni.

Dall’Hotel du Nord al Principe & Savoia

La storia di quell’indirizzo risale addirittura al 1896, quando, nel piazzale di fronte alla vecchia Stazione Centrale di Milano, aprì l’Hotel du Nord et des Anglais, pubblicizzato come un albergo a meno di dieci minuti in carrozza dal Teatro alla Scala. Un dettaglio che evidentemente doveva impressionare la clientela dell’epoca, anche se il primo grande evento destinato a passare alla storia tra quelle mura non ebbe nulla a che fare con la lirica. Il 16 dicembre 1899, infatti, un gruppo di gentiluomini inglesi e italiani, guidati da un certo Herbert Kilpin, si riunì in una delle salette dell’hotel per fondare niente meno che il Milan Football & Cricket Club.

Bisogna aspettare il 6 aprile 1927 perché l’albergo apra con il nome di Principe & Savoia, in un edificio completamente rinnovato e progettato dall’architetto milanese Cesare Tenca. Nel frattempo la piazza è diventata piazza Fiume e Milano sta rapidamente assumendo i connotati della capitale economica italiana. La scelta di costruire un grande albergo di lusso da quelle parti suscita qualche perplessità, perché per buona parte della borghesia cittadina la Milano che contava continuava a essere quella racchiusa tra piazza del Duomo e le vie del centro. Tenca, invece, aveva capito che il futuro della città si sarebbe giocato anche altrove, tra le fabbriche, le banche e gli uomini d’affari che ogni giorno scendevano dai treni.

Non a caso, per annunciare l’inaugurazione del Principe venne acquistata un’intera pagina del Sole 24 Ore, il quotidiano finanziario per eccellenza, all’interno della quale comparivano i prezzi delle camere, la disponibilità di un telefono diretto in ogni stanza e la promessa di un’orchestra che avrebbe suonato musica classica durante la cena, tutte le sere, dalle 8 alle 11. La formula funzionò, tanto che l’hotel, progettato inizialmente soprattutto per uomini d’affari, cominciò presto ad attirare aristocratici, artisti, intellettuali e personaggi internazionali di ogni genere, trasformandosi in breve tempo in uno degli indirizzi più esclusivi della città.

Da Charlie Chaplin ai Rolling Stones

Nei suoi saloni passarono, tra gli altri, Charlie Chaplin, Aristotele Onassis, Evita Perón, il duca di Windsor, Elizabeth Taylor e David Rockefeller. Un campionario piuttosto impressionante di tutto ciò che il Novecento aveva prodotto in termini di denaro, potere e celebrità. A metterli tutti in posa davanti all’ingresso ne sarebbe uscita una specie di Sgt. Pepper’s del capitalismo internazionale, con Gianni Agnelli e Henry Ford in prima fila, il Dalai Lama tra Madonna e Frank Sinatra e Silvio Berlusconi che si presenta con la Coppa dei Campioni sotto il braccio.

Nel 2000, durante una visita di Stato in Italia, la regina Elisabetta II trascorse tre giorni nella suite presidenziale insieme al principe Filippo, portandosi dietro da Londra il suo tè preferito. Sei anni più tardi arrivarono i Rolling Stones, sbarcati a Milano per un concerto a San Siro, con un seguito di cinquanta persone e una suite a testa. La sera del 9 luglio 2006, mentre l’Italia si giocava la finale dei Mondiali contro la Francia, i quattro si fecero riservare una sala privata con un maxischermo, dove seguirono la partita insieme al direttore dell’albergo Ezio Indiani, che in seguito raccontò a Forbes del brindisi con lo champagne fatto con Keith Richards per celebrare la vittoria degli azzurri.

Una finale di Coppa Uefa in suite

Curiosamente, anche uno dei ricordi più belli e preziosi che custodisco di mio padre è legato a una partita di calcio vista al Principe di Savoia. Sedici anni prima di Keith Richards, il 16 maggio 1990, mi trovavo in una suite dell’albergo insieme a papà, sfegatato tifoso della Fiorentina, per guardare la finale di ritorno di Coppa Uefa con la Juve, che sarebbe poi passata alla storia come l’ultima partita di Roberto Baggio con la maglia viola. All’epoca frequentavo la quarta elementare, abitavo già con mia nonna a Palazzo Fidia e papà era venuto a prendermi per cenare da lui in albergo.

Ricordo che ero al settimo cielo perché finalmente, per una volta, avevo la sensazione di essere protagonista di qualcosa che apparteneva esclusivamente a noi due. Un’esperienza che, per una serie di ragioni, sarebbe rimasta storicamente unica e non si sarebbe, ahimè, ripetuta mai più. A volte penso che sia quello il motivo per cui ancora oggi amo fare colazione negli hotel, con i mega buffet, le uova alla Benedict, le spremute d’arancia e compagnia bella. Perché mi ricordano quel weekend con mio padre, la finale di Coppa Uefa e più in generale la mia infanzia, che fino a quel momento ricordo come abbastanza vicina a quella che potrei definire una perfezione cristallina.

Somewhere, un altro padre e un’altra figlia

Nel 2010 Sofia Coppola avrebbe riportato al Principe di Savoia un altro padre e un’altra figlia in Somewhere, il suo quarto film, vincitore del Leone d’oro a Venezia, in cui una star hollywoodiana strafatta che trascorre le giornate allo Chateau Marmont di Los Angeles, tra Ferrari, donne e alcol, si trova improvvisamente a dover badare alla figlia 11enne. Un viaggio a Milano li porterà a trascorrere qualche giorno nell’hotel di piazza della Repubblica, in una suite così grande da contenere al suo interno una piscina privata. La cosa più sorprendente è che Sofia Coppola conosceva benissimo quella suite per esserci stata tempo prima durante un soggiorno con il padre a Milano, in occasione di una cerimonia dei Telegatti, esperienza che poi sarebbe stata ricostruita integralmente nel film.

C’è anche un altro ricordo autobiografico in Somewhere che mi ha particolarmente colpito: quello in cui una sera in hotel la star hollywoodiana ordina per la figlia una quantità spropositata di gelati, un episodio ispirato a un ricordo d’infanzia di Sofia, quando suo padre, approfittando dell’assenza della madre, aveva improvvisato per lei una cena a base di una serie infinita di combinazioni di gusti di gelato.

A ognuno il suo, quindi. A lei una tavola piena di gelati, a me una finale di Coppa Uefa finita zero a zero.

L’ultima volta al Principe

Ora il Principe di Savoia sta per chiudere e io non posso dimenticare l’ultima volta che ci misi piede, durante le vacanze di Natale del 1994, quando mi presentai alla reception dell’albergo a cercare mio padre, perché avevo saputo da mio fratello che era tornato in città. Tornavamo da un sabato pomeriggio trascorso al Madame Claude, la discoteca per minorenni di piazzetta Giordano a San Babila, e dissi alla mia ragazza dell’epoca: «Vieni con me che ti presento mio padre, dovrebbe essere appena arrivato a Milano e vorrei fargli una sorpresa».

Entrammo così nella hall e ci presentammo alla reception con i nostri Barbour e le nostre Stan Smith ai piedi. «Sono il figlio del dottor Gianni», dissi fiero al concierge, «può dirgli che sono qui?». Il concierge prese la cornetta del telefono, la fece squillare per una trentina di secondi e parlò rapidamente con la voce che rispose dall’altra parte del filo. Poi mise giù, guardò me e Nicole con sguardo severo e mi disse: «Il dottor Gianni dice di non avere figli. Se ne vada, per favore. Qui non abbiamo tempo da perdere».

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