E non è stato costruito perché (tra le altre cose) IMAX, l'azienda, ha perso i progetti originali di questi proiettori e ora non sa più come costruirli.
La prima cosa che è successa al Primavera Sound 2026 è stata la pioggia. Non una pioggerellina di fine pomeriggio, non l’acquazzone veloce che passa e lascia l’aria pulita. Una tempesta vera, con raffiche di vento e i palchi principali chiusi dalle otto di sera in poi, Massive Attack cancellati, Doja Cat cancellata, il pubblico ammassato all’ingresso delle aree senza che nessuno sapesse bene cosa stesse succedendo, con i telefoni senza campo e le comunicazioni che arrivavano via Instagram.
Il primo giorno della 24esima edizione è andato quasi del tutto perso. Poi è arrivato il venerdì, con il cielo sgombro e i The Cure sul palco principale per quasi tre ore, e si è capito che il festival avrebbe mantenuto tutte le sue promesse. Questo è il Primavera Sound nel 2026: un festival che può permettersi di perdere un giorno intero e ripartire come se niente fosse, perché le fondamenta su cui è costruito sono abbastanza solide da reggere anche alle peggiori intemperie. Barcellona a giugno, il mare a 100 metri, l’aria che sa ancora di pomeriggio anche a notte fonda, e una lineup che mette nello stesso cartellone 46 anni di musica, dal primo album dei The Cure a Olivia Rodrigo e i Geese.
La 24esima edizione del Primavera Sound si è svolta al Parc del Fòrum di Barcellona tra il 3 e il 7 giugno. Le tre giornate principali (giovedì 4, venerdì 5, sabato 6) sono state organizzate attorno a coppie di headliner costruite con il palese obiettivo del dialogo intergenerazionale: Doja Cat e Massive Attack il giovedì, The Cure e Addison Rae il venerdì, The xx e Gorillaz il sabato. Prima ancora, mercoledì 3, l’opening day gratuito con Wet Leg, Yard Act e Guitarricadelafuente aveva aperto il festival a tutta la città, senza preoccuparsi del biglietto. Annunciati oltre 300 show, attese quasi 300 mila persone, il festival ha esaurito i biglietti per il secondo anno consecutivo. Un segnale che il patto con il proprio pubblico ha tenuto, nonostante i prezzi, nonostante Barcellona, nonostante tutto quello che sta succedendo nel mondo.
Il pubblico del Primavera ha una sociologia riconoscibile, se ci si prende il tempo di osservarla. Non è il pubblico dei grandi festival generalisti, quello che arriva con il trolley e cerca prima di tutto un posto dove sedersi. È gente che ha prenotato i voli a novembre, che conosce almeno tre quarti della lineup, che ha già opinioni forti su chi vale la pena vedere e chi invece no. L’età media è difficile da stimare. Ci sono quelli che ci vengono da sempre, che ricordano i primi anni al Fòrum quando i palchi erano la metà. Ci sono i 20enni che ci vengono per la prima volta e portano sul viso la concentrazione di chi sa di dover immortalare tutto, di dover tornare a casa con qualcosa da raccontare (e ovviamente non solo con il telefono ma con qualsiasi tipo di macchina fotografica, analogica o camcorder recuperato in soffitta). E poi ci sono i bambini, sempre di più, portati da genitori che hanno evidentemente deciso che crescere a pane e musica non è una scelta ma un dovere.
Anche il modo in cui questo pubblico si muove tra i palchi dice qualcosa sull’esperienza proposta dal Primavera Sound. C’è razionalità, una lettura della mappa che ciascuno ha svolto a casa, come un compito, con l’app ufficiale, per stilare una tabella di marcia che genera conflitti di programmazione ogni dieci minuti. Vedere due show contemporaneamente è impossibile, scegliere è inevitabile, rimpiangere è parte dell’esperienza. È un evento che si vive sempre con la leggera sensazione di star perdendo qualcosa.
Il festival è cominciato nel migliore dei modi. Blood Orange su uno dei palchi principali giovedì pomeriggio, primo vero nome di peso di un’edizione che stava ancora prendendo forma. Dev Hynes non ha deluso – non lo fa mai – e il suo set ha funzionato come una dichiarazione di intenti, per stabilire il tono di quello che sarebbe venuto dopo. Dopo, com’è noto, è arrivata la pioggia, ma questa non è colpa che si possa attribuire a Blood Orange (almeno, non siamo a conoscenza di suoi poteri idromantici). Nel pomeriggio, prima del nubifragio, c’erano stati anche Geese e Men I Trust. I primi con quell’energia speciale, una delle poche cose per cui vale la pena credere all’hype (believe the hype, per una volta). I secondi ipnotici, capaci di costruire il silenzio dentro il rumore del festival.
Berlioz, in un altro slot del giovedì, aveva lasciato la stessa impressione di precisione e ipnosi. Il venerdì, invece, ha avuto tre volti. Slowdive nel pomeriggio (shoegaze che a questa latitudine e con questa luce funzionava benissimo). Skrillex la sera, con brani che hanno vent’anni e suonano ancora alla perfezione. I Viagra Boys a chiudere in un’altra area. E poi i The Cure. Quasi tre ore, senza pause, con Robert Smith che cantava come se lo stesse facendo per la prima volta e il pubblico che conosceva ogni parola di ogni canzone. È successa una cosa rara: il festival si è mosso all’unisono verso lo stesso palco, compresi quelli che erano lì per un’Addison Rae che ricorda Britney Spears ma che con i The Cure poco c’azzecca. In chiusura Smith ha detto «Thank you Barcelona, let’s hope to see you soon» con una voce leggera, che racconta gli anni sul palco. Il sabato è ufficialmente iniziato con una carichissima Little Simz. Poi, a sorpresa, Olivia Rodrigo, che ha fatto tutto – cantato, ballato, saltato, suonato il pianoforte – e a un certo punto ha riportato sul palco Robert Smith per presentare il nuovo brano che hanno composto assieme (What’s wrong with me). Un momento che nessuno aveva previsto, e che ha trasformato quello che poteva sembrare uno show pop adolescenziale in qualcosa di più stratificato. Il festival transgenerazionale che si materializzava in un duetto.
I The xx sono tornati in Europa dopo otto anni di assenza e hanno chiuso il loro concerto con Intro, forse il brano più iconico che abbiano prodotto. Otto anni di attesa per tre minuti e mezzo di musica strumentale davanti a migliaia di persone in silenzio, il rapporto qualità-prezzo perfetto. I Gorillaz sono stati forse la miglior esibizione, per atmosfera, dell’intera edizione, uno show visivo e musicale con tantissimi ospiti sul palco e Damon Albarn che appariva e scompariva come se stesse manipolando un sogno, in cui ogni canzone è un microcosmo.
I Kneecap hanno chiuso il sabato con un «Free Palestine» urlato dal palco, con la folla in delirio e la sensazione che la musica stesse facendo esattamente quello che dovrebbe fare: prendere posizione. Sul palco con loro è apparso anche il frontman dei Fontaines D.C., Grian Chatten, per il brano in collaborazione Better way to live. A presentare i Gorillaz è salito anche l’attivista palestinese Aarab Barghouti, figlio del leader politico palestinese recluso in un carcere israeliano dal 2002, Marwan Barghouti, per due momenti che hanno unito le folle sotto il grido, di nuovo, di Palestina libera.
Ma c’è una domanda che circola intorno al Primavera: quanto può durare un festival che si definisce alternativo quando è diventato grande abbastanza da non potersi più permettere di esserlo davvero? La risposta che il festival dà, implicitamente, è nella struttura di una lineup che non contiene nessun nome così altisonante da vendere i biglietti da solo, il peso distribuito su decine di artisti che rappresentano altrettante microcomunità di ascolto. E poi c’è anche la questione di Barcellona, che non è una città neutrale. Il festival ha portato 287 mila persone in una città che col turismo ha un rapporto sempre più complicato, e questa contraddizione la si avverte nell’aria attorno ai palchi, non dichiarata ma presente. Quest’anno gli organizzatori hanno scelto di non restare in silenzio: due insegne luminose con la scritta «NO WAR» installate in punti strategici del Fòrum, visibili a chiunque si muovesse tra i palchi. Il momento fondamentale di questa edizione però non è stato un concerto (anche se i Geese con una tempesta alle porte li consiglierei a chiunque in qualunque momento). È stato proprio il giovedì sera, sotto la pioggia, con i concerti cancellati e il festival che zoppicava sui social. Intorno al palco, centinaia di persone che non se ne andavano. Stavano lì, con le giacche a vento o le mantelline trasparenti distribuite dallo staff tirate su in fretta, i telefoni senza campo, l’espressione di chi ha pagato i biglietti a settembre e i voli a ottobre e l’hotel a novembre e non ha nessuna intenzione di andarsene perché sta piovendo. Qualcuno ha trovato riparo sotto le tettoie dei food truck, aspettando non si sa che cosa.
Qualcuno ballava sotto la pioggia davanti a uno dei palchi secondari, dove alcuni artisti continuavano a suonare, indifferenti alla meteorologia. È c’è qualcosa in tutto questo che parla di resistenza. Non la folla che aspetta l’headliner con il conto alla rovescia sul telefono, ma la folla che semplicemente è lì, ed essere lì è già abbastanza. Forse perché tre giorni senza dormire abbastanza e con la musica sempre in sottofondo abbassano certe soglie di inibizione, forse perché il Fòrum, con la sua costruzione e i suoi percorsi obbligati, costringe le persone a stare vicine abbastanza a lungo da cominciare a parlarsi. Il venerdì mattina qualcuno aveva già postato le foto della pioggia con didascalie affettuose. Il meteo li aveva fregati, loro lo sapevano e non gli importava.
L’ultima cosa che si vede, uscendo dal Primavera Sound nella notte del sabato, è la fila sulla banchina dei tram, o per i taxi, il tutto in un improvviso silenzio di decompressione. Le persone non parlano più, hanno ancora in corpo la musica, nello sterno, nelle ginocchia, nel cuore. Hanno anche ancora sulla pelle la pioggia del giovedì, ma quella è già diventata un aneddoto, la parte del racconto che inizia sempre con «ti ricordi quando al Primavera».
