Dopo la vittoria della Linke, la futura coalizione di sinistra vuole trasferire in mano pubblica le case dei gruppi che possiedono più di 10 mila appartamenti. Solo al colosso Vonovia questo costerebbe 8,4 miliardi.
Quello che state per leggere è un estratto di un articolo pubblicato su Delta, un nuovo media che racconta le città e i territori in cui viviamo e ci muoviamo: come cambiano, chi li vive, chi li governa. Affronta le trasformazioni sociali, culturali, urbanistiche e infrastrutturali con l’ambizione di raccontarle e di favorire quelle più sostenibili e auspicabili, e con l’obiettivo di progettare il presente e immaginare il futuro. Delta lavora con un comitato scientifico, con università, istituzioni e think tank, ma anche con chi le città le vive ogni giorno: cittadini, amministratori, imprese, lettori. Le domande da cui parte restano aperte: a chi appartengono le città, come stanno cambiando, se sono ancora un diritto per tutti. Delta è online ogni giorno, sul sito, in newsletter e sui social. Ma non vive solo lì: gira i territori con una serie di incontri e una volta l’anno diventa un summit. Fa parte di MoSt Media Group, l’editore che pubblica anche Rivista Studio e Rivista Undici.
Registrare le aree verdi che scompaiono, limitare il consumo di suolo, depavimentare e ricostituire terreni capaci di ospitare vegetazione. Non erano proposte decorative, ma alcuni degli strumenti individuati per riportare la natura nelle città italiane. Eppure su 23 misure create da ISPRA, l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, e rivolte a tutti i Comuni, 15 sono state cancellate dalla bozza del Piano nazionale di ripristino della natura senza essere sostituite.
Il Ministero dell’Ambiente e della sicurezza energetica ha pubblicato la bozza il 7 ottobre, dopo averla trasmessa alla Commissione europea il 25 settembre, con 24 giorni di ritardo sulla scadenza prevista. Il documento deve tradurre in interventi concreti gli obiettivi del Regolamento europeo sul ripristino della natura, in vigore dal 18 agosto 2024. La normativa riguarda ecosistemi terrestri, marini, agricoli e forestali. Per le città stabilisce che entro il 2030 non si registri, rispetto al 2024, alcuna perdita netta della superficie complessiva nazionale degli spazi verdi urbani e della copertura arborea, mentre dal 2031 dovrà invece iniziare una tendenza all’aumento del verde urbano e degli alberi presenti nelle città.
Che cosa è stato cancellato
Il problema non sono gli obiettivi scritti per Bruxelles, ma sono gli strumenti scelti dall’Italia per raggiungerli. Tra le misure cancellate c’è il registro delle perdite di aree verdi avvenute dall’entrata in vigore del regolamento europeo: in altre parole, viene eliminato lo strumento che avrebbe permesso di sapere con precisione quanto verde stiamo perdendo mentre diciamo di volerlo proteggere. È stata cancellata anche la misura per minimizzare il consumo di suolo, insieme a quella che imponeva di compensare la perdita di un’area verde nello stesso Comune in cui era stata distrutta, senza spostare il recupero altrove. Sono poi sparite le misure che avrebbero protetto i terreni urbani non ancora coperti da cemento o asfalto, e quelle che chiedevano ai Comuni di inserire gli obiettivi di ripristino della natura nei piani urbanistici, nei regolamenti edilizi e nelle valutazioni ambientali. Non ci sarà più neanche un controllo annuale delle aree verdi, con dati pubblici per capire quanto verde viene perso. Ed è stata cancellata la misura che avrebbe sospeso fino al monitoraggio del 2030 i progetti che le avrebbero ridotte ulteriormente. Il messaggio è semplice: prima lasciamo consumare altro verde, poi nel 2030 conteremo quello che è rimasto.
Depavimentare non significa soltanto far passare l’acqua
Un altro punto riguarda la depavimentazione. Nella bozza inviata a Bruxelles il concetto è stato ridotto alla deimpermeabilizzazione, il che non è equivalente. Rendere una superficie permeabile può permettere all’acqua di filtrare; depavimentare e ricostituire un suolo vitale significa rimuovere la copertura artificiale e riportare in quel luogo terra, vegetazione, biodiversità e funzioni ecologiche. Un terreno non è soltanto uno spazio libero dal cemento: è un organismo vivo, capace di assorbire acqua, sostenere le piante, ospitare specie, ridurre le temperature e contribuire alla resilienza della città. Togliere l’asfalto senza ricostruire il suolo è un intervento parziale, molto più facile da annunciare che da trasformare in realtà… Continua a leggere su Delta
