Stili di vita | Società

Cosa dobbiamo farcene di questi peli?

Vogliamo scrollarci di dosso le imposizioni (in teoria commerciali, maschili, ipersessualizzate) e rischiamo di ritrovarcene per le mani delle altre: il dissidio interno attorno al pelo è meno frivolo di quanto sembri.

di Teresa Bellemo

Una mattina di metà quarantena mi sono svegliata e nella mia sezione “scopri” di Instagram è comparso – tanto per cambiare – un video di Valentina Ferragni. Era in bagno e aveva la classica posa di quando nei film, nelle pubblicità o nei video di Valentina Ferragni, una donna sta per depilarsi la mezza gamba con una lametta. Il video finiva con delle esultanze da parte di un ipotetico pubblico fuori campo. Non mi ricordo se era una adv (ovviamente lo sarà stato), ma in ogni caso la nostra voleva farci ridere solidarizzando su quanto anche lei si sia trascurata in quarantena, di quanto i suoi peli stessero crescendo copiosi, e di quanto il mondo (il suo ragazzo, il suo cane, i Ferragnez, il suo pubblico, noi tutti) potesse finalmente esultare di fronte alla fine di tanta trascuratezza. Immagino che non serva aggiungere che quella mezza gamba non evidenziava la benché minima presenza di una qualsivoglia peluria e che nessuno di chi ha visto quel video abbia pensato per un secondo che Valentina Ferragni si depili per davvero con una lametta, soprattutto in pieno lockdown, signora mia, proprio quando chiaramente avrebbe potuto sfruttare una lunghezza di pelo uniforme per una ceretta fatta come dio comanda.

Ogni mattina mi sveglio e so che scorrendo il mio feed di Instagram incapperò in almeno una ventina di disegnini, fumettini, fotine, memini in cui le donne non si depilano e sono orgogliose di non farlo. Le illustrazioni avranno dei puntini sulle gambe e sull’inguine, le foto dei peli bellissimi morbidi e scalati, i meme inneggeranno a quanto se amiamo così tanto i nostri amici pelosiny perché allora non amiamo anche la versione pelosa di noi stesse. Da quando ho quattordici anni sono circondata da amiche che dicono di non poter venire al mare/in piscina/mettersi gli shorts/la gonna/uscire per un appuntamento perché devono depilarsi. Puntualmente quelle che guardandosi la gamba la schifano perché “sembra quella di un uomo” sono le amiche sulle quali non ho mai riscontrato una traccia di pelo in nessuna parte del corpo, sono bionde da generazioni e non usano la ceretta perché “fa malissimo”.

Ogni donna, da quando ha quattordici anni, ogni giorno si sveglia e pensa almeno per un istante (tranne forse nei tre mesi invernali) a qual è la sua situazione tricotica e sulla base di questa organizza il suo outfit, più o meno la sua giornata e il successivo fine settimana. Ho sentito dire con queste mie orecchie a più di qualcuna (o forse lo ho addirittura pronunciato io) che “no, questo weekend non vengo al mare perché la settimana prossima avrò la lunghezza giusta per fare la ceretta che poi a fine mese devo partire per un weekend alle terme. Non posso radermi adesso e fregarmi tutti gli incastri, preferisco restare a casa”.

Insomma, il dissidio interno attorno al pelo è tanto, a maggior ragione oggi che addirittura se ti depili rischi di essere ascritta tra le fila delle introiettartici del pensiero patriarcale. Perché ovviamente adesso oltre alla questione estetica è comparsa quella etica: per divincolarci dall’imposizione dobbiamo bruciare le strisce depilatorie usando come diavolina la crema Veet. Ora, se per voi questo non è un urgente problema di cui parlare, io davvero non so come vi possiate definire persone sensibili nelle vostre short bio.

Come in tanti aspetti, infatti, la situazione è ancora più complicata di quando dovevi depilarti e basta.

Cosa è giusto fare? Come dobbiamo comportarci davanti a tutto questo? Non vorrei entrare nella dinamica sulla migliore tecnica per essere liscia per sempre, però serve fare chiarezza, serve alleggerire un ambito che lì fuori tutti pensano sia secondario, superfluo (sic), o ancora meglio scontato (le donne non hanno i peli, certo) e invece no, si impone e tiranno decide il da farsi. Come in tanti aspetti, infatti, ora la situazione è ancora più complicata di quando dovevi depilarti e basta. Anche qui siamo a quella metà del guado in cui dall’altra parte della riva ci può essere di tutto, ma le generazioni di mezzo, i Millennial, soffrono più di tutti perché la loro educazione va da una parte e il loro feed Instagram invece non lo si tiene, va dall’altra, ed è pieno di motivational neo-femministi che inneggiano alla beltà del pelo libero.

Seguiamo Fumetti brutti ma sulla parete della nostra cameretta avevamo appiccicati dei ritagli di Vogue con delle gambe chilometriche e sdrucciolevoli appartenenti a qualche modella. Usciamo di casa orgogliose della nostra noncuranza, siamo convinte che ormai le sirene del patriarcato siano superate, ci togliamo i tappi di cera ma ecco che poi capitoliamo e chiamiamo la nostra estetista pregandola di salvarci dalle nostre stesse spire. Ci convinciamo che con noi non attacca ma poi se uno ci manda un mazzo di fiori o ci apre la portiera ci sfiora il pensiero che potrebbe essere lui l’uomo della nostra vita. Vogliamo scrollarci di dosso le imposizioni (in teoria commerciali, maschili, ipersessualizzate) e rischiamo di ritrovarcene per le mani delle altre (in teoria autentiche, femminili, senza etichette). Verrà il giorno che l’animale che ci portiamo dentro, il nostro dissidio, ci annienterà per sempre.

Siamo a metà del guado e qualcuna ne soffre più di altre, ma è un fatto che magari solo saltuariamente iniziamo a distendere i nervi (e si sa che in questo modo anche gli strappi di cera vengono meglio). Uscire con una gonna o andare a nuoto non ci vede costrette ad essere glabre e lustre come delle pornostar anni Novanta. Innanzitutto perché nessuno ci passa ai raggi-x e poi perché noi stesse stiamo iniziando a farlo meno, anche grazie forse al votaantonio dell’empowerment femminile. La peluria sulle ascelle è già così ovvia che è quasi démodé, il porno, complice l’amatoriale, ormai non è più così severo e come sempre intercetta l’underground del rifiorire del bush – anche se più ordinato di quello volemosebbene delle comuni degli anni Settanta. Complice l’indebolimento di entrambi i fronti contrapposti, dopo decenni di guerre e di interventi incrociati a tecnica mista, le più arrese di noi hanno imparato a conviverci, distruggendo, insieme a tutti gli ideali che abbiamo già mandato al rogo, anche – forse – il dogma della privazione del pelo.

Siamo a metà del guado e non lo sappiamo cosa ci sarà sull’altra riva. La speranza è che ci sia solo un’ampia tabula di serenità, pelosa o rasa poco importa, basta poter fare per davvero quel che si vuole. Quest’estate 2020, in quest’anno così matto dove tutto è andato più a caso del solito, potremmo sfruttarla per accelerare il passo.

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