In Pecorelle smarrite di Madeline Cash c’è lo sguardo sul mondo di tutte le ragazze di ogni generazione

Abbiamo intervistato l'autrice di uno dei romanzi più chiacchierati e sorprendenti di quest'anno. Con lei abbiamo parlato di autofiction, scrittura femminile, bellezza e coppie aperte.

15 Ottobre 2026

Madeline Cash, che incontro a Milano dove è ospite del festival 2084 organizzato dalla scuola di scrittura Belleville, ha un modo dolce, appena timido, di parlare. Ha trent’anni e il suo romanzo d’esordio, Pecorelle smarrite, è in corso di pubblicazione in dieci Paesi. Dua Lipa lo ha scelto per il suo Book club, la casa di produzione A24 ne ha acquistato i diritti e Lena Dunham sta lavorando alla sceneggiatura: tutti lo leggono e tutti ne parlano, grazie anche a una copertina deliziosa, sia dell’edizione americana che di quella italiana – l’ha pubblicato Feltrinelli Gramma, con traduzione di Marco Rossari.

D’altronde, delizioso è l’aggettivo che meglio corrisponde anche al romanzo. Siamo nella provincia americana: il matrimonio di Bud e Catherine è aperto, ma in crisi, e hanno tre figlie adolescenti di cui in fondo non sanno granché, presi come sono dai loro tormenti. Abigail, Louise e Harper nel frattempo si innamorano, soffrono, si smarriscono e finiscono invischiate in situazioni molto più grandi di loro. Alla fine si ritrovano, ma, soprattutto, emanano fra le pagine del romanzo un’aura di girlieness irresistibile, leggera e profonda insieme, ironica e intelligente. Il ritmo è rapido, la scrittura carica di guizzi, di giochi interni alla lingua che rispecchiano il disorientamento dei personaggi, impacciati come delle bestiole lasciate senza guida.

Pecorelle smarrite non è un romanzo femminile e non è un romanzo strettamente femminista, ma credo che le ragioni del suo successo – e della sua coolness – stiano proprio nella capacità di rispecchiare un certo modo di guardare al mondo che è quello delle ragazze di ogni generazione. Da Piccole donne in poi, le adolescenti si riflettono in un mondo di sorellanza dai colori pastello su cui si spalancano all’improvviso abissi di tristezza, e Cash ha il pregio di esplorarlo ricorrendo a una forma narrativa carica di intreccio e di ironia.

ⓢ Pecorelle smarrite si distanzia molto dalla forma dell’autofiction che negli ultimi anni affolla gli scaffali delle librerie. Non si tratta di una narrazione intimista, né ha la pretesa di un romanzo sociale.
Sì, senz’altro. Ero un po’ stanca sia dell’autofiction che dell’idea che vorrebbe la scrittura femminile sempre legata al diario e all’esplorazione del mondo interiore, mentre la possibilità di scrivere “il grande romanzo americano” spetta sempre agli uomini. Mettiamola così: avevo voglia di scrivere come un uomo. Oltre a questo, ho cominciato a scrivere quando avevo 25 anni, e il mio mondo interiore era ancora piuttosto circoscritto: dovevo per forza inventare. Volevo un romanzo massimalista, capace di accogliere elementi di una realtà che non avevo ancora vissuto, e credo che questo sia uno degli aspetti più gioiosi della finzione: non dover necessariamente raccontare il proprio piccolo mondo.

ⓢ Per raccontare alle mie amiche Pecorelle smarrite ho detto che mi sembrava un po’ Libertà di Jonathan Franzen, ma scritto da Lena Dunham. Poi ci ho ripensato e in realtà il riferimento più preciso mi sembra David Foster Wallace, per l’attenzione al mondo dei consumi e l’intreccio di generi diversi, ma soprattutto per come tratteggi Bud, che è un padre profondamente depresso che scegli di raccontare attraverso un registro ironico.
Nel romanzo mi sono concessa larghi margini di libertà e fantasia, ma certamente alcuni autori sono stati fondamentali. David Foster Wallace per me è un modello importantissimo, insieme a Jonathan Franzen, che è il maestro della saga familiare, e a Jeffrey Eugenides, che con Il giardino delle vergini suicide ha raccontato la girlhood e la sorellanza come pochi altri sono stati capaci di fare. Ho letto poi alcuni noir degli anni Cinquanta, per studiarne il ritmo e l’atmosfera: mi servivano perché a un certo punto il romanzo prende una strada un po’ inaspettata e si trasforma in un thriller piuttosto surreale. Foster Wallace faceva largo uso dell’ironia, ma forse con sfumature più cupe rispetto a me. Infinite Jest, dove si parla tanto di depressione, è stato una fonte d’ispirazione enorme, mentre La scopa del sistema mi è servito perché utilizza più voci narranti. Credo che l’umorismo renda più praticabili temi come la morte, il terrorismo, la paura della mortalità e dell’invecchiamento: in questo senso il registro comico è un alleato prezioso.

ⓢ Come in tanti altri romanzi americani, qui si parla di una famiglia disfunzionale e infelice. Se però nelle narrazioni classiche le crepe cominciano ad affiorare a poco a poco, a deturpare un quadro che sembrava perfetto, in Pecorelle smarrite è già tutto evidente sin dall’inizio, come se l’illusione della famiglia americana tradizionale fosse ormai del tutto svanita e non avesse neanche più senso porla come premessa.
Credo che la tipica famiglia del sogno americano non esista più, e forse non sia mai esistita. Volevo reinventare un mito che ha resistito così a lungo mostrandone la disgregazione, l’inconsistenza, ma anche provare a immaginare i personaggi felici in un altro modo. Io non sono cresciuta in una famiglia americana tradizionale, e penso che esistano parecchie alternative a quel modello, più creative e capaci di adattarsi ai momenti di crisi della vita – così come potrebbero esistere altri sistemi per regolare la vita in comune, dal capitalismo alla religione.

ⓢ Il matrimonio di Catherine e Bud segue una parabola piuttosto classica: nasce da una grande passione e si spegne gradualmente con l’arrivo delle figlie, incastrandosi in giornate sempre uguali. È lei, a un certo punto, a proporre al marito di aprire la coppia: nel romanzo sono soprattutto le donne a rifiutare la paralisi, a guardare le cose con occhi diversi.
Certo, sono le donne e le ragazze a guidare il cambiamento e a segnare il progresso. Vale per Catherine, che a un certo punto prova a uscire dallo stallo del suo matrimonio – in modo rocambolesco e sicuramente non perfetto, ma almeno ci prova, mentre il marito si farebbe affossare dalla routine – e vale soprattutto per le sue tre figlie. Lo sguardo delle protagoniste, infatti, è fresco e incontaminato: sono capaci di cogliere dettagli e sfumature che gli adulti non vedono più perché hanno smesso di farci caso, perché sono anestetizzati dalle loro stesse vita. Per questo Harper, la sorella minore, si accorge, quasi per caso, che nel posto di lavoro del padre succede qualcosa di strano, mentre lui, che ci lavora da anni, non aveva notato nulla.

ⓢ Anche la religione ha un ruolo centrale nel libro.
Nell’America profonda e di provincia la religione, e in particolare il cristianesimo, conserva un peso enorme; a me interessava esplorare il fallimento delle religioni istituzionali. Nel libro tutti cercano un senso, qualcosa che giustifichi la propria esistenza, ma le fedi che conoscono non funzionano, e perciò cercano delle alternative un po’ eccentriche rispetto alla norma: il gruppo religioso delle Pecorelle Smarrite, altri legami comunitari, e alla fine trovano qualcosa l’uno nell’altro, nell’incontro e nel supporto reciproco.

ⓢ Le tre sorelle sembrano archetipi di altrettanti modi di vivere l’adolescenza. Abigail, la maggiore, è quella a cui mi sono affezionata di più; è ossessionata dalla bellezza, che rappresenta il perno della sua intera identità.
Io non ho sorelle, e per descrivere le tre ragazze mi sono ispirata al mio vissuto: sono tutte versioni diverse di me da adolescente, ma anche io per Abigail nutro un affetto particolare. Gli uomini del romanzo cercano di vivere per sempre, le donne di non invecchiare. Abigail non è particolarmente brillante né precoce, ma intuisce che la sua principale moneta di scambio sono la giovinezza e la bellezza: vive in una piccola città e vede nel fascino che esercita sugli uomini il proprio biglietto d’uscita. Per molte donne il proprio valore è strettamente legato all’aspetto, e mi interessava indagare come il corpo venga guardato dall’esterno, soprattutto a quell’età. Del resto, lo avverto ancora su di me.

ⓢ Verso la fine del libro Abigail si rende però conto che in fondo la sua bellezza è poca cosa. Quella scena, in cui la ragazza si confronta con altre donne molto più belle di lei, mi ha spinta a rileggere l’intero romanzo: la ricerca della giovinezza attraversa tutta la storia, come una tensione verso le possibilità della vita che non si vogliono chiudere.
Volevo che Abigail si trovasse in una situazione paradossale, estrema, che rappresentasse un po’ lo snodo cruciale della sua formazione e della sua crescita. Un’adolescente non dovrebbe avere bisogno di finire in un traffico di esseri umani per capire il proprio valore nella società. A lei accade, ma le sue priorità restano quelle di una ragazza della sua età: dopo essersi trovata in una situazione tanto assurda la prima cosa che chiede, una volta tornata a casa, è se il ragazzo che le piace l’accompagnerà alla festa della scuola. Ne Il giardino delle vergini suicide c’è una scena in cui la più giovane delle sorelle tenta di uccidersi. Il medico le dice che ha 13 anni e non può sapere quanto sia dura la vita, e lei risponde: «Dottore, evidentemente lei non è mai stato una ragazzina di 13 anni». Volevo mettere in relazione il traffico di esseri umani con le inquietudini dell’adolescenza, e vedere che cosa succede quando la posta in gioco diventa così tanto più alta.

ⓢ C’è un altro personaggio femminile che attraversa un’evoluzione importante: Miss Winkle entra in scena come una donna apparentemente invisibile, trascurata, ma poi approda a una realizzazione di sé molto forte.
Ho concepito tutti i personaggi a partire da stereotipi che volevo poi sovvertire. Miss Winkle è la classica donna di chiesa che nessuno vede davvero, come se non esistesse, e ancora di meno potesse aspirare a una dimensione erotica. Mia madre me lo ripete sempre, che a una certa età si diventa quasi trasparenti e nessuno si accorge più di te. Volevo concederle un arco compiuto di sviluppo, spirituale e sessuale, e farne un pilastro della comunità, una madre, una persona capace di riconoscere il proprio valore.

ⓢ Pecorelle smarrite tiene insieme molti generi con grande naturalezza. Come hai lavorato?
È il mio primo romanzo, avevo il terrore dei buchi di trama e dei pezzi smarriti per strada. Così ho pianificato tutto prima ancora di scrivere una sola scena: su Excel ho costruito la timeline di ogni personaggio, comprese le parti che poi non sarebbero state raccontate, con inizio, sviluppo e fine completamente mappati. Volevo essere certa che nulla andasse perduto. Ho poi lavorato all’editing durante una residenza fuori Roma, a Castelletto. C’erano altri due scrittori e uno chef che si faceva di funghetti allucinogeni e poi ci preparava cene stranissime. È stato esilarante.

ⓢ Il romanzo è costruito con grande precisione, ma i personaggi sembrano arrivare al loro epilogo in modo piuttosto caotico, quasi per caso. Sembra suggerire che dalle crisi si esce con un po’ di caos e di fantasia.
Assolutamente. Alcuni hanno detto che il romanzo finisce bene, ma molte cose restano irrisolte: il cattivo la fa franca, al prete non accade nulla. Non lo vedo davvero come un lieto fine, ma ci tenevo a chiudere con un pasto condiviso, dal forte valore simbolico e biblico. La famiglia ne esce completamente trasformata. Visti da fuori sembrano assurdi, ma loro stanno bene, hanno trovato il loro modo, unico, per essere felici.

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