Un esperimento necessario per capire se i sogni di colonizzazione galattica dell'umanità sono davvero realizzabili o no.
Non è ancora giugno, eppure siamo già nell’estate nichilista. Ci siamo entrati prima che la stagione sia davvero iniziata, e quando arriverà il 21 giugno saremo nel pieno di un incubo di mezza estate, accaldati come le acque superficiali del Pacifico equatoriale che anticipano l’inferno del prossimo El Niño. Non c’è niente di più nichilista di una stagione metafisica che ha già bruciato la primavera, come canta Charlie XCX in SS26, acronimo alfanumerico che suona come una sigla di anamnesi: primavera estate 2026, come una collezione effimera, dato che scendere in passerella mentre il mondo collassa è ciò che ci resta per ascoltare il canto del cigno come un’eco lontana, che non ci appartiene. Charli XCX canta: «Yeah, we’re walkin’ on a runway that goes straight to hell Nothing’s gonna save us, not music, fashion or film», e noi scambiamo quest’elegia funebre come l’ennesimo sogno freudiano della nostra catastrofe. Lo scrive già la filosofia Alenka Zupančič, esperta delle intersezioni tra soggettività, desiderio e cultura, nel saggio Disconoscimento (Meltemi, 2024): «Il più delle volte le immagini dell’apocalisse non sono altro che uno schermo fantasmatico che scherma e ci protegge dalla vera apocalisse che è già in corso e non ci sta aspettando da qualche parte nel futuro».
But why?
È finito il tempo in cui la fine del mondo poteva funzionare da fondale scenico, come nel celebre meme Disaster Girl. È iniziato, invece, il tempo dove ghostiamo, scegliendo deliberatamente di non rispondere ai pressanti interrogativi sulle nostre fragili vite. All’inizio del 2026 il frame di un vecchio documentario di Werner Herzog in cui un pinguino, invece di raggiungere la colonia, va in direzione della morte nelle montagne ghiacciate, ci aveva illuso che il futuro si poteva ancora sfidare correndogli incontro. Ma il Perché che si domanda Herzog, quel But why lanciato nell’etere della nostra angoscia, meritava una risposta aperta. In un certo senso, le 42mila parole che costituiscono Magnifica Humanitas, la prima enciclica di papa Leone XIV, tentano di farlo. I tempi di uscita del documento coincidono con un sinistro tempismo: lo scenario internazionale si è ridotto all’immagine di un grumo di paesi energivori incastrati nel collo di bottiglia di Hormuz, mentre da Gaza all’Ucraina le guerre logorano il mondo.
Manifesto nichilista
Magnifica Humanitas è il perfetto manifesto di questo nichilismo contemporaneo. L’utopia del futuro tracciata dalle nuove tecnologie è diventata una promessa non più mantenuta. Il concetto di «determinismo incantato», una sorta di tecno-ottimismo nel machine learning teorizzato dagli accademici dell’Università di Chicago come Alex Campolo, non ha più la forma salvifica che prometteva. Al contrario, le tecnologie stanno plasmando dall’interno una nuova idea di umanità, senza limiti né dolore: il transumanesimo e il postumanesimo, agli antipodi di quella condizione umana scelta da Dio proprio perché imperfetta: «Nelle promesse del transumanesimo e di alcune correnti postumaniste, che inseguono un’umanità potenziata e quasi disincarnata, riconosciamo un desiderio che ci riguarda: il bisogno di una vita più piena, meno esposta alla fragilità e alla sofferenza. L’Incarnazione apre però una via diversa. Mentre ideologie antiche e nuove spingono l’uomo al superamento tecnico del limite e a elevarsi sopra gli altri per affermare un dominio, il mistero del Figlio di Dio che entra nella nostra condizione racconta un movimento opposto». Da ciò l’invito di Leone a fermare questa «ennesima Babele» e di «unire le forze per edificare nel bene».
Porte chiuse in Vaticano
La costruzione della torre di Babele, contrapposta alla ricostruzione di Gerusalemme, non sono più reference bibliche, ma scenari concreti di un doppio sistema di valori sostitutivo dell’altro: uniformità versus diversità, omologazione versus comunione, dispersione versus unità. Il contrario della lingua della comunione, cioè il lessico dell’omologazione, c’è già, si chiama prompt. In questi giorni è stato detto che l’enciclica è un documento che formalizza, nero su bianco, la guerra all’Intelligenza Artificiale. Ma Magnifica Humanitas è anche altro, la confutazione di una visione di umanità portata avanti dai CEO della Silicon Valley, gli stessi che, per lungo tempo, il Vaticano stesso ha corteggiato. Durante il pontificato di Francesco, quelli che oggi chiamiamo oligarchi delle Big Tech oltrepassavano le mura leonine come profeti o filantropi. Nel 2016 Eric Schmidt, allora presidente esecutivo di Alphabet – società madre di Google – è stato ospite in Vaticano.
Pochi giorni fa gli studenti dell’University of Arizona, a Tucson, lo hanno fischiato mentre parlava di AI. Anche Mark Zuckerberg incontrò papa Francesco nel 2016, e nel 2022 Jeff Bezos ricevette un riconoscimento per la sua filantropia. Sono passati sei anni dalla Rome Call for AI Ethics, il documento ufficioso con cui il Vaticano ha avvertito come necessario un approccio etico alle nuove tecnologie. Malgrado tra i firmatari ci fossero i top manager di spicco del settore, come Brad Smith, allora presidente di Microsoft, e John Kelly III, vice presidente di Ibm, da allora l’AI si è sviluppata scollandosi da un impegno etico. Magnifica Humanitas è stata presentata insieme a Chris Olah, co-fondatore di Anthropic, l’azienda che ha creato i modelli AI Claude e Mythos, che ha introdotto l’evento con una nota inquietante, parlando di modelli «misteriosi e persino inquietanti».
Da Silicon Valley a valle di lacrime
Magnifica Humanitas non appare come l’ultimo documento dei tanti sull’IA, piuttosto certifica che la chiesa ha cambiato postura verso una Silicon Valley diventata una valle di lacrime. Solo che a piangere non sono i pochi, ricchissimi oligarchi: «In un contesto in cui la ricchezza delle nazioni dipende sempre più da conoscenze e tecnologie, quando questi beni restano concentrati nelle mani di pochi, senza adeguate forme di condivisione e di accesso, si crea un nuovo squilibrio che contraddice la destinazione universale dei beni e alimenta il divario tra inclusi ed esclusi». Magnifica Humanitas è un’enciclica sociale, scritta nel solco della Rerum Novarum di papa Leone XIII: un tempo in cui la rivoluzione industriale poteva scontrarsi con un mondo ancora stabile, fatto di legami duraturi e valori rappresentativi della società. Oggi tutto quel mondo si è sgretolato, a partire dalla chiesa. L’IA, col suo ritmo inumano, accelera quest’instabilità, aumentando esponenzialmente quella che il sociologo Zygmunt Bauman battezzò come modernità liquida. La risposta non è un rifiuto della tecnologia, Leone non è un luddista. Piuttosto si domanda, e chiede all’umanità di domandarsi, a quale scopo l’IA venga generata: «Contribuiscono davvero a far crescere persone e popoli in umanità e fraternità, nel rispetto della Casa comune e delle generazioni future?».
Leone, Papa solarpunk
Prevost ha in mente una visione della tecnologia al servizio dell’umanità. È un papa solarpunk. La sua postura è diversa da quella di papa Francesco, più refrattaria, se non addirittura ostile, alla tecnologia se si prende al discorso pronunciato al G7 sull’IA nel 2024: «Se in passato, gli esseri umani che hanno modellato utensili semplici hanno visto la loro esistenza modellata da questi ultimi – il coltello ha permesso loro di sopravvivere al freddo ma anche di sviluppare l’arte della guerra – adesso che gli esseri umani hanno modellato uno strumento complesso vedranno quest’ultimo modellare ancora di più la loro esistenza». Leone, da scienziato, usa la logica per discernere bene e male, ciò che giova e ciò che genera «asimmetria epistemica, politica ed economica», ricordando che bene e male sono impastati fra loro e farsi unica misura di uno o dell’altro è rischioso, come accade con la piega messianica del cristianesimo tra i lavoratori AI della Silicon Valley. Per farlo il papa cita proprio Auschwitz, le sue camere a gas simbolo di una tecnologia nichilista dove l’essere umano inutile è soppiantato da una tecnologia utile: «Il punto critico, alla luce della Dottrina sociale della Chiesa, non è l’uso della tecnica in quanto tale, ma la visione che vi soggiace: se l’essere umano è trattato come materiale da perfezionare o da oltrepassare, allora diventa più facile accettare che alcuni vengano considerati meno utili, meno desiderabili, meno degni».
L’IA sta proiettando sul nostro mondo un’ombra di morte come Sauron sulla Terra di Mezzo: il papa lo sottintende, e cita nella sua enciclica Gandalf a capo della resistenza degli ultimi uomini ne Il ritorno del re, spiegandoci che John Ronald Reuel Tolkien era uno «scrittore cattolico del Novecento». A differenza di encicliche come Laudato si’, dove Francesco imputava ai distruttori degli ecosistemi un peccato ecologico, la morale nell’IA non può essere il risultato di un discernimento personale ma solo comunitario. L’ecologia integrale di Francesco è soppiantata da un’apocalisse integrale, in cui tanti ambiti del nostro mondo, dall’ambiente al lavoro alla famiglia, rischiano di collassare, anzi lo stanno già facendo. Se non è nichilismo questo.
