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06:58 domenica 25 gennaio 2026
Kim Jong-un che fissa le persone mentre fanno il bagno alle terme è già il miglior meme del 2026 Il leader supremo della Corea della Nord ha festeggiato l'inaugurazione di un nuovo Centro vacanze fissando le persone che facevano il bagno e la sauna.
Un giornale portoghese ha scambiato Dario Ballantini, l’imitatore di Valentino, per il vero Valentino Lo ha fatto Jornal Expresso, che ha poi rimosso il post, anche se lo stesso Ballantini ha ammesso che «la nostra somiglianza in passato ha confuso pure Calvin Klein».
Il trasferimento del Leoncavallo in via San Dionigi è saltato e adesso non si sa che ne sarà del centro sociale A cinque mesi dallo sgombero di via Watteau, l'ipotesi via San Dionigi è definitivamente tramontata e ora non si sa come procedere.
Oltre 800 artisti hanno lanciato un appello per chiedere che la repressione delle proteste in Iran sia trattata come un crimine contro l’umanità Tra i firmatari ci sono anche Shirin Neshat, Jafar Panahi Juliette Binoche, Marion Cotillard e Yorgos Lanthimos.
Arctic Monkeys, Pulp, Blur, Fontaines D.C., Depeche Mode, Cameron Winter, King Krule, Wet Leg, Anna Calvi: l’album Help 2 è il sogno realizzato degli amanti dell’indie E questi sono solo alcuni degli artisti e delle band riuniti dalla War Child Records per questo album di beneficenza che uscirà il 6 marzo.
Jeremy Strong è talmente fan di Karl Ove Knausgård che lo ha anche intervistato per Interview I due hanno parlato del nuovo romanzo di Knausgård ma soprattutto di quanto entrambi odino essere famosi.
A Davos gli Stati Uniti hanno presentato il piano per la costruzione di “New Gaza” ed è peggio delle peggiori aspettative Si è parlato molto di grattacieli e appartamenti di lusso affacciati sulla costa, molto poco, quasi per niente del futuro di istituzioni e popolo palestinese.
Cameron Winter dei Geese ha tenuto un concerto a sorpresa a un minuscolo evento di beneficenza per Gaza Si è esibito per 250 fortunati e ignari spettatori al Tv Eye di New York, presentandosi pure con un nome falso, Chet Chomsky.

Overdressed

La donna che scoprì di avere sette paia di mocassini e dichiarò guerra al fast fashion

23 Luglio 2012

Elizabeth Cline ha più di trent’anni ma meno di quaranta, un armadio ben organizzato, e un grosso nemico. Ci ha scritto un saggio e l’ha chiamato Overdressed.

Il nemico, qui, è la cosiddetta “fast fashion”. In concreto, gli abitini colorati sfornati da mega-catene di montaggio che a noi si raccontano come amiche generose: Forever 21, Target, Gap, Kohl’s, UNIQLO, Old Navy, ma anche i rami americani di imprese nate altrove, come H&M e Zara, che dal resoconto sembrano offrire prodotti ancora inferiori alle controparti europee. Tutti uniti nell’offrire merce a poco prezzo, abbassando le aspettative di vita dei vestiti e il loro valore affettivo prima che economico. E il punto di vista scelto da Cline, per raccontare quello che c’è dietro, è quello dell’ex fast fashionista pentita. “Guardatemi, ero una di voi / Ora sono cambiata, ma non dimentico”.

Classica personalizzazione del conflitto, giusto. Consumatore vs. industria; privata cittadina vs. La Macchina. Una tattica che comunque, all’interno del saggio, funziona, e ammorbidisce la voce narrante. Il prologo ci mostra Cline mentre si butta su «sette paia di mocassini di tela», messi in svendita in un supermercato Kmart, identici tra loro se non per il colore. Sette dollari al paio. La durata di queste scarpe è minima; le si sfasciano ai piedi, e quelle che non ha distrutto entro un’estate le sono venute a noia, le nasconde in un punto cieco dell’armadio. (Armadio che poi, come testimonia il blog The Good Closet, Cline ci ha messo mesi a ripulire, quando ha deciso che era arrivato il momento.)

Le Sette Paia di Mocassini sono un ottimo punto di partenza. Sono anche il punto in cui, fatalmente, qualcuno si incazza. E dice (tiro a indovinare): «va bene inseguire i saldi, ma se compri sette copie quasi uguali di un prodotto, a un certo punto te la stai andando un po’ a cercare». La cifra pesa. Sette. Da lì proseguiamo con l’eroina che tira fuori tutti i suoi vestiti dallo storage dove li aveva sistemati, li conta, si accorge di possedere «61 top, 60 T-shirt, 34 canottiere, 21 gonne, 21 maglioni…», per un totale di 354 capi. Di fronte a numeri simili qualcuno parlerà più volentieri di bulimia dell’acquisto, o di abitudine maniacale, e dirà che il problema di Cline era la quantità, non la scarsa qualità. (Anche se: quanti di voi hanno comprato tre canotte di [marchio abbigliamento intimo specializzato in microfibra] perché quel giorno c’era il tre per due sulle canotte? E magari ne hanno prese una rossa, una nera e una bianca, così da sentirsi bravi risparmiatori?) Qualcuno altro liquiderà la faccenda con un «tipica roba da americani, noi siamo diversi, perché abbiamo…» – non lo so, il senso del sacro forse? La pizza? Missoni?

Va bene, ci sto. Ammettiamo che in questo esista una forte differenza tra Stati Uniti ed Europa. Per dire: i prezzi degli H&M italiani sono bassi, e i loro prodotti non eterni, ma non ho mai sentito una maglia di H&M disfarsi sotto le mie indegne dita, come è accaduto ai pullover di lana a euro 9,99 offerti da [marca abbigliamento nazionale con campagne pubblicitarie del genere Marilyn Monroe bacia Hitler]. Un tratto comune alla fast fashion, al di là dei singoli paesi, è lo stuzzicare una fantasia precisa delle donne.

Dovrei dire “di uomini e donne”, perché molte se non tutte le catene citate nell’inchiesta di Cline hanno reparti maschili, bambini, unisex. Irrilevante. Qui si punta alla donna come primo forte soggetto. La donna compra per sé, per i figli, a volte per l’uomo. Alcune fanno acquisti da […] perché non hanno scelta. Altre sono disponibili a spendere per mangiare cibo biologico o guidare una bella macchina, ma non per i vestiti. Succede.

La fast fashion, la donna, la prende in giro. L’idea di base è “anche tu puoi essere bella e alla moda spendendo poco!”. In tempo di crisi, quell’idea si declinerà in “là fuori è un brutto mondo, ma qui dentro ci divertiamo lo stesso! Rinnova il tuo guardaroba con quattro soldi! Trattati bene!“. Però la fast fashion non è “alla moda”, perché imita, di solito male e in maniera frettolosa, le ultime novità della moda ufficiale. Esistono laboratori di sartoria che copiano al volo gli abiti indossati dalle celebrità sui tappeti rossi più importanti, e che il giorno dopo offrono alle loro clienti una versione di quegli abiti a un prezzo contenuto. La fast fashion prende questo modello produttivo e lo trasporta sullo scenario del discount. E la moda vera non sarà meno cinica in termini di consumo accelerato e tendenze calate dall’alto, ma forse garantisce di più in termini di confezione e di qualità dei materiali. (Ho detto “forse”, grazie.)

A parte le considerazioni politiche, come il costo ambientale di questa iper-produzione, i danni causati alla manifattura e il fatto che oggi il poliestere sia il tessuto più diffuso al mondo, il punto forte del lavoro di Cline è il suo lato emotivo. La fast fashion non ti fa sentire “bella”, perché non è fatta per stare addosso a una varietà di corpi; a misure generiche, tagli generici. Non veste troppo bene. Però fa leva sul mito del bargain, del super-saldo. Mantiene vivo il sogno del “fare l’affare”. Questo porta a tornare ogni stagione negli stessi negozi, a comprare roba brutta e a comprarne più di quanta ne serva, in un accumulo difficile da interrompere (a nessuno piace mettere ordine tra scelte sbagliate) il cui unico senso è continuare a farti sentire sciatta, non curata, bisognosa di stile. Il prodotto è sempre

nuovo e disponibile, ma la merce non ti da alcuna soddisfazione. Non hai un forte rapporto personale con quello che poi ti metti, e che agli occhi di qualcuno – se non ai tuoi – contribuisce a definirti. (E’ quasi commovente, la pura merce.) Però l’hai pagata pochissimo questa roba brutta. Al massimo la dai ai poverelli, no?

E qui si arriva al peggio del peggio: l’usato.

La fast fashion intasa il lavandino della beneficenza. Cline visita una sede newyorkese dell’Esercito della Salvezza dove gli abiti donati vengono smistati a vari punti vendita. Solo una parte minima arriva nei negozi, e di quella parte (11.200 capi al giorno) solo una fetta trova un compratore, per quanto basso sia il prezzo; tutti gli altri vengono compressi in grandi cubi tipo spazzatura e convogliati fuori città, in un magazzino dove il salvabile è spedito in Africa, per venderlo ai locali. Il resto finisce in stracci. (Mi dicono che lo stesso accade alle cose depositate nei cassoni gialli della Caritas.) Il mercato dell’usato e delle opere pie assorbe molto meno di quanto si creda. Ecco che crolla un altro mito: intorno a te non c’è nessuno che vuole davvero i tuoi brutti avanzi.

Alla fine Cline tenta una pars construens, in modo non ideologico. Se La Macchina è impossibile da fermare, la donna-cittadina-consumatrice può smettere di nutrirla. Qualche alternativa c’è: prendere contatto con i sarti della città o del quartiere, che cominciano ad aumentare di numero (anche da noi) dopo anni di serrande abbassate; cercare i laboratori che offrono qualche corso-base, non per diventare maestre d’occhiello, ma almeno per imparare la differenza tra pessimo cucito e buon cucito, e saperli distinguere quando si va a fare spese; rimettere a posto quello che già si ha. Comprare meno spendendo di più.

Per qualcuno, queste conclusioni saranno figlie di un generico “buon senso”, non di una rivoluzione nel guardarsi allo specchio o di un ritorno alle migliori abitudini della borghesia, che trasformava i vestiti molte volte prima di mollare il colpo. Può darsi. Ma che una persona abbia scritto un’inchiesta vera sulla fast fashion, non un altro allucinante inno alle gioie degli acquisti insensati (tee-hee, ho troppe scarpe, sono proprio una cretina!), mi riempie di fiducia. Forse non dovrebbe.

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